14 Novembre 2012 4 commenti

Underemployed – Quando il cast ti salva un’intera serie di Marco Villa

Almeno qui hanno scelto gli attori giusti

 

Nell’autunno in cui tutte le nuove serie sono deludenti (il discorso completo l’abbiamo fatto qua), capita che titoli che normalmente avrebbero attirato i nostri lazzi si meritino addirittura qualche plauso. Ho detto qualche eh, non pensate che stia per scrivere la prima recensione davvero entusiasta da due mesi a questa parte. È una questione di asticella: abbassala e improvvisamente anche gli scarsoni riusciranno a valicarla. Certo, non faranno un perfetto stile Fosbury, ma, arrancando, qualcosa magari portano a casa.

E Underemployed – in onda su MTV USA dal 16 ottobre – qualcosa porta a casa. Non è una serie nuova, anzi, è un po’ un Frankenstein di cose già viste e di successo. L’ambientazione a Chicago e la grafica ammiccanno a Shameless, gli intrecci e le paturnie a Girls. Questo solo per dare i due riferimenti principali.

Underemployed (creato da Craig Wright, già alle prese con Six Feet Under, Lost e creatore di Dirty Sexy Money) parla di cinque ragazzi sospesi tra la fine del college e il mondo del lavoro. La wannabe scrittrice costretta a vendere ciambelle in un negozietto deprimente; l’aspirante modello che fa il cameriere alle feste; la pubblicitaria brava brava brava, ma ancora costretta a stage non pagati; il figlio di papà che gioca a fare Macao e a salvare le foreste; la musicista senza speranze che lavora in un bar. Direte: minchia che fantasia! Ecco, sì, fantasia a bizzeffe. A questi stereotipi che ciao, aggiungete alcune situazioni un filo intollerabili: tipo che la scrittrice è vergine (oh, dio! Questi esseri umani così votati all’introspezione e alla sensibilità che finiscono per dimenticare che sono fatti di carne!) e che gli ultimi due descritti sopra stanno insieme, si mollano perché lei va in tour per non si sa quanto non si sa dove cercando fortuna, lei torna incinta, si rimettono insieme come se niente fosse dopo un anno (sì, lo so: i bambini si fanno in nove mesi, lei torna dopo un anno, ma il bambino è suo. Sospensione dell’incredulità, please). E lei si offende a morte se lui le chiede se ha giaciuto con altri uomini nel corso dei dodici mesi precedenti. Vabbè.

Capirete che non siamo certo di fronte a un prodigio di scrittura: i protagonisti sono in fondo versioni ripulite e normalizzate di Fiona di Shameless. Diciamo così: sono Fiona Gallagher se avesse potuto fare il college e non avesse avuto una mandria di infanti e adolescenti da far crescere. E certe paranoie e problematiche arrivano dritte da Girls – fatta la tara di scrittura, drammaticità e bellezza, per quanto non sia certo che i tempi produttivi possano aver permesso questa influenza.

Cosa salva allora Underemployed? Facile: il cast. I cinque protagonisti sono freschi, perfetti per i loro ruoli e non sono di una bellezza esagerata e fuori luogo come quelli dei telefilm di The CW. E non è poco in un anno in cui gli errori di casting si sono inseguiti settimana dopo settimana. Tra tutti, la medaglietta io la do a Sarah Habel, che riesce a dare al personaggio di Daphne una leggerezza e una sottile cretineria di fondo che non sono da poco. Per intenderci, se Jess di New Girl è volutamente esagerata nella sua scissione “sono bellissima” vs. “sono un’idiota”, questo personaggio riesce a mettere insieme le due cose in modo del tutto credibile.

Poi, certo, è l’autunno in cui tutte le nuove serie sono deludenti e per forza di cose il metro di giudizio cambia. Non è certo una serie da mettere nell’hard disk delle grandi occasioni, ma può diventare il tappabuchi di una serata in cui tardano a uscire i sub di qualcosa di importante. E poi non sottovalutate la leggerezza del cast. Mi piacerebbe dire: vedremo come cresce e torniamo a parlarne. Ma già so che non accadrà. Perdonatemi, ma è anche l’autunno in cui mi tocca scrivere i pezzi mentre in cucina il tecnico mi fa la revisione della caldaia alle 8e30 del mattino.

Perché seguirlo: perché è il tipico esempio di serie in cui un buon casting riesce a eliminare debolezze e non originalità strutturali e narrative.

Perché mollarlo: perché comunque l’aspetto drama è fortemente annacquato e c’è il rischio che si trasformi in una robina adolescenziale da nulla.



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