13 Gennaio 2011 2 commenti

The Cape 2.0 – Il nuovo supereroe delle serie tv di La Redazione di Serial Minds

Sei mesi dopo, torniamo sul luogo del delitto

Copertina, Pilot

Oggi parliamo di The Cape e non è la prima volta.
Lo facemmo già sei mesi fa (dico sei-mesi-fa), a luglio 2010 quando la messa in onda era ancora lontanissima e tutti in rete parlavano solo della bruttezza di Happy Town.
Adesso, gennaio 2011, tutti parlano del primo episodio. Facile così.
Comunque, abbiamo deciso di tornarci sopra pure noi, sia perché è giusto dare comunque una seconda possibilità, sia perché in questo modo possiamo bullarci su quanto siamo avanti.
Ok, la storia della seconda possibilità è una cazzata.
Per l’occasione, l’abbiamo visto in due.
O meglio, Diego l’ha rivisto, perché oh, non so se ve l’ho già detto, ma noi di The Cape abbiamo scritto già sei mesi fa.

The Cape è una serie iniziata il 9 gennaio su NBC con un doppio episodio. Racconta le vicende di Vince Faraday, un poliziotto incastrato dal cattivone di turno e costretto a vestire i panni di un supereroe, per salvare la città e riempire i lunghi pomeriggi della disoccupazione.

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Da ieri penso all’aggettivo giusto per descrivere questa serie e alla fine sono arrivato a questa conclusione: The Cape è commovente. Una commovente cagata, ovvio. Ma non una schifezza che ti fa incazzare e venire la rabbia, nemmeno una di quelle talmente plateali da farti godere di piacere sadico. No, The Cape è commovente perché ispira compassione. Non si può voler male a una serie che sbaglia tutto lo sbagliabile: attori, scrittura, tono. Ogni cosa. Rapidamente: il protagonista fa parte della categoria degli insopportabili, clan poco invidiabile che vede tra i suoi membri Mark Benford di Flash Forward e lo sceriffo sarcazzo di The Gates (due serie non proprio riuscite, peraltro). David Lyons è monoespressivo e con la sfiga che quell’espressione è pure odiosa. La scrittura è imbarazzante per diversi motivi: innanzitutto cerca di mantenere un’epica da lungometraggio, comprimendola però in 40 minuti. Il risultato è una serie di scene rapide, punteggiate da dialoghi sul senso della giustizia che neanche Il cavaliere oscuro. Manca poi un elemento che nei supereroi, all’alba del 2011 (ma anche del luglio 2010, quando recensimmo per la prima volta The Cape, non dimenticatelo), è ormai irrinunciabile: l’(auto)ironia. Nel pilot di The Cape, è presente solo due volte: quando compare il Carnival of Crime – che a dire il vero fa sperare in un mezzo capolavoro – e nella sequenza finale, con il negoziante che suggerisce al nostro di fare un piccolo sforzo di fantasia riguardo il proprio nome da supereroe (che in italiano viene tradotto come La Cappa, con ovvi fraintendimenti presso i costruttori di cucine). Infine, una scelta devastante: quale mente malata può pensare di dare in dotazione a un supereroe un’arma stupida come un mantello in grado di avere prorompenti erezioni? Per queste e molte altre pecche, The Cape commuove e fa compassione, un po’ come quei parenti non proprio a posto. Sì, quei parenti che di solito eviti. Ecco. (MV)

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Ciao, mi chiamo Diego. Forse vi ricordate di me per grandi classici di questo blog come Smarriti o Serie che (non) durano. E sì, sono quello che aveva visto in anteprima galattica The Cape. Giusto per ribadirlo, così il Villa mi va in brodo di giuggiole.
Dare una seconda chance a un telefilm/film/libro è sempre una cosa importante, ad averne tempo e voglia, perché spesso si scoprono qualità di cui prima non si sospettava l’esistenza. Ovviamente ci sono sempre delle eccezioni alla regola, e The Cape è una di queste. Boiata era e boiata è rimasto, anche dopo aver ri-visto il primo episodio e dopo essermi sorbito il secondo. A dirla tutta, qualcosina da salvare ci sarebbe pure: qualche ideina passabile di regia, una colonna sonora piuttosto elaborata, alcune battute effettivamente azzeccate, persino una bella sigla. Purtroppo, però, questi piccoli barlumi di speranza galleggiano in un maleodorante stagno di banalità. Il Villa parla di “dialoghi sul senso della giustizia che neanche Il Cavaliere Oscuro“. Ma magari, dico io! The Cape cerca di ricostruire l’epica vista in pellicole come il capolavoro fumettistico di Christopher Nolan, ma non ce la fa per oggettivi limiti di scrittura. Ogni emozione, che sia rabbia o dolore o rimpianto, è spiattellata con spaventosa brutalità in un discorso verbale e visivo che sa di pappetta per bambini degli anni Settanta. Serve molto più spessore, molto più non-detto, molto più coraggio nel trovare formule comunicative nuove che pure il concept meriterebbe (fumetti su carta e al cinema ne abbiamo visti tanti, ma in tv sono ancora un genere abbastanza bistrattato, se si escludono casi eccellenti come Smallville o il Batman in pigiama di tanti anni fa).
Ma oltre a ciò che il Villa ha giustamente sottolineato, e oltre a quello che avevo già detto a suo tempo, aggiungo una riflessione nata dopo la seconda puntata: The Cape è fin da subito mortalmente ripetitivo. Non nel senso di riproporre gli stessi temi o situazioni-tipo (questo è normale per qualunque telefilm), quanto nel senso di “succede proprio la stessa roba: stesso cattivo, stesso allenamento, stesso struggimento familiare”. O forse è solo il modo davvero scontato di porre tutta questa mercanzia narrativa, a farcela sembrare esattamente uguale al pilot.
Soprattutto, l’uso dei flashback di moglie+figlio per dare a Vince la scossa necessaria a liberarsi dalle catene, resistere ai pestaggi, o motivarsi in vista di uno scontro, è un espediente ancora accettabile alla fine di un film o in un cartone animato giapponese. Molto meno in una serie tv dove il protagonista, ogni volta che ha un problema – dalla lotta al crimine alla stitichezza – invoca le immagini del figlio finto-coreano per superare l’ostacolo (o espellerlo), manco fosse un superpotere da ex prostituta redenta.
I dati di ascolto americani sembrano confermare quest’impressione di generale pochezza: neanche il 6% per il primo episodio (battuto da prodotti come Family Guy o Desperate Housewives), un po’ meglio il secondo, che però è stato trasmesso in uno slot “facile”, quello delle 22:00, che non sarà la sua collocazione definitva.
Quindi, nel nostro post di SEI MESI FA, avevamo predetto anche questa… (DC)

PS Villa, ma tu non credi che non tutto questo riferirsi al post di SEI MESI FA, abbiamo scritto l’articolo più irritante ed egocentrico della pur breve storia di Serial Minds? Ma forse è solo un’impressione…



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