5 Gennaio 2011 2 commenti

Men of a Certain Age di Diego Castelli

Il quieto ma intrigante racconto della mezza età (uno dei sottotitoli peggiori che io abbia mai ideato…)

Avvertenza: classico post in cui esalto una serie che, non appena viene effettivamente vista, spinge il lettore a insultarmi e togliere Serial Minds dai suoi siti preferiti.
Ecco, vi prego di non farlo, anche se stavolta non posso proprio esimermi dall’elogiare Men of a Certain Age!

Parliamo di uno show iniziato lo scorso anno, da poco entrato nella sua seconda stagione. Autore e primo ispiratore è Ray Romano, comico di successo (ve lo ricordate Tutti amano Raymond?) che ha deciso di tentare una strada meno ridanciana. Protagonisti sono tre amici, ex compagni di college, che a distanza di anni sono rimasti molto legati malgrado vite differenti. Joe (interpretato proprio da Romano) possiede un negozio di articoli per le feste, è (infelicemente) separato, ha due figli, la passione per il golf e il vizio delle scommesse. Terry (Scott Bakula) è un ex attore di pubblicità, dongiovanni con la sindrome di Peter Pan e nessuna voglia di intraprendere un lavoro serio. Owen (Andre Braugher) ha una bella famiglia ma lavora nella concessionaria del padre, vecchio volpone della vendita col quale ha un rapporto che va dal rispetto alla soggezione, arrivando spesso all’aperta insofferenza.

Pur con qualche slancio commedioso, Men of a Certain Age è un drama, e come tale è basato sulla parola, sulle relazioni di amicizia/amore/conflitto tra i personaggi, sulle (molte) seghe mentali dei protagonisti. C’è la voglia di Joe di trovare un nuovo amore e di essere un padre meno peggiore possibile per il figlio (sofferente di attacchi d’ansia); c’è il desiderio di Terry di riuscire veramente in qualcosa, togliendosi di dosso l’etichetta di “eterno ex”; c’è il bisogno di Owen di emanciparsi dalla figura paterna per diventare un uomo nel senso più pieno del termine, capace di costruirsi un futuro con le sue sole forze.

Ciò che rende diversa questa serie è il tono, e in particolare la gestione del tempo e degli eventi. E’ un drama insolitamente diretto al pubblico maschile, che quindi non indulge in eccessivi colpi di scena (alla Desperate Housewives) o in scene stracariche di pathos (si vedano gli urli e i pianti di un Brothers & Sisters, tanto per dirne uno). Men of a Certain Age è infinitamente più pacato, sobrio, spesso molto silenzioso. In questo senso rappresenta uno dei telefilm più realistici in circolazione: niente appare mai troppo forzato o inverosimile. I protagonisti incontrano problemi veri, della vita di tutti i giorni, questioni che molti uomini di mezza età si trovano concretamente ad affrontare.
In questa cornice, il lavoro degli attori diventa importantissimo: ai tre protagonisti è chiesto di esprimere una grande varietà di emozioni, ma senza mai sconfinare in una recitazione troppo “urlata”. Si gioca tutto su piccoli sguardi, frasi troncate, gesti minimi che la macchina da presa va a cercare con intelligenza, per mostrare a noi spettatori ciò che gli altri personaggi probabilmente non notano neppure.

Se ci pensate, è esattamente quello che succede nella realtà: non tutte le attività umane finiscono in un litigio chiassoso, in uno sbattere di porte o in notti di sesso sfrenato. E uffa, ci aggiungerei. La vita vera, che piaccia o no, è molto meno rumorosa.
(Oh, a meno che non siate dodicenni tamarri che si comportano come gli Amici di Maria De Filippi, insultandovi in continuazione, amandovi per due giorni e poi basta-ti-odio, e piangendo come koala isterici se per caso vi finisce la carta igienica nel cesso.)

La difficoltà era portare sul piccolo schermo questo “silenzio”, questa ordinarietà, riuscendo comunque a proporre un racconto interessante. A mio giudizio l’obiettivo è pienamente raggiunto, proprio grazie all’evolversi lento ma costante della storia, e alla capacità di restituire con inaspettata potenza disagi, imbarazzi e piccole vittorie che qualunque spettatore ha sperimentato sulla propria pelle.

Giunti in fondo, sento distintamente l’eco di una domanda che rimbalza nelle vostre testoline: perché, o pavido postatore, hai messo le mani avanti all’inizio dell’articolo, se poi pensi che la serie sia così ben costruita?
Molto semplice: tutta la roba che vi ho detto sul silenzio, sulla sobrietà, sulla ricerca di gesti minimi di grande significato, viene letta da buona parte degli spettatori come una colossale sfracellata di coglioni.

Dopotutto, il mondo è bello perché è vario…



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