30 Agosto 2011

Sirens – Paramedici poco medici e molto para di Marco Villa

Un pilot in cerca di identità

Come probabilmente saprete, Shonda Rhimes ha più volte giustificato i comportamenti da idioti dei protagonisti del suo Grey’s Anatomy con il fatto che – avendo passato buona parte dell’università a studiare come pazzi – si sono ritrovati alle soglie dei trent’anni con i bisogni e gli istinti sessuali di un branco di diciottenni. Con l’ovvia conseguenza di provare a riprodursi ogniqualvolta si chiuda la porta dell’ascensore. Ecco, anche in Sirens i protagonisti si comportano come se avessero diciott’anni, pur avendone una quindicina in più. Ma essendo in una serie inglese e non americana, bevono, vomitano e sono molto meno perfettini.

Sirens è infatti la nuova serie di Channel 4, in onda dal 27 giugno. Sì, la stessa Channel 4 che è casa madre di E4, ovvero il canale che ci ha offerto Skins, Misfits e The Inbetweeners. E il solco su cui si inserisce Sirens è proprio questo. Le sirene cui si fa riferimento nel titolo non hanno nulla a che vedere con Ulisse e le sue maliarde tentatrici. Trattasi banalmente delle sirene d’emergenza delle ambulanze. I tre protagonisti sono infatti dei paramedici un filo tagliati con l’accetta (Ash è gay, Rachid è iraniano, Stuart è uguale al protagonista di quella cagatina di Happy Endings), ma non pensate di esservi imbattuti in una serie medical, perché l’ospedale lo si vede di striscio ed è solo il luogo in cui lavorano i tre personaggi principali e che dà lo spunto per le vicende che devono affrontare.

Per dire, il pilot funziona così (no spoiler, tranquilli). Evento traumatico a cui assistono i tre e conseguente reazione psicologica nei giorni seguenti, secondo il modo di dire che dà il titolo all’episodio: “Up, horny, down”. Ovvero esaltazione, arrapamento e depressione. Queste tre fasi prendono per intero la puntata e mostrano tutte le potenzialità e tutti i limiti della serie.

Potenzialità ce ne sono e sono anche tante. Perché il primo quarto d’ora, per dire, fila via che è un piacere e tutto sembra essere scritto e incastrato a meraviglia. Il fattaccio drammatico, l’atmosfera comunque non drama, i possibili scenari stupidi – tipo la rivalità tra infermieri e pompieri. Insomma, funzionano. A buttare giù l’impalcatura è la fase “horny” della puntata. Qui tutto vira al becero e al pecoreccio con trovate al limite del cinepanettone, come la scena in cui Rachid nasconde le nudità con uno scolapasta, che sta su anche quando toglie le mani… livelli altissimi. Al di là del tono, nella parte centrale è proprio la serie a calare, con inciampi e lungaggini. Ci si riprende nel finale, pur non raggiungendo la linearità e la morbidezza narrativa dell’incipit.

La sensazione, come detto, è di trovarsi di fronte a una serie che nel pilot non sia riuscita a trovare la propria quadra. Cosa vuole essere Sirens? Se la risposta è lo Scrubs inglese, siamo lontanissimi. Il problema è che non si capisce a cosa si sia vicini. Certo, c’è il solito spaccato post-proletario con le casette di mattoni che fa tanto Ken Loach, ma è assolutamente troppo poco. Sirens, insomma, pare un telefilm in cerca di identità. E la cosa fa impressione, dal momento che, al di là del genere, le serie inglesi si sono sempre segnalate per una fortissima caratterizzazione. Vabbè, non possono mica andare tutte bene. Questa, per ora, non è andata.

Previsioni sul futuro: i tre si trascineranno di giorno in giorno, senza grossi scossoni e vittime di una adolescenza infinita.

Perché seguirlo: perché il pilot è talmente poco definito da poter lasciare aperti molti sviluppi e notevoli possibilità di crescita.

Perché mollarlo: perché se è vero che il pilot dovrebbe essere l’episodio su cui ci si impegna di più, qui i risultati non sono certo eccelsi.



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