Spesso ci è capitato di recensire un pilot prima ancora di conoscerne i risultati d’ascolto. Siamo mica dei pusillanimi.
Stavolta invece, al momento di parlare del primo episodio di Lights Out (nuova serie di FX creata da Justin Zackham), sappiamo già come ha performato…
Cacchio se è andato male!
Poveraccio, peggior risultato di sempre per il debutto di una serie drammatica su FX (patria, ricordiamolo, di perle vere come The Shield, Sons of Anarchy e Nip/Tuck).
Se volessi prendermela comoda, userei quel dato negativo come scusa per vomitare critiche, avendo le spalle ben coperte.
Ma siccome io, a dispetto del fisico approssimativo e del terrore degli insetti, ho un cuore impavido, me ne frego altamente e vi parlo di Lights Out come di un gran bel telefilm, che meriterebbe ben più fortuna!
La storia: Patrick “Lights” Leary (non Leery, Dawson non c’entra), è un ex campione di pugilato sposato e con tre figlie. A cinque anni dall’ultimo incontro, dopo aver lasciato la boxe su preghiera della moglie,
si ritrova praticamente al verde: la palestra gestita con il padre e il fratello brucia più soldi di quanti ne raccolga, un recente progetto immobiliare è praticamente crollato (oh, come faccio io i giochi di parole…) e la gloria di un tempo non serve a pagare i debiti. Tra lavoretti da vip semi-dimenticato e incarichi non proprio “legali” come riscossore di debiti, Patrick si rende conto che, forse, dovrà tornare a combattere un’ultima volta.
Sì, lo so, messa così è banale. E’ pieno il mondo di ex pugili alla canna del gas, che devono battersi per sopravvivere più di quanto lottassero sul ring. A mo’ di esempio farò il nome di una saga filmica quasi sconosciuta, roba da cineforum: Rocky.
Lights Out però va un po’ oltre, proponendo qualche interessante variazione. E’ tutto legato al comportamento del protagonista, interpretato da Holt McCallany, attore dal volto enigmatico ma non privo di carisma. Patrick è sì un ex pugile segnato dai colpi (immancabile la tac che evidenzia possibili problemi neurologici, inquietante ombra da qui a fine serie), ma è anche stranamente tranquillo. Non è il classico imbecillotto con pugno facile e lingua sciolta, a cui basta un niente per accendersi e finire in casini mastodontici. A una inevitabile componente aggressiva, infatti, è affiancata una straordinaria gentilezza, che Leary riserva alle figlie, alla moglie, al padre, e anche al fratello, pur incapace di salvarlo dalla bancarotta.
Insomma, si nota la capacità di dipingere un personaggio granitico, persino minaccioso, ma anche buono e potenzialmente fragile. Voi mi direte: ciccio, guarda che il Balboa era uguale… E invece no, cari miei, perché Stallone scivolava spesso nel melodrammatico, nell’emozione scomposta, fino al mitico urlo con labbro storto (Adrianaaaaa!). Patrick, invece, se ne starebbe innocuo e zitto, se non fosse per il portafogli vuoto. Emerge dunque la figura di un uomo sorprendentemente “normale”, mai sopra le righe, messo all’angolo e costretto a reagire da eventi fuori del suo controllo (la crisi economica, il fallimento dei suoi progetti, i rischi per la salute). Un uomo come tanti, e quindi come noi, per il quale è facile provare affetto e simpatia. Anche se ha la faccia di uno che potrebbe staccarti la testa con uno sputo.
Questo il punto di maggior interesse, ma fortunatamente non ci si dimentica del resto, dal casting azzeccato alla buona regia –
alcune inquadrature sono splendide, così come le scene di boxe. Rilevanti anche certi esperimenti nella sintassi narrativa, che mostra sempre le conseguenze delle scazzottate “prima” dei combattimenti stessi, così che il menar pugni avvenga solo in flash back: lo scontro fisico rimane sempre e comunque il “passato” di Patrick. O, almeno, quello che lui vorrebbe fosse il passato.
