27 Gennaio 2012 1 commenti

Touch – Il ritorno (da tenerone) di Kiefer Sutherland di Diego Castelli

Bambini autistici, lacrimoni, potenzialità e rischi cosmici

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Se c’è una cosa che la Fox sta pubblicizzando alla morte in questi mesi è Touch, la nuova serie spiritual/fantasy/commovente ideata da Tim Kring, già papà di Heroes, e con protagonista Kiefer Sutherland, al suo ritorno in tv dopo gli anni dorati (e insanguinati) di 24.

Ebbene, il pilot andato in onda il 25 gennaio – per i successivi episodi bisognerà attendere il 19 marzo – è estremamente ambizioso, ma è anche uno dei più difficili da valutare che mi siano capitati negli ultimi tempi.
Che poi, tradotto in linguaggio comune, significa: o fa il botto, o lo deridono per decenni.

Prima delle opinioni, i fatti.
Touch racconta la vita di Martin Bohm, ex giornalista di successo finito a fare l’addetto bagagli all’aeroporto, costretto a occuparsi da solo del figlio autistico, che non parla, non accetta di essere toccato, e sembra vivere in un mondo tutto suo, fatto di numeri, telefoni cellulari e quaderni per appunti, tipo giovane Rain Man matematico. Il piccolo Jake ha bisogno di attenzioni particolari, che il pur amorevole padre non sembra riuscire a fornirgli, tanto che entrano in scena i servizi sociali, pronti a portarglielo via.
Sembrerebbe la solita storia di difficili rapporti familiari, ma il quadretto cambia quando Martin, seguendo l’opinione del bizzarro Arthur DeWitt (Danny Glover), comincia a pensare che forse, dietro il mutismo e gli scarabocchi senza senso del figlio ci sia in realtà il tentativo di comunicare all’esterno qualcosa di così grosso e potente da non poter essere espresso con le semplici parole.
Banalizzando, possiamo dirla così: tutti gli elementi del cosmo sono interconnessi tra di loro in milioni di modi. Jake percepisce con chiarezza tutte queste connessioni, che per il resto di noi sono invisibili, e con l’aiuto del padre riesce a tradurle in informazioni concrete, che l’uomo usa per soccorrere le persone più svariate, segnate da destini funesti che solo il ragazzino riesce a decifrare e prevedere.

Siete ancora con me? Mi rendo conto di aver scritto molta trama, ma era necessario. Anche perché rende bene l’idea di un pilot che ci mette del tempo a entrare nel vivo. Ci vuole un po’, insomma, perché lo spettatore capisca di cosa stiamo parlando, qual è il livello cosmico-planetario della faccenda: qui non c’è Dustin Hoffman che conta gli stuzzicadenti caduti da una scatola, c’è un bambino sostanzialmente onnisciente, che però non riesce a comunicare questa onniscienza in modo normale. Un deficit comunicativo che è la base stessa del racconto: di fatto, quello che seguiamo è il costante tentativo di Martin di capire cosa cazzo Jake voglia dire, per trasformarlo in azioni concrete che salvino la vita della gente.

Tutto il pilot di Touch è votato all’emozione, più che alla razionalità. C’è il tentativo evidente di commuovere e stupire, con il rapporto difficile ma tenerissimo tra Martin e il figlio, e attraverso la sorpresa nello scoprire come e quanto siano connesse le vite di persone diversissime, unite a filo doppio da semplici oggetti come cellulari e scuolabus, da viaggi in treno mancati e biglietti della lotteria. Più che la struttura dell’”indagine”, se così vogliamo chiamarla, conta lo stato interiore dei vari personaggi, costantemente avvolti e guidati da un universo pulsante, che investe il loro cuore con emozioni violente: dalla paura di perdere la vita, al sollievo di vedersi salvati all’ultimo secondo; dalla gioia di un padre che recupera le ultime foto della figlia morta, alla sorpresa di un’aspirante cantante che, chissà come, trova la propria performance caricata sulla rete; dal dolore per l’incapacità di comunicare col proprio bambino, all’inattesa speranza nello scoprire che in realtà è possibile entrare in contatto con lui.

