6 Maggio 2014 3 commenti

Con la serie di Gomorra ce la giochiamo con gli americani – Intervista a Stefano Sollima di Marco Villa

Intervista a Stefano Sollima, regista e showrunner di Gomorra – La serie

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Martedì 6 maggio inizia su Sky Atlantic Gomorra – La serie. Un prodotto che punta in alto e vuole ripercorrere la strada di Romanzo Criminale. In occasione della partenza di Gomorra, abbiamo intervistato Stefano Sollima (foto qui sopra), regista di entrambe le serie.

Per iniziare un piccolo chiarimento sui ruoli: in Gomorra – La serie ti sei occupato solo della regia o hai partecipato anche alla scrittura?
Ho supervisionato la scrittura, con un ruolo da direzione artistica che mi ha permesso di iniziare a lavorare sul progetto fin dall’inizio. Ho supervisionato il lavoro degli scrittori e poi degli altri registi della serie, che sono Francesca Comencini e Claudio Cupellini.



Quindi hai fatto un po’ da showrunner all’americana?
Sì, l’impostazione è stata quella.

Anche Romanzo Criminale era nato così o questa volta è stata diverso?
No, la prima stagione di Romanzo Criminale era già stata impostata e scritta da Daniele Cesarano e poi l’ho fatta mia lavorando da regista. Nella seconda stagione, invece, ho partecipato anche allo sviluppo della sceneggiatura.

Ciro-Di-Marzio-(MarcoD'Amore)

Ai tempi della seconda stagione, Romanzo Criminale era diventato un fenomeno di costume: tutti citavano le battute e parlavano in romanesco. Credi che possa succedere anche con Gomorra?
Non lo so, sono dei progetti completamente diversi. Lo sguardo su Gomorra ha un’attenzione al vero e al realismo che ha implicato delle scelte diverse di scrittura. Su Romanzo Criminale eravamo un po’ più liberi, perché raccontavamo un fenomeno un po’ distante nel tempo, quindi avevamo una sorta di filtro e potevamo giocare un po’ di più col materiale narrativo. Per questo, i personaggi di Romanzo Criminale erano immediatamente più simpatici ed empatici. In Gomorra il tipo di racconto è completamente diverso e senz’altro ogni volta che accadrà un certo tipo di fatti anche la serie verrà citata.

In che modo il film Gomorra ti ha condizionato, se ti ha condizionato?
Ho amato moltissimo il film di Matteo Garrone, ma non mi ha condizionato: sarebbe stato sciocco riportare gli stessi elementi del film, quindi abbiamo tolto tutto quello che era già stato raccontato dal film di Garrone. È un approccio diverso rispetto a Romanzo Criminale, in cui abbiamo ri-raccontato la stessa identica storia, ma in modo diverso ed esplorandola maggiormente.

Sui social e sui siti ho letto recensioni estremamente positive da parte dei giornalisti che hanno visto l’anteprima romana. Ti aspettavi una reazione del genere?
Per fare bene il suo lavoro, un regista non si deve porre il problema di come verrà percepito: ovviamente mentre sviluppi e giri devi tenere presente il pubblico, ma in senso allargato, devo pensare allo spettatore finale. Quando giro, immagino me stesso come spettatore, come se fossi una sorta di spettatore che in un certo senso può intervenire sul racconto. Mentre lavoravamo a Gomorra sapevamo che stavamo facendo uno sforzo fuori dal comune, ma non ci ponevamo il problema di come sarebbe stato percepito, anche perché in realtà non si può mai sapere.

Ciro-di-Marzio(Marco-d'Amore)-Daniele-(Enzo-Sacchettino)

Romanzo Criminale e Gomorra arrivano da libri e film di enorme successo: sembra che per fare serie di qualità in Italia serva qualcosa di già garantito in partenza. Secondo te manca un po’ di coraggio melle reti tv o non ci sono storie forti?
È vero Romanzo Criminale era un marchio, ma solo in Italia: all’estero ha funzionato perché era una bellissima storia, raccontata molto bene. Gomorra beneficia di più del fatto che il romanzo di Saviano è già un evento letterario, venduto in tutto il mondo. Questo però fa capire quello che è il limite industriale in Italia nell’approccio alla lunga serialità: gli unici che investono su serie che possono avere appeal internazionale sono quelli di Sky. E lo fanno già dal formato, con puntate da 50 minuti: che è lo standard internazionale e già questo ti apre la strada a un’uscita del prodotto fuori dai confini nazionali. Utilizzare un marchio – diciamo così – già precedentemente affermato forse è una forma di timidezza, però consideriamo che questi sono i primi passi fatti in quest’ottica produttiva: trattandosi di grossi investimenti, è un aiuto avere un marchio che identifica subito il prodotto che stai mandando in onda. A livello tecnico siamo in grado di competere con il mercato internazionale, probabilmente bisognerebbe avere ancora un po’ più coraggio.

