24 Novembre 2011 6 commenti

Homeland – Un bel pilot è diventato una grande serie di Marco Villa

Dopo otto puntate, Homeland è diventata grande

SPOILER, EH. SI PARLA DELLE PRIME OTTO PUNTATE DELLA PRIMA STAGIONE

Avete presente quando state seguendo qualcosa e avete la netta sensazione di avere appena assistito a un momento a suo modo epocale? Conta poco che si tratti di film, serie, libro o chissà che altro: resta la consapevolezza che, probabilmente, in futuro vi dimenticherete nomi, intrecci e caratteristiche di personaggi e storie che state leggendo o guardando, ma quel particolare momento no, quello ve lo ricorderete. Ecco, questa sensazione io l’ho avuto con la settima puntata di Homeland.

A due terzi della prima stagione torniamo a parlare di questa serie, già rinnovata da Showtime per la seconda stagione e tra le cose migliori del 2011. Poco più di un mese fa scrivevo di come la prima puntata fosse un manuale del perfetto pilot; sette puntate dopo, la scrittura non ha ancora avuto il minimo calo. I personaggi continuano a essere ottimi e lontani da stereotipi e piattezze. Nicholas Brody (un Damian Lewis eccezionale) è tra i personaggi più complessi e affascinanti degli ultimi anni: vive non solo una spaccatura tra pubblico e privato, come era scontato che fosse, ma, anche all’interno della stessa vita privata, è diviso tra rabbia istintiva per la situazione in cui si trova e la volontà di mettersi tutto alle spalle. Allo stesso modo, Claire Danes sta facendo di Carrie Mathison uno dei migliore ruoli della sua carriera: la recitazione nervosa ai limiti della sociopatia è la perfetta caratterizzazione per una figura che, in realtà, prova a non dare segno di alcuna incrinatura all’esterno. I loro su e giù narrativi ed emozionali sono talmente calibrati da riempire senza problemi sei puntate: l’indagine e la trama avanzano, certo, ma è sui loro alti e bassi che si regge l’intera prima parte della serie. E, come detto, si regge senza stanchezze o affanni.

Fino alla settima puntata, che fa compiere un salto di qualità a tutto il telefilm. Dopo il fallimento di Carrie, coinciso con il successo di Brody al poligrafo, i due si accoppiano selvaggiamente in un capanno e l’episodio si chiude con due momenti cruciali in successione. Prima l’interrogatorio di Carrie a Brody, in cui per la prima volta nella serie entrambi rinunciano a maschere e schermi e dicono la verità. Poi la scoperta che il commilitone di Brody non è morto e che è lui il terrorista che si sta cercando. Due situazioni, due rivelazioni che fanno compiere un giro di 180 gradi alla serie e la cambiano nel profondo. Fino a quel momento, abbiamo assistito alla storia di una donna convinta che un uomo stia mentendo a un’intera nazione: dopo quelle due scene, non sarà più così. Per potenza narrativa, si tratta di situazioni normalmente poste al termine di una stagione. In questo sta un ulteriore merito di Homeland: tante serie si sarebbero limitate a un solo arco narrativo lungo tutte le 12 puntate. Se ci pensate, è un po’ il dramma delle ultime stagioni di True Blood, incapaci di sviluppare più di una trama e costrette a tornare sempre sui propri passi, finendo per avvitarsi e implodere. Homeland, invece, ha il coraggio di rischiare e di fare più del dovuto. Un segno di grande rispetto per lo spettatore, che probabilmente si sarebbe ritenuto soddisfatto anche con una maggiore diluizione del racconto.

Ecco, quindi, che quelle due scene segnano una svolta importante per la serie e per l’esperienza di visione di chi segue il telefilm. Sono un punto fermo che permetterà agli autori di cercare direzioni sempre diverse, nella consapevolezza di avere preso con sé il proprio pubblico. Alcune serie ci impiegano stagioni, altre una manciata di puntate. Non è un caso che l’ottava puntata scompagini nuovamente tutto, spostando l’attenzione per 40 minuti su un nuovo personaggio e sparando poi una cartuccia pesantissima nel finale, ributtando Brody nella mischia. Un’altra grande puntata, sicuro, ma il grosso del lavoro, come detto, è stato fatto nell’episodio precedente. È lì che Homeland è diventata grande.



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