11 Aprile 2012 2 commenti

Magic City – La Miami pi di Marco Villa

Gli intrighi della Miami degli anni ’50: un pilot che soddisfa fino in fondo

 

 

Magic City racconta di Miami nel 1958, nei giorni in cui, a poche miglia al largo, la rivoluzione del Che e di Fidel Castro rovesciava Batista e cambiava per sempre gli equilibri politici ed economici dell’area. Magic City racconta di come, in quella Miami, simbolo dello splendore americano nel decennio dopo la vittoria nella guerra, si intersecassero gli interessi di imprenditori, criminali, sindacalisti, politici, mafiosi. Un contesto estremamente interessante, come sa chi ha letto James Ellroy, che, proprio in quell’epoca e proprio in quella città, ambienta alcune (molte) delle pagine più significative del suo American Tabloid, controstoria statunitense di un decennio cruciale.

Magic City, però, è soprattutto la storia di un luogo, il Palamar Hotel. Nel pilot, questo albergo, mai mostrato in inquadrature ampie, come a voler preservare una certa sacralità della struttura, è il posto in cui si incrociano le storie dei personaggi più o meno principali. Protagonista è Ike Evans, fondatore e proprietario dell’albergo, nonché fulcro dell’intera vicenda: è intorno a lui che ruota tutto ciò che accade in Magic City. Dai problemi con i sindacalisti in sciopero alle questioni organizzative interne all’albergo, passando per le vite sentimentali (e non) dei due figli e finendo con la gestione del personale cubano, preoccupato e teso per la rivoluzione socialista che sta avvenendo a Cuba.

Detta così, sembra una cosa di una pesantezza inaudita. Sbagliato: il pilot di Magic City riesce a introdurre tanti personaggi e tante vicende senza avere né lo spirito dello spiegone, né il vizio della lentezza fine a se stessa. Il primo viene evitato grazie a una sceneggiatura che chiede del lavoro allo spettatore, inserendo in continuazione elementi in apparenza incomprensibili, che trovano spiegazioni solo nell’evolversi nell’episodio e mai attraverso chiarimenti palesi. Il secondo, nonostante sia in agguato fin dalla sigla sospesa e poi in tutta la messa in scena pettinata, viene invece tolto dal tavolo grazie a una narrazione in cui, banalmente, le cose succedono. Non sto a dire cosa succede, per evitare spoiler, ma ci sono almeno due avvenimenti che fanno vibrare il pilot e che, presumibilmente, avranno serie ripercussioni nel corso dei prossimi episodi.

Ricapitolando: atmosfera e contesto di assoluto fascino, narrazione con dei punti fermi molto solidi e la voglia di non realizzare solo un affresco, ma di raccontare storie. Manca solo l’elemento cast, che può essere sintetizzato nel protagonista (Jeffrey Dean Morgan, il lacrimogeno Danny Duquette di Grey’s Anatomy, una sorta di incrocio tra Javier Bardem e George Clooney, ovvero gente che suda carisma) e il di lui figlio (Stevie, interpretato da Steven Strait). Due attori che hanno il phisique du role e due personaggi che danno l’impressione di non essere appiattiti a semplici funzioni narrative e, soprattutto, che non paiono esauriti nel loro scavo psicologico dopo i primi 50 minuti.

Di norma, il pezzo dovrebbe finire qui. Pilot approvato, soddisfazione, voglia di vedere come andrà avanti. Aggiungo una nota: la cosa più facile sarebbe stata citare dall’inizio alla fine Mad Men, visto l’enorme punto di contatto della volontà di ricostruire un’epoca. Non l’ho fatto volutamente e il motivo è semplice: che palle. Già da anni dobbiamo affrontare ogni tre mesi un plotone di serie presentate come eredi di Lost, evitare il giochino anche per Mad Men pare quantomeno cosa buona e giusta. Nel nostro piccolo, ci si prova.

Perché seguirlo: per l’equilibrio che ha dimostrato nel pilot tra contesto (e ricostruzione dell’epoca) e racconto vero e proprio (leggi: succedono delle cose!)

Perché mollarlo: perché è una serie che più pettinata non si potrebbe e perché il rischio leziosità è davvero vicinissimo.

 



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