27 Giugno 2014 7 commenti

Orphan Black – La seconda stagione si è salvata di Francesco Martino

La seconda stagione di Orphan Black prova a volare alto, rischia, ma tiene. E rilancia.

Copertina, Pilot

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Quante volte vi è capitato di scoprire una serie per puro caso e di divorarne un’intera stagione in pochi giorni? Quanto tempo avete poi passato ad aspettare impazientemente nuovi episodi, pensando a cosa diamine stavate facendo mentre gran parte degli spettatori seriali guardava la vostra nuova serie preferita? Ecco, è esattamente questo ciò che mi è successo con Orphan Black, drama sci-fi di origine canadese, trasmesso da Space (li stessi di Continuum per intenderci) e da BBC America, che racconta l’intreccio delle story-line di Sarah, Beth, Alison e Cosima; quattro cloni invischiati in un giro di esperimenti genetici e fanatismi religiosi. Come detto, la prima stagione mi ha entusiasmato, ma in questi casi c’è sempre il rischio di rimanere delusi dalla seconda stagione. È per questo che il mio approccio alla seconda annata di Orphan Black è stato un saggio mix di eccitazione e prudenza, prudenza figlia delle delusioni ricevute nel corso degli anni dalle serie tv.

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Nel corso della seconda stagione la serie ha voluto alzare il tiro, ampliando il raggio d’azione delle protagoniste e prendendosi un’inevitabile serie di rischi: nuove trame significa nuovi intrecci e tanta carne al fuoco, quella che generalmente provoca un caos narrativo che porta al fallimento di una serie. La base del plot, quello che poi abbiamo conosciuto come Project Leda, è sembrato svanire in poche e semplici spiegazioni, dovute soprattutto alle modeste fondamenta della sotto trama, portata troppo avanti per quelle che erano le sue vere potenzialità. In questo caso, però, un colpo di coda viene dato negli ultimi minuti del season finale, in grado con poche mosse di rimettere in piedi le macerie della stagione. La scoperta di Charlotte, la figlia adottiva di Marion Bowles, appartenente ad una nuova linea di cloni provenienti dal DNA di Beth ha riaperto gli interrogativi sui cloni e sul destino, soprattutto medico, di questi. Ma il vero atto di coraggio è stato fatto con Project Castor, la controparte maschile, e militare, del Leda. Avevo “fiutato” il cliffhanger (basta avere un po’ di dimistichezza con i miti) e, in realtà, speravo profondamente di sbagliarmi. Il motivo è semplice, ed è poi il perché Orphan Black è a suo modo un gioiellino: i personaggi, l’intreccio creatosi tra i cloni e l’enorme talento di Tatiana Maslany.

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È inutile girarci intorno, perché nonostante le arie da drama sci-fi questa serie basa il 90% della propria fortuna sull’empatia nata tra lo spettatore e i personaggi, continuamente “violentati” (la scena all’inizio dell’ultimo episodio mi ha distrutto moralmente) dalle vicende. Il destino incerto di Cosima, tirato avanti per diversi episodi, altro non era che un semplice specchietto per le allodole, un modo furbo di mandare avanti lo sviluppo della trama Dyad-Kira continuando però a spingere sul legame tra spettatore e personaggi. Il progetto Castor parrebbe minacciare questa perfezione, introducendo una nuova serie di cloni maschili, intaccando la forte centralità femminile della serie, e, apparentemente, riciclando una trama vecchia di due stagioni. La speranza però viene dalla nuova natura del progetto, di matrice militare, e quindi potenzialmente esplosiva dal punto di vista narrativo (cloni soldati fuori controllo!).

La seconda stagione di Orphan Black ha voluto provare a volare più in alto, andandosi a scontrare con i propri limiti ma, invece di precipitare rovinosamente, ha saputo settare il livello per il giusto proseguimento della serie. È ovvio però, che in futuro i passi falsi saranno giudicati in modo molto più severo.

p.s. Ammetto di avere odiato la scena del ballo nell’ultimo episodio.



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