27 Ottobre 2011 7 commenti

Once upon a time – Il duello sul primo episodio di La Redazione di Serial Minds

Ha fatto il botto di ascolti. Ma merita elogi o merita il napalm?

C’è il mondo delle fiabe, in cui la Regina Cattiva ha tolto a tutti la consapevolezza di vivere nel mondo delle fiabe. C’è il mondo reale, in cui Emma Swan è una donna brillante e indipendente. Un bambino è il collegamento tra i due mondi: è il figlio che Emma ha dato in adozione ed è colui che farà in modo che inizi la battaglia decisiva tra il bene e il male, nella quale Emma rivestirà un ruolo fondamentale.
 

La prima impressione che ho avuto nel vedere Once upon a time è stata: “Ma quando spunta Drew Barrymore?”
E non già per una lontana somiglianza tra Jennifer Morrison (la Cameron di House) e la super-produttrice holliwoodiana, quanto piuttosto per una certa aderenza della serie di ABC a uno specifico modo di intendere il cinema, tanto caro alla paffutella attrice, che potremmo riassumere in: “l’eterna lotta tra il bene e il male con qualche rimando fiabesco e tanti buoni sentimenti spruzzati con una dose di volemose bene”.
In verità, a proposito di rimandi fiabeschi, Once upon a time abbonda di personaggi strappati alle favole più note, essendo imperniato su un’idea già alla base di un cult della letteratura e della cinematografia dei primi anni ’80, quel La storia infinita in cui il giovanissimo protagonista Bastian veniva in possesso di un libro magico che permetteva non solo di immergersi completamente nella storia che andava leggendo, ma di deciderne addirittura le sorti. Rispetto a quella pellicola, Once upon a time alza il tiro, ricreando un mondo fantastico non originale, ma popolato da personaggi estrapolati dalla più classica letteratura per bambini: principe e Biancaneve, strega cattiva, nani e fatine, che improvvisamente riescono a raggiungere il mondo reale, con tutte le conseguenze e gli scombussolamenti del caso.
L’idea di una mescolanza tra fantasia e realtà non è nuova, ma occorre dire che in Once upon a time la fiaba è ricreata con grande attenzione e doverosa tecnica, riuscendo a donare al telefilm un aspetto poetico da vecchio film d’animazione, e dotando i personaggi di una certa credibilità. Proprio la realizzazione tecnica è la parte del telefilm su cui non esistono dubbi: sia le scene nella realtà che quelle nella fantasia sono girate con maestria e capacità. L’animazione digitale, più ancora dell’utilizzo di effetti analogici utilizzati in prodotti tipo Fantaghirò (mi si passi il paragone impietoso), è funzionale a rendere i fondali e i personaggi animati profondamente cartooneschi, enfatizzando toni e saturando colori, senza disturbare l’occhio.
Anche la recitazione non è da meno, e gli attori si muovono a proprio agio sia nella parte in costume che in quella in abiti moderni, dato che, ad esclusione di Emma ed Henry, tutti gli altri attori sono chiamati a svolgere un doppio ruolo. Soprattutto la strega/matrigna, capace di declinare in due modi diversi la cattiveria e la malvagità: da una parte con l’enfasi tipica delle fiabe, dall’altra con quella velata del tempo presente. Da segnalare l’immensa presenza di Robert Carlyle, in una parte caricata ed eccessiva, che l’attore inglese veste alla perfezione.
Ma ovviamente non è tutto oro quello che luccica: i limiti più grandi della serie partono dalla sua essenza stessa, e imprigionano la storia all’interno delle mura di un pericoloso e rischiosissimo infantilismo. La materia trattata appare acerba, destinata a rendere Once upon a time poco più che una storia da raccontare all’ora del sonno. E pur scindendo i piani del reale e del fantastico, il mondo vero, a dispetto delle sue regole, finisce per forza di cose per diventare una fotocopia desaturata del mondo delle fiabe, riproponendo i temi edulcorati dei libri per bambini. Un’apoteosi di buoni sentimenti che potrebbe non riuscire a far esplodere mai quella oscura guerra tra gli opposti di cui il pilot getta le basi, imbrigliando la serie in una inconclusa via di mezzo, senza una destinazione nè un destinatario precisi. // Andrea Palla

 

Once Upon A Time potrebbe essere la trovata del decennio in termini di target e pubblico. I risultati eccezionali del pilot sono lì a dimostrarlo. Vedremo se dureranno, ma l’idea di una serie per famiglie di questo tipo è una bella genialata a livello commerciale. Peccato che faccia cagare. Ma tanto. Io di Once Upon A Time non salvo niente. Anzi, no, salvo comunque Jennifer Morrison, perché ci vuole del fegato ad accettare la parte di figlia abbandonata di Biancaneve e riuscire a non sembrare una pezzente. Il resto, però, è davvero da dimenticare al più presto. Il problema di fondo è semplice: Once Upon A Time si prende sul serio. E prendersi sul serio quando si mette in scena una task force composta da Mastro Geppetto e da Cappuccetto Rosso non è esattamente la mossa migliore. Idem se Biancaneve viene chiamata Snow, con la stessa nonchalance con cui voi chiamate Fra la vostra amica Francesca. Assente totale: l’ironia. E va bene, nelle favole l’ironia non c’è mai. Il problema è che in Once Upon A Time non c’è solo la favola, ma c’è comunque un discorso meta che mette insieme il mondo delle fiabe e quello della presunta realtà. Come dite là in fondo? Un po’ il discorso di Chi ha incastrato Roger Rabbit? Bravissimi, ma qual è l’elemento fondante di Roger Rabbit, forse più che in tutti gli altri film Disney messi insieme? Esatto, l’ironia.

Invece nella cazzo di Storybrooke non c’è nulla di divertente o di folle. E’ davvero la città in cui vivono i personaggi delle fiabe e in cui una versione teen e zoccola di Cappuccetto Rosso viene segregata in casa dalla nonna. E in cui lo gnomo cattivo di una fiaba minore dei Grimm, interpretato da un patetico Robert Carlyle, è diventato il padrone della città (uh, che incredibile ribaltamento di ruoli! Ah, che audacia!). A tutto questo aggiungete il fatto che i flashback fiabeschi li hanno fatti con Paint (Palla, non so che serie hai visto) e – non contenti del livello un tantino alto di autostima che pervade tutta la serie – li hanno caricati anche di una recitazione in stile Gli occhi del cuore, fatta di lunghi sguardi intensi e gente che urla. Quello che resta alla fine di 40 minuti è una versione ridotta di quei film tipo Miracolo su viale Monza, nei quali alla fine si scopre che il vicino obeso è Babbo Natale. Quei film che non si vedono dopo aver compiuto i dieci anni e no, inutile che salti su qualcuno dicendo “ho 35 anni, li vedo ancora e mi commuovo”. Se lo fai, c’è qualcosa che non va. Prendine atto, cazzo. Comunque, quei film sono un genere con le sue regole e i suoi bei lieti fine al termine di 120 minuti. Tenete conto che, in Once Upon A Time, quel tono zuccheroso lo avrete per i suoi 24 episodi e per 43 minuti a episodio, il che vuol dire più di mille minuti. Tutti pieni di tanti buoni sentimenti, di maggioloni giallo limone e di bambini intelligenti e vispissimi, che fregano gli adulti e guardano gli orologi dei campanili, con la testa appoggiata sulle braccia e gli occhi pieni di speranza. Non so voi, ma a me prude già il napalm. // Marco Villa



CORRELATI