8 Giugno 2012 7 commenti

Continuum – Belle idee da realizzare meglio di Diego Castelli

Carino eh, ma servirebbe HBO

Anno 2077. I governi sono andati zampe all’aria, e il Nord America è scivolato nelle mani delle grandi mega-società, mascheratesi da Provvidenza di fronte all’inadeguatezza dei politici. Un po’ come se il debito italiano venisse saldato da McDonald’s, che ci mette al sicuro dalla crisi ma intanto elimina democrazia e libertà di parola, sostituendo Mario Monti col pagliaccio mangia-patatine.
Su questo sfondo, un gruppo di ribelli è disposto a tutto, anche a sacrificare migliaia di innocenti, pur di far risorgere la libertà.

Questo è lo scenario iniziale di Continuum, nuova serie sci-fi di Showcase, debuttata in Canada con ottimi ascolti un paio di settimane fa.
E voi penserete “ah classico, seguiamo le vicende dei terroristi che in realtà sono combattenti buoni e giusti, oppressi dal sistema”. Invece no, perché la protagonista è Kiera, poliziotta del futuro (si chiamano “Protettori”) che quel sistema lo vuole proteggere e preservare. I ribelli vengono catturati e condannati a morte, ma quando la sentenza sta per essere eseguita, riescono ad attivare un congegno che li porta indietro nel tempo, al 2012, dove sperano di fermare la svolta autoritaria prima ancora che venga concepita. Peccato che Kiera interviene e torna indietro insieme a loro, iniziando una sfida che durerà per tutta la serie.
Non possono mancare gli aiutanti dell’eroe: da una parte Alec Sadler, che nel 2077 è l’Uomo che Fuma di X-Files, mentre nel 2012 è un geniale ragazzino che sarà presto inventore di tutte le tecnologie fighe del futuro. E poi c’è Carlos Fonnegra, poliziotto dei giorni nostri che diventa collega di Kiera (spacciatasi per poliziotta del nostro tempo) e l’aiuta contro i criminali. Che prima o poi finiscano nudi da qualche parte è scontato e necessario.

Ah, dimenticavo l’ultimo “aiutante”: la divisa che Kiera si è portata dietro dal 2077, un condensato di tecnologia clamorosa che le consente di diventare un super-sbirro in grado di crackare computer, raccogliere e registrare informazioni, resistere ai proiettili e via dicendo. Roba che nemmeno McGyver riuscirebbe a fare, neanche con una scorta supplementare di cannucce e nastro adesivo.
E giusto per non farci mancare niente, la divisa è una tutina aderente che mette in risalto le forme di Kiera quel tanto che basta a farla diventare una star tra gli adolescenti giapponesi.

Scusate davvero se mi sono dilungato con questi dettagli, ma erano importanti per capire il primo punto fondamentale: Continuum nasce su un’ottima idea, e avrebbe potenzialità spaventose. C’è un po’ tutto quello che può interessare gli appassionati di fantascienza: il futuro distopico, la privacy sacrificata in nome del controllo (tutto ciò che Kiera vede e ode è registrato a livello sinaptico in quanto pubblico ufficiale), il viaggio nel tempo coi suoi paradossi, i gadget sfiziosissimi, la gnocca malinconica, il bellone da accoppiarle con senso di colpa al seguito (Kiera è sposata e ha un figlio), il nerd geniale e un po’ comico, una tematica politico-sociale di grande respiro, i misteri e i dettagli non detti (come il fatto che l’Alec Sadler del futuro non sembra stupito della fuga dei prigionieri, forse perché sono eventi che ha già vissuto grazie al crono-viaggio di Kiera?).

Come se non bastasse, Continuum aggiunge a questi elementi classici anche una prospettiva un po’ diversa dal solito, cioè quell’inversione di punti di vista cui si accennava all’inizio: solitamente siamo abituati a patteggiare per i personaggi che vogliono abbattere i regimi dittatoriali. Stavolta, invece, seguiamo le gesta di una poliziotta che deve proteggere quello stesso regime, contro tipacci descritti con una certa durezza: a parte gli ideali, sembrano dei gran bei bastardi.
E’ uno squilibrio di grande effetto, che si spera possa aggiungere spessore alla narrazione: pian piano, Kiera potrebbe (anzi, dovrebbe) accorgersi dei difetti del sistema che ha giurato di proteggere, ma allo stesso tempo non potrà abbracciare in pieno la causa dei ribelli, disposti a superare qualunque linea etica pur di raggiungere i propri scopi.

Se fin qui va tutto bene, se possiamo rallegrarci di fronte a un prodotto con tanti spunti interessanti e un buon margine di originalità, dobbiamo poi affrontare la dura realtà: è un telefilm canadese.
So che suona razzista, e molti di voi saranno già sul chi vive, pronti a snocciolarmi una lunga lista di meritevolissime serie canadesi. Ma la verità, per quanto riguarda Continuum, è che purtroppo in molte occasioni ti costringe a sperare in un remake di HBO o di Showtime. Il problema non sta tanto nella componente visiva: gli attori sono dignitosi – e Rachel Nichols, già vista in Alias, Criminal Minds, Star Trek, è sufficientemente gustosa – e la messa in scena tutto sommato accettabile. Vero che qualche scena sembra girata con il cellulare, ma poi ripensiamo a certi green screen di Revenge e perdoniamo un po’ tutto.

Il vero problema è la scrittura. Per ora le grandi potenzialità del concept sono comprensibilmente solo accennate, in un calderone davvero pienissimo di ingredienti, ma sono proprio lo sviluppo di alcune sequenze, così come lo scarso spessore di alcuni dialoghi, a lasciare un po’ perplessi.
Il giovane Alec accetta la provenienza futura di Kiera con la stessa sorpresa di uno che conosce una ragazza di Cleveland. Il cattivo catturato da Kiera deve usare un ridicolissimo “Mi hai iniettato il Torox, stronza!”, per farci capire nel modo più didascalico possibile che gli è stato inoculato un siero della verità. Carlos il poliziotto trova Kiera su una scena del crimine e senza neanche vedere un distintivo le racconta praticamente tutti i dettagli del caso a cui sta lavorando.

Sono solo alcuni esempi di una certa sciatteria generale. Le potenzialità della storia avrebbero bisogno di una sceneggiatura calibrata e sfaccettata al millimetro, come un Game of Thrones o un Battlestar Galactica (giusto per rimanere in ambito fantasy-fantascienza), e che invece rimane spesso ancorata a un rassicurante livello-Everwood. A parte i grandi misteri da scoprire, buona parte dei dettagli che potrebbero essere suggeriti sottilmente, o veicolati attraverso piccole idee creative, sono invece spiattellati con gioiosa noncuranza, fino a punte (fortunatamente rare) di vero e proprio cominco involontario.

Probabilmente proverò a seguirlo per un po’. Sono solo 10 episodi, l’estate è periodo di magra, e la storia è comunque interessante. C’è però il forte rischio che alla fine si riveli un frustrante “vorrei ma non posso”.

Perché seguirlo: Concept convincente e ricchissimo di spunti. Protagonista gnocca. E’ estate e c’è tanto spazio nel calendario.
Perché mollarlo: Spesso (troppo spesso?) non è all’altezza delle sue potenzialità. E per questo fa girare i coglioni.



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