E diciamo subito una cosa importante: l’emozione arriva, anche se non proprio tutte le volte che dovrebbe. In questo gli autori sono molto furbi: bambini problematici e genitori preoccupati smuovono facilmente le corde del sentimento. Ma anche l’atmosfera è quella giusta, l’immagine è curata fin nei minimi dettagli, la recitazione degli attori è sempre all’altezza, primo fra tutti Sutherland, che riesce a dare al suo personaggio tutte le sfumature necessarie. Senza dover torturare nessuno, l’ex Jack Bauer può dedicarsi a inquadrature ravvicinate in cui far vedere tutte le sue espressioni da cucciolo ferito-arrabbiato-speranzoso.

Ora però arrivano i problemi: Touch è una serie rischiosissima. Prima di tutto perché il concept è piuttosto fumoso: ci vuole un intero episodio per spiegarlo come si deve, in 50 minuti che non sono esattamente semplicissimi da seguire. E’ un prodotto complesso, pieno di eventi grandi e piccoli, emotivamente molto carico, e non è affatto scontato che gli autori sappiano creare ogni settimana questo livello di connessioni multiple e ambientazioni diverse. Il rischio è che la storia, forse più adatta a un film che alla serializzazione, si sfilacci, si faccia troppo banale o ripetitiva. Ma soprattutto, il pericolo mortale è che tutte le scene commoventi, se non scritte e girate e montate perfettamente, scadano nel ridicolo. Penso ad esempio all’uso della sequenza di Fibonacci, che fa tanto Codice da Vinci, o a quando la centralinista si bulla col ragazzino suicida affermando di sapergli recuperare un forno solo perché ha appena conosciuto uno che li vende (come se io promettessi a qualcuno la tribuna vip a San Siro solo perché ho intravisto Ibrahimovic all’Esselunga).
In questo senso, possiamo forse prevedere che Touch piacerà a una certa fetta di pubblico femminile (poi però vediamo se hanno voglia di impegnarsi così tutte le settimane). Ma una cosa pressoché certa è che Touch si presterà benissimo alla parodia e alla presa in giro. Soprattutto gli ascolti dovessero andare bene, spunteranno come funghi ridoppiaggi, fumetti, battute di spirito, molte delle quali probabilmente su questo stesso blog.

Perché con un bambino con quelle capacità, così magicamente consapevole del famigerato effetto farfalla, ci vuol poco a pensare a implicazioni curiose: nell’episodio sette, il piccolo Jake sventerà una rivolta talebana nello Yemen semplicemente mettendo un tappo di sughero nel culo del padre; nell’episodio nove, il tenero Jake convincerà il genitore che solo torturando un certo numero di arabi innocenti con l’aiuto di un tizio di colore – che inseguiva i cattivi con Mel Gibson – potrà sventare una cospirazione intragovernativa; nell’episodio dieci, il silente Jake pronuncerà la sua prima frase, durante una commovente cena con di famiglia, e sarà un potente e inaspettato “che, mi passi il sale?”

Si potrebbe andare avanti così per giorni. Il che potrebbe anche essere un bene per la popolarità indiretta dello show, oppure un boomerang devastante. Al momento è difficile prevederlo, non essendo io un bambino autistico con un padre ex agente del CTU. Ecco, fatto ancora.

Perché seguirla: Al di là del buon livello produttivo e attoriale, si percepisce il tentativo (lodevole) di creare un prodotto il più possibile nuovo e di ampio respiro. E al momento voglio proprio vedere dove va a parare.
Perché mollarla: il rischio che vada in vacca è e-l-e-v-a-t-i-s-s-i-m-o. E credo che molti di voi diranno che in vacca ci è andato subito.

UPDATE: Sono usciti i dati di ascolto del pilota. Posizionato dopo American Idol, Touch è stata la miglior premiere di un drama su FOX da tre anni a questa parte, dominando il target commerciale e il pubblico maschile, il cui interesse non era così scontato, essendo la serie così “sentimentale” (ma evidentemente Kiefer è Kiefer!). Debutto molto positivo dunque, vedremo come proseguirà dopo la partenza nel suo slot ufficiale, il 19 marzo dopo House.
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