30 Novembre 2010 1 commenti

Accused – Un nuovo telefilm crime inglese di Marco Villa

Il crime senza indagini

Un crime si può definire tale anche se non ci sono indagini?
Un legal si può definire tale anche se il processo occupa cinque minuti su sessanta di narrazione?
Questioni che non sconvolgeranno il mondo e che probabilmente non troveranno spazio in nessuna rivelazione di Wikileaks, ma che hanno molto a che fare con Accused, serie di sei puntate in onda su BBC One dallo scorso 15 novembre. L’autore è Jimmy McGovern, già creatore di The Street, grande successo in Gran Bretagna.

La struttura è semplice: la puntata si apre con uomo che viene trasferito da una cella a un’aula di tribunale, dove verrà dichiarato colpevole o innocente. Sapremo il suo destino al termine dell’episodio, nei minuti precedenti scopriremo perché quell’uomo è finito in carcere.
Il colpo di genio è tutto qui. Accused non è uno dei classici polizieschi di indagine in cui lo spettatore non conosce l’assassino (i cosiddetti whodunit), ma nemmeno uno di quelli in cui il colpevole è noto e il fascino della vicenda è seguire i progressi del detective (Colombo docet).

In Accused, l’interesse per la storia risiede nel fatto di dover scoprire la ragione per cui la vita del protagonista sia destinata a deragliare, andando a sbattere contro la legge. E indovinare non è per niente facile, perché gli sceneggiatori creano lungo il racconto diverse strade, ognuna delle quali potrebbe portare al delitto. Il rapporto con la moglie, quello con l’amante, con il datore di lavoro, con i suoceri ricchi, con dei malavitosi incontrati per sbaglio. Per cinquanta minuti tutto sembra possibile: precarietà della vita o limiti del libero arbitrio. Chiamatelo come volete, ma sarete lì con l’ansia a chiedervi per quale motivo quel povero cristo di un idraulico stia per diventare un imputato.

Non dovendo sottostare a nessun meccanismo investigativo, ogni puntata è un vero e proprio film, in grado di creare e approfondire personaggi che vivono al di là di un’indagine.
Questa lettura è confermata dall’assenza di un cast fisso: l’unico punto fermo della serie è la struttura, il resto cambia di volta in volta (sopra il primo protagonista, qui accanto il secondo). Nessun eroe che salva il mondo, insomma, piuttosto il mondo di qualcuno pronto a rotolare fuori strada a ogni curva.

Al di là della forza (e del coraggio) dell’idea di base, va detto che il primo episodio è fatto veramente bene. A livello visivo, vanno sottolineate fotografia fredda e regia attenta ai personaggi, con la macchina da presa sempre attaccata ai corpi. Gli attori non sono belli, né affascinanti. Facce da working class inglese, che potresti vedere in un film di Loach e che recitano in modo secco, quasi distaccato, facendo della sottrazione il primo passo verso la tensione. Una scelta di minimalismo che raggiunge l’apice nella sequenza finale: il momento più drammatico dell’intera vicenda viene raccontato senza una sola parola, in una triangolazione di sguardi più eloquenti di qualsiasi battuta.

Dai, vi ho convinti?

Previsioni sul futuro: ogni puntata, una nuova storia. Che bello non poter prevedere nulla… se non un po’ di sana tensione.

Perché seguirlo: per l’idea di base, la scrittura, la regia. Tutte eccellenti.

Perché mollarlo: perché senza il positivista, il mentalista o il sopracciglista non vi sentite appagati.



CORRELATI