Qualche mese fa è arrivata la notizia del remake americano di Romanzo Criminale: andrà in onda su Starz e ovviamente la storia sarà adattata al contesto americano. Come hai reagito alla cosa?
È una conferma dell’ottimismo che ho nei confronti delle nostre capacità. Spesso ci diamo addosso da soli, tendiamo a non supportare i nostri prodotti, ma questa è la dimostrazione che se hai un progetto editoriale coraggioso e investi adeguatamente, possiamo tranquillamente giocarcela e creare dei prodotti competitivi all’estero. È un ulteriore incoraggiamento è lo è stato anche per noi mentre facevamo Gomorra: abbiamo capito di aver intrapreso la strada giusta, ovvero non guardare la nostra tradizione televisiva recente, diciamo degli ultimi dieci anni, ma fare riferimento a quello che avviene nel mondo della grande serialità internazionale.

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In America cinema e tv sono allo stesso livello, con scambio continuo di attori, autori e registi. In Italia, salvo rarissimi casi, c’è uno sbalzo che è enorme: tu sei ottimista anche da questo punto di vista?
Arriviamo in ritardo, ma arriviamo. È chiaro che io quando ho girato Romanzo Criminale non l’ho girata pensando alla televisione italiana, non l’ho girata pensando al cinema, da grande fan delle serie internazionali l’ho fatta come sarebbe piaciuta a me. Per me non c’è mai stata differenza tra un certo tipo di cinema e un certo tipo di televisione e adesso men che mai. C’è stato Romanzo Criminale, adesso ci sarà Gomorra: ci sono esempi dai quali non si può più prescindere anche a livello produttivo. Sarebbe una follia. È ovvio che televisione e cinema sono due mezzi diversi, ma non vuol dire che lavorando per la televisione non si debbano avere cast e risorse di livello o si debba lavorare in modo sciatto. Sono solo due modi diversi di raccontare una storia: al cinema c’è un limite che è dato dal minutaggio che hai a disposizione. In tv questo limite non c’è, ma l’attenzione a tutte le fasi della realizzazione deve essere identica a quella che metti quando lavori a un film. Pensare alla tv come a un mezzo di intrattenimento di serie B è un approccio vecchio.

Non ci sono più scuse vedendo quello che si riesce a fare fuori.
Ma anche quello che riusciamo a fare noi: siamo assolutamente in grado, anche da un punto di vista produttivo, creativo, estetico di competere con i prodotti internazionali, portando però una specificità che sia solamente nostra. Gomorra è un gangster movie, ma non è The Wire: è un altro mondo e ha una specificità in cui tu racconti in parte il tuo mondo, la tua cultura.

Hai citato The Wire, quali altri serie ti hanno colpito?
L’ultima che mi ha colpito moltissimo è stata True Detective. Quella è la televisione che vedo e quando vado a fare una serie televisiva io penso a quello, mi viene assolutamente naturale cercare di rapportarmi con quel livello.

True Detective ha spostato ancora più in alto un’asticella, un limite, sia per la qualità di scrittura, sia per il livello di cast e recitazione: McConaughey è incredibile.
Sono assolutamente d’accordo con te, ma nel momento in cui da spettatore vedi quello che fanno gli altri, non puoi semplicemente arrenderti all’idea per cui gli americani e gli inglesi debbano e possano far meglio di noi. Non è assolutamente così, possiamo tranquillamente competere con loro, anche industrialmente.

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Da questo punto di vista, però, dicevi che è solo Sky ad avere volontà e possibilità di fare serie di un altro livello. Ovviamente non possono produrre mille serie, ma una ogni tot di anni, in questo modo il cambiamento è lentissimo.
Sì, è un inizio, bisogna dare tempo anche agli altri di organizzarsi. Siamo in un momento di transizione, anche tecnologica: una serie viene fruita in otto, dieci modi completamente diversi rispetto a dieci anni fa, quando c’era un televisore, una serie di reti e tu sceglievi tra quelle reti. Ora tu vai a cercare il contenuto e lo vai a cercare trasversalmente su media diversi. Un episodio di Gomorra puoi vederlo in diretta, ma puoi registrarlo, vederlo quando vuoi, vederlo su internet o su Sky Go in treno. C’è in atto una rivoluzione tecnologica che cambia l’approccio dello spettatore. Bisogna dare tempo agli altri broadcaster, ma si allineeranno pure loro.

Speriamo. Domenica ho visto uno spezzone de La certosa di Parma su Raiuno ed era una cosa imbarazzante.
Perché hanno come pubblico di riferimento un pubblico molto più adulto, ma è un pubblico che deve cambiare: quando io sarò parte di quel pubblico, in prima serata vorrò vedere un film come Matrix, non il vecchio sceneggiato. È sempre stato così, anche in America: adesso tutti producono prodotti aggressivi come House of Cards, ma non dimentichiamoci che HBO esiste da vent’anni e anche HBO è partita con pochissime cose selezionatissime, che producevano solo loro. Facevano I Sopranos, ma li facevano solo loro. Adesso tutti sono andati dietro: la stessa cosa succederà in Italia.

Prima o poi dovranno andare a ruota.
Lo faranno per forza. Già dei piccoli tentativi ci sono: Tutti pazzi per amore è un tentativo di una produzione un po’ più giovane e fresca. Anche Braccialetti rossi – che però non ho visto – è provare a fare televisione coinvolgendo un pubblico giovanissimo e portandolo a vedere i tuoi programmi. Qualcosa faranno, lo faranno anche loro.



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