Rimane da chiedersi il perché dell’iniziale fallimento. Difficile dirlo, visto che il pubblico delle cable non si fa certo spaventare dai prodotti complessi. Allo stesso tempo, gli spettatori di FX sono abituati a telefilm più violenti e ritmati (The Shield), più dichiaratamente thriller (Damages), o più provocatori (Nip/Tuck). La relativa sobrietà di Lights Out – più vicina alle lentezze sospese di AMC (Mad Men, Breaking Bad, The Walking Dead) - potrebbe averli allontanati, unita forse alla difficoltà di proporre, a gente che ha ben presente i danni della crisi economica, uno show che evoca proprio quegli stessi spettri.
Per la serie “almeno quando accendo la tv, vorrei non pensare alle rate del mutuo”.
Previsioni sul futuro: Patrick dovrà scendere a continui compromessi per garantire un futuro dignitoso alla sua famiglia, fino a conseguenze pericolose e inaspettate. Da capire quanto spazio occuperà l’ipotesi di un ultimo incontro.
Perché guardarlo: il racconto è pacato ma intenso, e a suo modo abbastanza originale.
Perché mollarlo: al di là del fatto che è già a rischio chiusura, non è esattamente una serie dal ritmo incalzante…
11 Responses to “Lights Out”
15 gennaio 2011
NamasteDopo averlo visto ieri sera sono entrato sul sito curioso di vedere se lo avevi già recensito ed eccolo qua. Che dire? Pilot potentissimo! E la sobrietà, che sono d’accordo, lo mette più in linea con le produzioni AMC che non FX, per me non è mai stato un difetto, semmai un valore aggiunto.
Memorabile poi la scena tra padre e figlioletta in gelateria in cui alle domande innocenti della bambina dopo aver visto qualche scena dell’incontro di box del padre in TV, si alternano, inaspettate, le immagini di Lights che picchia a sangue degli orribili uomini “comuni”, un dentista arrogante e uno sbruffone da bar. Perchè adesso che c’è il rischio di perdere tutto non si tratta più di picchiare un altro, ma come spiega alla figlia: “di picchiare un altro prima che quel qualcuno picchi te”, come dire “mors tua vita mea”. Sullo scappare poi, non è proprio una scelta contemplata, soprattutto quanto per te stare sul ring è come respirare. Se dovessero cancellare questa serie in maniera prematura giuro che m’incazzo sul serio, confido però sul fatto che è una produzione cable, e quindi almeno qualche altro episodio dovremmo vederlo. Si sa per caso se almeno tutti i 13 episodi previsti sono già stati girati?
Piccole note sul cast, oltre al maestoso protagonista, faccia da Nosferatu alla Christopher Walken su un corpo alla Dominic Purcell, per il quale mi è impossibile non fare il tifo, e di Catherine McCormack, indimenticata Muron di Braveheart, mi fa piacere la presenza di Pablo Schreiber nel ruolo del fratello Jimmy. PS: Ma quanti bravi attori che ha sfornato “The Wire”!
15 gennaio 2011
marcovillaChe sia potente e fatto molto bene, nulla da dire.
Il mio dubbio è: ma siamo sicuri che sia un soggetto ideale per una serie?
Mi spiego: questo primo episodio è la perfetta prima parte di un film (il primo atto, giusto per tirarsela un po’). Perché allora tirare avanti per una decina di puntate quando altri 80 minuti avrebbero potuto chiudere la faccenda?
Il mio timore è che la moda delle serie lente (da Mad Man a Rubicon) stia facendo perdere di vista l’essenza del prodotto seriale. Per dire, Boardwalk Empire è altrettanto lento e classico, ma ha talmente tanti personaggi che uno sviluppo a episodi è più che legittimo, quasi indispensabile. In questo caso, invece, la struttura sembra concentrarsi in modo pressoché esclusivo sul protagonista. E allora torno alla domanda iniziale: c’era proprio bisogno di farne una serie?
