3 Ottobre 2014

Downton Abbey: l’inizio della quinta stagione di Chiara Grizzaffi

Le speranze della quinta, dopo i problemi della quarta

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Keep Calm and dimentichiamoci la quarta.

 

L’anno scorso, di questi tempi, guardavo Downton Abbey alla televisione in un “pittoresco” appartamento inglese e l’unica cosa a cui pensavo, con gli occhi lucidi e un velo di tristezza,  era che a Downton le pareti sono fatte di mattoni e, soprattutto, non c’è la moquette. Lo sapevo, questa attenzione agli arredi non era un buon segno, e non solo per quanto riguarda le mie condizioni abitative: diciamoci la verità, la scorsa stagione di Downton ha avuto pochi guizzi o momenti memorabili, si è trascinata fiaccamente fuori dalle atmosfere luttuose dei primi episodi e quando le cose hanno iniziato a farsi interessanti eravamo già al season finale.

Va detto, Fellowes e compagni si sono ritrovati a gestire la scomparsa di due personaggi di primo piano, e non era pensabile far digerire ai fan e agli affezionati la scomparsa di Matthew con un colpo di spugna: l’elaborazione del lutto di Mary era anche un po’ la nostra. Ma dopo tre stagioni emotivamente intense, in cui si sono gradualmente accentuati i meccanismi da soap raffinata a scapito, come ha notato il Villa, di un respiro più ampio, di un’attenzione al contesto storico e sociale, se anche gli intrighi e i drammi personali si basano su trovate fiacche resta ben poco, e qualche sopracciglio alzato di Carson e le battute tranchant della pur sempre meravigliosa Maggie Smith non bastano. L’unica storyline forte è stata quella dello stupro di Anna, ben raccontata, ma che rischia di proseguire come un déjà vu con Bates di nuovo dietro le sbarre. Mentre la cugina Rose, che sembrava promettere faville, si è poi rivelata un personaggio poco incisivo: cara ragazza, ti ci vorrà ben più di qualchecharleston per riportarci ai mai dimenticati fasti di Mr Pamuk.

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Per fortuna, si può dire che con i primi episodi della quinta stagione le (poche) buone idee della quarta stanno dando i loro frutti. L’apertura emotiva di Mary ci garantisce la giusta dose di schermaglie amorose, e sapendo quanto tempo occorre alla nostra per fare una scelta sensata avremo di che divertirci. I personaggi introdotti nella stagione precedente iniziano a prendere forma e ad assumere una qualche rilevanza. Pensiamo alla maestra del villaggio: la sua presenza reintroduce nella serie un po’ di spunti narrativi legati al contesto sociale e politico, e ha dato di riflesso nuovo smalto al personaggio di Tom, che ha ritrovato l’entusiasmo nell’impegno civile che aveva nei primi tempi. Presumibilmente, anche la storyline di Edith, forse, avrà una risoluzione: non so voi, ma io non rispondo di me se non scopriamo al più presto che fine ha fatto davvero Gregson. Sul fronte della servitù, invece, l’assenza del secondo villain, la O’Brien, continua ancora a farsi sentire: se non fosse per le vicende di Anna e Bates mancherebbero del tutto dei veri protagonisti ai piani bassi, perché al momento quasi tutti, da Carson a Mrs Patmore, assolvono piuttosto la funzione di dare colore, senza assumere una vera rilevanza narrativa.

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La scrittura dei primi due episodi ha decisamente più verve rispetto alla stagione precedente: Lady Violet che rema contro il corteggiatore facoltoso della cugina Isobel è una gustosa parentesi. E la modernità e i rapidi cambiamenti tecnologici e nel costume forniscono di nuovo straordinari siparietti: per esempio l’acquisto della radio, con i nostri che si riuniscono per ascoltare il discorso del re e Mrs Patmore che si assicura che la comunicazione non sia reciproca; o la povera Anna costretta ad acquistare misteriosi rimedi anticoncezionali per una Lady Mary decisa a fare un giro di prova con Lord Gillingham. E poi c’è lui, il Joffrey Baratheon di Downton, Lord Grantham: in quanti modi può rendersi odioso e assolutamente ridicolo quell’uomo? Troppi, anche il cane secondo me inizia a dare segni di insofferenza. Vogliamo Carson presidente del comitato per il memoriale di guerra, ma anche capo supremo di Downton e Re d’Inghilterra per quanto mi riguarda.
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Però bisogna ammetterlo: io mi rituffo sempre volentieri nelle rassicuranti atmosfere di Downton, fra divise inamidate e gente che per cenare in casa indossa abiti che nemmeno al matrimonio di Clooney,  ma sta diventando sempre di più una questione di abitudine più che di vero piacere. La bellezza di Downton si è sempre basata sull’equilibrio sottile fra i cliché del romanzo d’appendice e la qualità della scrittura nel delineare personaggi comunque ben definiti e sfaccettati, in grado di farci guardare al di là di plot twist a volte improbabili. E che ora rischiano di trasformarsi loro malgrado in macchiette. Per quanto la forza della serie risieda anche in una certa rigidità delle dinamiche sociali e dei comportamenti, in contrasto con i piccoli o grandi drammi che si consumano sotto la superficie, è giunto il momento di dare qualche scossone più deciso al piccolo mondo della nobiltà inglese.

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