6 Agosto 2014 12 commenti

Ormai è ufficiale: Halt & Catch Fire è una serie della Madonna di Diego Castelli

AMC ha fatto centro un’altra volta

Halt & Catch Fire (3):

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ATTENZIONE! SPOILER SU TUTTA LA PRIMA STAGIONE DI HALT & CATCH FIRE!!!
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Credo che la cosa migliore che ti possa capitare guardando una serie tv (ma vale anche per i film, i libri ecc) è partire con aspettative basse o quantomeno indifferenti, e poi scoprire che sei davanti a un capolavoro.
Perché sì, Halt & Catch Fire è un capolavoro.

Sia chiaro, non è che avevamo aspettative “nulle”. Stiamo comunque parlando di AMC, che tra i Breaking Bad, i Mad Men, i The Walking Dead e i The Killing, sono più le volte che ci azzecca di quelle in cui fallisce. Detto questo, però, la trama parlava di costruttori di computer negli anni Ottanta, e la curiosità faceva il paio con un po’ di sano scetticismo.

La recensione post-pilot del Villa metteva in chiaro che sicuramente c’era del potenziale, non fosse altro che per la capacità e la voglia di mostrare una versione nuova del nerd televisivo, passato negli anni da sfigato a cui ridere dietro a sfigato con cui ridere insieme, ma che ancora rimaneva appunto uno sfigato, un disagiato per cui provare al massimo tenerezza e simpatia. I nerd di Halt, invece, sono prima di tutto geni più o meno potenziali, le cui idee sono in grado di cambiare il mondo.
A questa semplice constatazione, che evidenziava il coraggio del concept, doveva però accompagnarsi una messa in scena che non rimanesse concentrata solo su byte e schede madri, pena la noia indicibile.
In questo senso, il pilot mostrava già una certa solidità, e la definizione abbastanza netta dei caratteri (il geniale ma cagasotto Gordon, il furbo e ambizioso Joe, la talentuosa e ribelle Cameron) rivelava il lavoro di sceneggiatori all’altezza del compito.

Halt & Catch Fire (2)

Certo, però, che non ci aspettavamo tutto il ben di Dio che è venuto dopo.
Sì, Halt & Catch Fire è una serie che parla di computer; sì, rievoca un periodo storico per molti versi affascinante;  e sì, reinterpreta e rinnova la figura del nerd seriale. Ma detto questo, Halt & Catch Fire è anche e soprattutto una storia di passioni esacerbanti, di ambizione e di riscatto, di successo e fallimento, di tradimento e di follia.
Quello che rimane marchiato a fuoco nella pancia dello spettatore è lo straordinario contrasto tra una materia potenzialmente “fredda” come quella dei computer e dei circuiti, e il calore violentissimo sprigionato dai personaggi. Il risultato è un vortice emotivo che rapisce lo spettatore e lo inchioda alla poltrona come il miglior thriller, facendolo appassionare in maniera del tutto imprevista a dettagli tecnici di cui prima del pilot non era nemmeno a conoscenza.

Questo risultato è certamente frutto di alcune tecniche “facili”, come il semplice ma efficace meccanismo “va tutto bene – problemone clamoroso – lo risolviamo per il rotto della cuffia”, ripetuto più volte nel corso della stagione.
Ma a fare la differenza è proprio la parabola di ogni singolo personaggio, il percorso di crescita emotiva ed esperienziale che prende ognuno dei caratteri visti nel pilot o lo ribalta come un calzino, mettendo a nudo ogni debolezza e ogni paura e sviscerandole nella maniera più brutale.
In questo senso, poco importa che Joe lavori in una ditta di computer. Quello che conta è la sua natura di figlio ambizioso di padre assente, e la sua conseguente lotta per uscire ad ogni costo dalla mediocrità. Nello stesso modo, Gordon è chiamato a risvegliare il genio che ha dentro, un genio frustrato e azzoppato dalle brutte esperienze del passato. Cameron deve riuscire a far convivere il suo talento e la sua voglia di spaccare il mondo con le necessità reali di un’azienda che naviga in cattive acque.
Se a questi elementi aggiungete anche l’importantissimo capitolo della famiglia di Gordon e le altre beghe d’ufficio, ne esce un quadro variamente sfaccettato in cui chiunque può identificarsi, riconoscendo problemi e dinamiche molto più universali di quanto l’ambito “computer” non faccia supporre all’inizio.
Halt & Catch Fire (5)

Nel corso di questa prima stagione gli sceneggiatori hanno gestito magistralmente lo sviluppo dei vari personaggi, accompagnandoli in un percorso accidentato e doloroso che in quasi tutti i casi porta a una profonda (ri)scoperta di sé: a volte più scontata (Donna vuole uscire dallo stereotipo della moglie che accudisce i figli), altre volte più sorprendente, come Gordon che si rende conto di essere più simile a Joe di quanto immaginasse, con quell’amaro in bocca alla fine di un periodo di lavoro che ha portato successo commerciale ma pochissima innovazione.
A conti fatti, con il supporto di una regia impeccabile e di un cast straordinario (due elementi che meriterebbero una recensione a sè), Halt & Catch Fire ha spaccato perché si è presentata come una serie sui computer, rivelandosi poi una grande narrazione sui sogni e sulla vita, sul contrasto tra il desiderio e la realtà, tra ciò che vorremmo avere e ciò che possiamo effettivamente conquistare. Un racconto che parla degli anni Ottanta in America, ma di cui chiunque può cogliere la vera essenza, senza nemmeno starci troppo a pensare.

Una parte di me vorrebbe quasi che finisse qui. Un po’ perché non c’è un cliffhanger clamoroso (il penultimo episodio sarebbe forse stato un finale migliore, ma anche più “appeso”), e un po’ perché la parabola di questi personaggi, tra speranze e delusioni, successi e amarezze, è già perfetta così.
Ma poi c’è un’altra parte di me che avrebbe voluto dire ancora molte altre cose su questa stagione, e non l’ha fatto per non mettervi di fronte a un post-fiume. Una parte che quindi vuole avere ancora l’opportubnità di parlare di questa serie. Una parte che se non la rinnovano prende il nome dei dirigenti AMC, va a casa loro, e gli mangia via la faccia.
Halt & Catch Fire (4)



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