15 gennaio 2011
diegocastelliNon sono d’accordo. Credo sia proprio l’impostazione del ragionamento a essere sbagliata: non esiste una serie che non possa essere anche solo un film (quanti film corali e pieni di personaggi abbiamo visto nella storia del cinema?), e ugualmente non esiste un film che non possa essere tradotto in serie. Dipende sempre e solo dall’abilità di chi scrive, che deve essere capace di accorciare o diluire il brodo a seconda delle esigenze. Io credo che l’unica cosa che conta sia: “il racconto prende? E’ efficace? trasmette qualcosa, che siano riflessioni, emozioni, sentimenti?” Se la risposta è sì, ha diritto a essere raccontato, serie o film che sia. Tu sollevi un elemento di criticità, sottolineando come la vicenda di uno e un solo protagonista possa essere troppo poco per portare avanti un intero telefilm. Ma anche in questo caso si potrebbero fare ottomila esempi di serie incentrate su un solo protagonista. A mio giudizio, archiviata come valida la prima puntata, bisogna vedere come evolverà, ma il secondo giudizio andrà dato tra un po’, non credo abbia dei limiti a prescindere.
15 gennaio 2011
marcovillaNon parlo di impossibilità (ogni cosa può essere compressa o dilatata), ma di soggetti più adatti per un film e altri più adatti per una serie.
Lights Out, a mio avviso, è più adatto per un film e la mia reazione al pilot è stata: “Bello, però altre dodici puntate anche no”. C’è là in fondo l’obiettivo finale, ovvero il grande incontro, sulla strada già si vedono gli allenamenti, la presa di coscienza che il corpo non risponde più come un tempo, i ripensamenti, la moglie, i guai del fratello, la figlia che vuole adolescere, un imprevisto che rischia di mandare a monte tutto. E sono tutte cose che, con il ritmo del pilot, ci starebbero comodamente in poco più di un’ora.
Poi oh, magari sbaraglia ogni pregiudizio.
Mi saprete dire.
15 gennaio 2011
Dottor D.“[...] non esiste una serie che non possa essere anche solo un film [...] e ugualmente non esiste un film che non possa essere tradotto in serie.”
Qui c’è da mettere qualche puntino sulle i.
E’ vero che qualsiasi serie potrebbe anche essere un film. Ma non è vero che qualsiasi film potrebbe diventare una serie. Almeno, non una buona serie.
Certo, volendo si può stiracchiare all’infinito qualunque storia. Ma spesso il prezzo è l’efficacia della storia stessa, come dimostra l’ineluttabile bruttezza di alcuni sequel cinematografici. Non tutte le storie hanno il DNA adatto al to be continued.
Trovo, viceversa, che tutte le storie diventino stucchevoli se le tiri troppo per le lunghe. Questo, secondo me, è il tallone d’Achille della serialità: è raro che una serie riesca a mantenere un buon livello di qualità dopo la seconda o terza stagione.
Di lì in poi, se la gente continua a seguirla è solo perché è affezionata ai personaggi.
15 gennaio 2011
Dottor D.La prova del nove.
Fateci caso: i film che hanno fatto la storia del cinema sono sempre basati su soggetti molto specifici, che trattano di situazioni particolari. In soldoni, su idee originali.
Al contrario, le sitcom di maggior successo partono da soggetti estremamente generici, direi banali. Gruppo di Amici Convive Sotto lo Stesso Tetto: vi ho appena riassunto la bibbia di Friends.
Questo perché, ovviamente, più i confini sono vaghi e più la storia si presta ad essere portata avanti senza forzature.
Cinema e telefilm sono ben lontani dall’essere intercambiabili. E se col cinema si può effettivamente raccontare qualsiasi cosa, non tutte le storie sono adatte a diventare serie.
15 gennaio 2011
diegocastelliLa mia era più che altro una provocazione per dire che un bravo sceneggiatore è capace di fare qualunque cosa. Certo, dare seguito a una storia inizialmente pensata per uno svluppo breve non è semplice, e molte volte la cosa si è rivelata un fallimento. In alcuni casi poi ci si dà la zappa sui piedi (vedere il nostro post “Serie che (non) durano”, dedicato proprio a quei telefilm, come prison break o ugly betty, che partono da un’idea di base che porta già in sé l’inizio della sua conclusione).
