23 Novembre 2012 2 commenti

Ciao Boss di Diego Castelli

Non è morto Springsteen eh, hanno chiuso la serie di Starz…

Copertina, Necrologi, On Air

Si ringrazia Simona per il prezioso supporto mnemonico.

Vedi a volte le coincidenze? Pochi giorni fa il Villa mi ha detto: “perché non fai un pezzo su Boss, che quest’anno non ha avuto neanche un articolo dedicato?”
Molto ragionevole, il mio compare, ma non ne avevo granché voglia: ho trovato la seconda stagione inferiore alla prima, ma non così inferiore da creare un caso.
Comunque ci rifletto, e mentre ci rifletto arriva il colpo: Starz ha deciso di mandare Tom Kane in pensione, e non ci sarà una terza stagione. Boom.

Ogni dubbio viene spazzato via. Un po’ come quando ti ammazzano il vicino di casa e arriva il telegiornale: magari era un mezzo bastardo che faceva chiasso fino alle due di notte e non raccoglieva gli stronzi imprevedibilmente grossi che il suo chihuahua mollava nel giardino condominale, ma se è morto e arrivano le telecamere il defunto diventa “un brav’uomo che salutava sempre”, “una persona molto attiva nella comunità e nel volontariato”, “uno tranquillo,, si vedeva poco ma nessuno gli voleva male”.

Ecco, con la sua dipartita Boss non può che guadagnarsi un necrologio. Tanto più che, poveraccio, sto telefilm non era affatto un vicino di casa rompicoglioni, era invece una delle cose migliori viste in questi due anni.
Ne avevamo parlato diffusamente in occasione del pilot e anche oltre: Kelsey Grammer – uno che veniva dalla comedy e che non pensavamo potesse essere così convincente in un ruolo drammatico – ha dato vita a un personaggio realmente “monumentale”, perfetta incarnazione di quel miscuglio di ambizione, potere, astuzia e decadenza che spesso ha stuzzicato la fantasia di scrittori e sceneggiatori (si pensi, tanto per fare il nome più altisonante, al mitico Kane di Quarto Potere, a cui il protagonista di Boss ha persino rubato cognome e riferimenti vari).
In questi due anni, Tom Kane ha ordito trame, cercato appoggi, minacciato politici, stretto e distrutto alleanze, in nome del potere e di un’aspirazione all’immortalità che a volte abbiamo persino scambiato per autentica volontà di fare il bene.
Un personaggio complesso, sfaccettato, pieno di ombre, ulteriormente complicato da una malattia degenerativa che doveva essere una sorta di co-protagonista dello show, e che spesso invece è stata messa in secondo piano rispetto alla lotta politica e agli intrighi di palazzo.

La seconda stagione, come accennavo all’inizio, è apparsa leggermente inferiore alla prima. Non è stato tanto un problema di marcata inferiorità della scrittura, anche perché ci sono stati momenti di grandissimo impatto e resa tecnica eccelsa (come l’attentato di inizio stagione, la scena dell’ingresso di Kane a Lennox Gardens, la tensione dei risvegli del padre di Meredith, e via dicendo). La questione è che Boss è (era) una delle serie più “pesanti” del panorama attuale: puntate lunghe, complicate, dense di sfumature e avvenimenti. Che è un bene, specie se si ha l’accortezza di vederle a una certa distanza dai pasti abbondanti. Però la mancanza di uno scarto, di un’ulteriore accelerazione rispetto all’anno scorso, ha reso più evidenti alcune pesantezze. Probabilmente, la gelida spietatezza di Kane ci aveva così stupito al primo giro (vi ricordate quando ha dato la figlia drogata in pasto alla polizia e ai media?), che inevitabilmente la sua riproposizione è suonata come leggermente “già vista”.
Poi ovviamente ognuno potrà apprezzare o meno la singola scelta, il singolo risvolto narrativo o il singolo dialogo, ma insomma, ci siamo capiti.

Anche perché, e qui arriviamo alla notizia della cancellazione, forse qualcosa poteva essere fatto per migliorare le sorti dello show. In onda su Starz, Boss andava male già l’anno scorso. O meglio, faceva un ascolto leggermente superiore alla media di rete del prime time, ma il fatto è che Starz puntava a qualcosa di più (ricordiamo che stiamo parlando della rete di Spartacus).
La questione, dunque, è questa: se hai una serie che fa relativamente poco, ma di cui hai ordinato la seconda stagione prima ancora di trasmettere il pilot, forse è il caso di pensare a come renderla più appetibile per l’anno successivo. Una cosa non semplice, ovviamente, altrimenti saremmo tutti lì a scrivere sceneggiature, ma non mi pare sia stato fatto alcuno sforzo di rinnovamento o lieve cambio di direzione, cosa che alla fine ha penalizzato un prodotto da cui era abbastanza facile uscire, ma in cui era parecchio complicato entrare in corsa.

Detto questo, non è nemmeno giusto dare troppo addosso a Starz: di certo le reti a pagamento hanno un limite di sopportazione diverso rispetto a una rete generalista, perché più che alla pubblicità devono pensare a offrire al proprio pubblico una programmazione riconoscibile, ordinata  e affidabile, che non salti di palo in frasca ogni due giorni. Allo stesso tempo, però, non si può tenere vivo un prodotto che non funziona, perché un prodotto che non funziona fa perdere abbonati e non ne attira di nuovi. Tanto più che nel caso di Boss la rete non detiene nemmeno i diritti della distribuzione internazionale, che qualche soldino aggiuntivo in cassa poteva portarlo.
E’ il mercato baby, c’è poco da fare.

In questo senso, più che lamentarci di Starz che chiude Boss, dovremmo quasi ringraziarla per averne prodotto due stagioni, visto che su una ABC qualsiasi non sarebbe durato neanche due puntate (su ABC ovviamente sarebbe stato scritto e girato in modo assai diverso, ma non è questo il punto). Senza contare che, per rispetto verso i pochi ma agguerriti spettatori, la rete sta pensando a un tv movie conclusivo, che porti a compimento la storia di Kane.

E’ andata così, ragazzi. Era una bella serie che non è riuscita ad attecchire su un pubblico abbastanza largo, e a Hollywood la beneficenza non si fa a nessuno. A noi rimarrà il ricordo della bravura di Grammer (vincitore del Golden Globe), della regia di Gus Van Sant e dei suoi emuli, della suspense tutta giocata sulle parole e sullo stress di personaggi tirati al limite, della bellezza maiala di Kathleen Robertson e di quella più elegante di Connie Nielsen. Non mi pare pochissimo, in fondo.

Ci risentiamo per il finale posticcio. O, nel caso, per lamentarci che non c’è un finale posticcio.
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