Detto questo, nel caso specifico di Lights Out io non vedo questa difficoltà al proseguimento. Proprio perché in realtà il concept è più generale di quanto potrebbe sembrare: si parla di un ex pugile che deve fare i conti con una crisi economica che lo butta sul lastrico. Questa storia, che in un certo senso è la storia di molte persone normali in questi anni (a parte la boxe), è potenzialmente infinita, perché noi possiamo stare a guardare questo tizio e i suoi problemi per anni. Di nuovo, quello che conta sono i prossimi eventi, e come saranno raccontati. Non vedo alcun “finale già scritto” in una serie del genere.
Poi devo assolutamente contestare la tua affermazione “è raro che una serie riesca a mantenere un buon livello di qualità dopo la seconda o terza stagione”. Non solo non è raro, ma è anzi ciò che si cerca da una serie. I telefilm di qualità che durano 2-3 anni vanno benissimo. Ma il vero plus della serialità sono gli anni e anni di programmazione, l’accompagnare lo spettatore in un significativo pezzo della sua vita, non in una o due serate.
Tu dici che ogni serie è trasformabile in film, ma non ogni film è trasformabile in serie. Non potrei essere più in disaccordo :-) O meglio, il problema dell’interscambiabilità dei soggetti e delle storie esiste eccome. Ma allora non è affatto vero che ogni serie può diventare un film. La storia alla base di una serie può certamente essere concentrata in un paio d’ore di racconto, ma non avrà mai la stessa forza. Penso a ER: di ER si sarebbe certamente potuto fare un film, con le medesime modalità espressive. Ma sarebbe stata una trasposizione prettamente “tecnica”. Gran parte delle emozioni di ER derivano dal fatto, per esempio, che segui per 10 anni (e sono 10 anni veri) la crescita di Carter da giovane e inesperto specializzando a medico più importante del reparto. Un film da solo non avrebbe mai potuto raccontare quella storia con lo stesso impatto. E se dovessero fare oggi un film di ER, la sua forza deriverebbe solo dal fatto di avere alle spalle 15 anni di serialità televisiva.
Per farla breve, io credo che ogni mezzo abbia le sue specificità, i suoi punti di forza e le sue debolezze (a dirla tutta, io credo che la serialità sia molto più potente del cinema ;-) ). Le sfumature intermedie sono date dalla bravura di chi quel film o quella serie li scrive e li dirige. E di sfumature possono essercene davvero tante!
15 gennaio 2011
NamasteIo mi sono chiesto la stessa cosa quando ho visto il pilot di Lost, bell’idea ma forse più adatta al cinema pensai, con cosa riempiranno gli altri episodi? Non è un caso se gli stessi autori pensavano di chiudere dopo 2 stagioni, e invece sono arrivati a 6. Una di troppo? capolavoro o bufala? Poco importa, finchè i fan lo seguono, e soprattutto finchè ne parlano, i network non hanno motivo per porsi dei limiti, e quindi neanche gli autori. Solo così, posso spiegami, per esempio, l’inspiegabile successo di Superman a puntate (di cui non ho mai visto un solo fotogramma), che sembra sia arrivato alla decima stagione. oppure di Dexter, che avrebbe dovuto nelle intenzioni degli autori chiudersi alla quinta (ma magari!), ma continuando a macinare questi ascolti, perchè rinunciare alla gallina dalle uova d’oro? Non lo condivido, ma lo capisco.
Quello che voglio dire, è che le intenzioni degli autori, in alcuni casi, contano davvero poco. Sono i dati auditel a decretare quanti anni gli autori passeranno a sviluppare i personaggi di una serie. Se facciamo l’eccezione del già citato The Wire, le serie che hanno un progetto tematico già definito, con un inizio e una fine, in pratica non esistono. I fan chiedono serie che se proprio devono finire che almeno abbiano un finale conclusivo, ma è come pretendere di conoscere il nostro futuro da un indovino, finché continui a pagarlo quello ti dirà sempre che è roseo e duraturo, mica che schiatti domani.
Nessuno sa come una serie evolverà o come sarà ccolta, non lo sanno i network, figuriamoci gli autori, si butta sempre lì un cliffhanger di quelli potenti sperando che ci sia una seconda e magari terza o quarta stagione, ma poi a decidere è sempre il pubblico, vedi Rubicon. Si può fare I tre giorni del condor a puntate senza rischiare di annoiare lo spettatore? Apparentemente no, eppure è stato fatto. Nel sistema industriale americano in cui scrivi oggi, giri tra un mese, e passi in TV tra due, purtroppo questi calcoli non possono essere fatti. Per cui mi sembra inutile chiedersi se un’idea sia cinematografica o più televisiva. Questo lo decide l’auditel e non le storie, e sappiamo che di buone storie e di buone idee il pubblico americano non capisce un cazzo…
16 gennaio 2011
diegocastelliCaspita che quadro fosco! Inutile dire che sono molto più ottimista di così :-)
Il fatto che la serialità televisiva, ma in generale gran parte dell’industria culturale, sia legata al successo commerciale è una cosa risaputa, e non potrebbe essere altrimenti. Ma la sfida sta proprio qui: riuscire a tirare fuori prodotti di qualità senza per questo rinunciare ad appassionare il pubblico. Lo fa la tv, lo fa il cinema, lo fa la musica e via dicendo. Peraltro, mi pare che gli Stati Uniti ci riescano molto meglio, ad esempio, di noi: un Dottor House, che è complessivamente un capolavoro, è nato là, mentre il prodotto italiano da tv generalista è IL peccato e la Vergogna, le fiction sui papi e via dicendo. Quindi dire che il pubblico americano non capisce un cazzo, quello stesso pubblico che ha decretato il successo di House, Lost, Grey’s Anatomy, ER e Friends, mi pare un tantinello eccessivo. E sono rimasto sulla generalista, perché è evidente che se ci spostiamo sulle cable il livello sale ulteriormente, proprio perché va a intercettare un pubblico molto più esigente dal punto di vista culturale e intellettuale. Questo blog non esisterebbe se la produzione telefilmica mondiale non avesse sfornato decine di prodotti sublimi. E tutto rimanendo all’interno di un sistema prettamente commerciale.
E’ chiaro che quello stesso sistema può creare delle storture, può dilatare troppo una storia, può decretare la morte di un’altra, quando invece avrebbe meritato più spazio. Ma questo, di nuovo, non è un problema della serialità televisiva e basta, bensì dell’intera produzione culturale, che fatica a sopravvivere in mancanza di qualcuno che la apprezzi e la finanzi (con i soldi di un abbonamento, col il prezzo di un biglietto, con l’acquisto di un cd).
Per quanto riguarda invece Smallville, molto si potrebbe dire. Tu lo chiami, spregiativamente, “Superman a puntate”. Il che è esattamente quello che superman deve essere: parliamo di fumetti, e i fumetti sono a puntate, né più né meno dei telefilm, quindi la trasposizione di Superman in una serie tv è molto più coerente rispetto all’originale. Andando nello specifico, io di Smallville ho visto tutti i fotogrammi da te evitati: posso dire senza dubbio che ci sono stati episodi brutti e noiosi, ed episodi pregevolissimi. Ma quello che mi preme sottolineare è che l’affetto continuo dei fan – tra l’altro non capisco che problema dovrebbe esserci se una serie va avanti a oltranza proprio in virtù del seguito degli appassionati, non è esattamente quello il suo scopo? Il fatto che ci sia un largo pubblico fedele e disposto a seguirla non rende automaticamente una serie meritevole di esistere? – ha fatto benissimo a Smallville, nella misura in cui ha potuto spingerlo su territori inaspettati ed, per quanto mi riguarda, estremamente interessanti. Smallville era iniziato come la giovinezza di Superman, né più né meno, e poteva finire con l’essere uno di quei prodotti destinati a finire presto, del tipo “questo prima o poi dovà diventare superman, no?”. Invece, proprio la necessità di andare avanti, una necessità tutta commerciale, ha costretto gli autori a spremersi le meningi, creando una sorta di universo parallelo che non è più quello dei fumetti di superman che conoscevamo, ma è un’altra realtà, con i suoi codici e le sue regole. Un mondo a parte (concetto sfruttatissimo dai fumetti, peraltro…) che ha “aggiunto” moltissimo a una serie che, di per sé, poteva essere vista come banale illustrazione audiovisiva di contenuti già narrati su altri supporti. Che poi Smallville rimanga una serie per adolescenti su un canale per adolescenti, non ci piove, con tutte le semplificazioni e i difetti che questo può portare. Ma proprio la durata decennale di Smallville le ha consentito di raggiungere risultati che in 3-4 anni non si sarebbe neanche sognata.
17 gennaio 2011
NamasteAllora, mi pare doveroso un passo indietro. E’ ovvio che quando dico che “il pubblico americano non capisce un cazzo”, è soprattutto la rabbia a prevalere, perchè non c’è stata quest’anno una serie che mi abbia tenuto incollato allo schermo come “Fringe”, a serio rischio di cancellazione, o perchè dopo “Star Lone” e “My Generation” che eppure avrei continuato a seguire volentieri, per non parlare di “Rubicon”, ecco un’altra serie che mi prende dal primo episodio come “Lights Out” che rischia di essere il primo flop del 2011. C’è poi ovviamente l’altro lato della medaglia, quello che citavi tu stesso, con un pubblico generalista che premia giustamente prodotti nuovi come “Glee” (che a dispetto dei molti detrattori per me rimane geniale) e “Modern Family”, ma anche successi ultra-decennali come l’originale CSI che dopo 11 anni non perde un colpo, e uno più esigente pronto ad accogliere la tragi-commedia di una donna ammalata di cancro o una storia ambientata tra i pubblicitari degli anni ’60. Quello che voglio dire è che quando parliamo di serie-tv, anche per me, non ci sono inglesi o australiani che tengano, se molti di noi (compreso me) sono diventati sempre meno cinefili e sempre più telefilm-addicted, lo devono soprattutto alle serie made in USA, e al pubblico di quel paese che ha saputo negli anni saper apprezzare e far prosperare serie innovative come 24, I Soprano, The Shield, West Wing e compagnia bella.
Certo, sarebbe bello che i nostri gusti personali incontrassero più spesso quelli del grosso pubblico, ma quando come nel mio caso sei più propenso a seguire e ad affezionarti a quelle serie cosiddette di nicchia, che non durano più di un paio di stagioni, è ovvio che un po’ ci rimani male, e questo giusto per giustificare il mio sfogo. Se davvero dovessi prendermela con un campione di pubblico, lo farei senz’altro con quel 93% che non guarda Lost sui Rai 2 o con quel 95% che non guarda Glee su Italia 1, o che ancora mi costringe a guardare i nuovi episodi di NYPD o de I Soprano alle due di sabato notte d’estate, correndo invece in massa alle repliche de I Cesaroni, medici in famiglia, preti e maestrine varie. Insomma, se dovessimo davvero fare un rapporto tra i due pubblici, non ci vorrebbe poi molto a capire quale di questi sia il più superficiale.
Sul discorso Smalville, sul quale lo ammetto è prevalsa la mia avversione verso i teen-drama che dai tempi di The OC evito come la peste, non voleva essere un attegiamento “snobbistico”, è solo un genere che non è nelle mie corde, per cui mi cospargo il capo di cenere e ribadisco che la mia era una pura esemplificazione da ignorante in materia. Se una serie va avanti da 10 anni è ovvio che dei meriti ce l’avrà pure.
Tornando invece all’interessante discorso se un soggetto sia più adatto ad un lungometraggio o a una serie-tv, ti do sostanzialmente ragione, non si può stabilire a priori, dipende soprattutto dall’abilità degli autori, penso all’imminente “Lucky” con Dustin Hoffmann, a leggere il plot sembra pensato per essere un film, e magari è stato proprio così, poi magari si sono accorti che idea e personaggio funzionavano meglio se anzichè comprimerli venivano dilatati. E personalmente credo che la tendenza di Hollywood sarà sempre più questa, quella di prendere l’idea di un un film e di farci invece una serie (o tutti e due).
17 agosto 2011
Alessandro TurelliDelusione incredibile la cancellazione di Lights Out, una serie che ha mostrato sia alti che bassi, in realtà, ma per cui nutrivo immense speranze per le stagioni successive. Graditissimo anche il personaggio di Ed Romeo con un Eamonn Walker come al solito al massimo.