15 Ottobre 2014 4 commenti

The Walking Dead 5: No Sanctuary (che vuol dire tipo “cazzi amari”) di Diego Castelli

Un ritorno da record. E dire che gli zombie camminano piano piano.

The Walking Dead 5 (3)

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OVVIAMENTE E’ PIENO DI SPOILER SULLA PRIMA PUNTATA STAGIONALE
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Che ottobre sarebbe senza The Walking Dead?
Questo potrebbe essere il claim nutelloso della serie di AMC, che con la premiere della quinta stagione disintegra un altro dei suoi record: 17 milioni di spettatori, programma più visto della serata, senza distinzione tra free e cable (ed è proprio questa non-distinzione la cosa che da anni stupisce di più).

Verrebbe quasi voglia di discutere del fenomeno in sé – la serie ha pienamente assunto i caratteri del fenomeno culturale e mass-mediale – piuttosto che parlare del singolo episodio. Ma forse si possono fare entrambe le cose, proprio partendo da quello che si è visto.
Se “No Sanctuary” è certamente un ottimo episodio, allo stesso tempo ci si potrebbe stupire di fronte al record: non credo sia stata la miglior puntata di sempre. Cioè, alla fine ci sono Rick e i suoi compagni che  scappano/combattono. Niente di incredibilmente nuovo, tutto sommato.

Mi sembra che la spiegazione stia nella sempre più chiara trasformazione di The Walking Dead da semplice “storia” – insieme di fatti e dialoghi costruiti per intrattenere – a pura “esperienza”.
La serie tratta dai fumetti di Robert Kirkman porta certamente con sé alcuni temi-cardine che alimentano da sempre l’interesse per lo spettatore, primo fra tutti la messa in scena del comportamento umano quando l’ambiente circostante cerca in tutti i modi di distruggere proprio quella “umanità”.
Allo stesso tempo, però, questo tema è ormai lo stesso da cinque anni, con un certo numero di varianti ma in fondo abbastanza reiterato. E non si può nemmeno dire che The Walking Dead non sia passata attraverso momenti morti o passaggi più zoppicanti.
Eppure, nonostante questo, il pubblico continua a crescere, e quelli che abbandonano – che pure ci sono – sono molti meno di quelli che continuano e di quelli che arrivano.
Probabilmente succede perché ormai The Walking Dead è diventata una specie di dimensione parallela, un’esperienza collettiva appunto, un mondo alternativo in cui gli spettatori amano addentrarsi per scoprire non solo cosa faranno i personaggi da qui a tre puntate, ma soprattutto per mettere alla prova se stessi, per discutere con gli autori (metaforicamente) su ciò che gli esseri umani possono diventare.
Per questo, apparentemente, The Walking Dead potrebbe non avere mai fine. Perché è stata proprio la mancanza di una fine, l’impossibilità dichiarata di trovare pace, a dare continua linfa alla storia. Una “felicità impossibile” pienamente giustificata dal contesto, e quindi sempre viva e mai davvero implausibile. Cambiano i personaggi, ma rimane la forza dell’avventura estrema, del “chissà cosa ci sarà dietro al prossimo angolo”.
Dietro al prossimo angolo tipicamente c’è lammerda, ma ci piace proprio per questo, per vedere fin dove è possibile arrivare.
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The Walking Dead 5 (1)

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Questa season premiere non ha fatto altro che continuare su una strada già battuta, aggiungendo sfumature apparentemente semplici che però ci bastano alla grande, perché tutto quello che volevamo era tornare lì, in mezzo agli zombie.
Sia ben chiaro, però: questa puntata è tutto tranne che robetta.
Da un punto di vista narrativo c’è un’efficacissima voglia di rivincita, se non proprio di vendetta. I nostri, rinchiusi come bestiame dallo scorso season finale, trovano modo di liberarsi e di combattere per la libertà, supportati da una Carol che veste volentieri i panni badass di Daryl per diventare una specie di Rambo 2 la vendetta, con tanto di pittura in faccia e proiettili “esplosivi”.
E’ un episodio che rimette nuovamente in gioco l’umanità di Rick, quasi completamente distrutta da una rabbia e da una sete di vendetta che portano il leader del gruppo a bramare il sangue dei suoi aguzzini a qualunque costo. Ed è un episodio che mette alla prova Tyreese, il gigante gentile e non violento ma messo alle corde da un nemico disposto a distruggere anche l’ultima cosa che Tyreese poteva ancora proteggere (Judith ovviamente, visto che Carol si protegge benissimo da sola).
Entrambi, Rick e Tyreese, trovano poi modo di uscire dal buco nero: il primo grazie ai consigli degli amici e del figlio ma soprattutto alla vista della stessa Judith (uno dei pochi simboli di speranza rimasti nella serie); il secondo trovando una specie di equilibrio di sangue per cui sì, sono scosso e vorrei non ammazzare nessuno, ma se mi costringete…
Tanto per capirci, della storia di Eugene e della sua capacità di trovare una cura ci frega fino a un certo punto. Sì, va bene, è interessante, fa massa, ma non è questo il nocciolo. Il punto è vedere di nuovo i nostri beniamini allo scoperto, a caccia o in fuga, per ora meritatamente vittoriosi ma più che pronti a nuovi abissi di orrore.
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Carol Daryl Chi

Robert Kirkman, intervistato a proposito del futuro di Gareth (capo dei cannibali di Terminus) l’ha detto chiaramente: che Gareth sia vivo o morto poco importa; quello che conta è che col suo cannibalismo ha alzato nuovamente l’asticella, ha fatto vedere che, mentre Rick e i suoi vivevano le loro avventure, altre persone hanno vissuto gli stessi orrori. E se molti sono riusciti a uscirne sani di mente, a moltissimi altri non è capitata la stessa fortuna. Questo crea non solo un parallelismo con i nostri protagonisti (i flash back sulla vicenda di Gareth e famiglia sono fin troppo espliciti), ma ci dà soprattutto un assaggio di cosa succederà. Come dire: tranquilli, sarà sempre peggio, e voi potrete ancora divertirvi.

Alla potenza del risultato concorre ovviamente non solo quello che è scritto, ma anche e soprattutto quello che si vede. Le scorribande di Carol; Tyreese che sopravvive da solo fuori dal capanno; le mani del bastardo sul collo di Judith; zombie in fiamme e stragi col mitra. Soprattutto, quei primi minuti di tensione purissima, in cui la paura per la sorte dei nostri si accompagna a una perfetta rappresentazione dei cannibali: freddi, spietati, scientifici, senza praticamente alcuna emozione (positiva o negativa che sia). Macchine da sopravvivenza, disposte a tutto senza alcun tipo di scrupolo. La perfetta, terrificante immagine di quello che la banda di Rick spera di non diventare mai, anche se ci va vicinissimo:
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Rick let him turnLet him turn frozen

Un episodio, insomma, capace di divertire nel senso più tamarro e sanguinolento del termine, capace di tenere col fiato sospeso e di liberare la tensione con abbracci e sorrisi (ecco, Rick, magari è il caso che con Carol ti chiarisci, non so se hai notato che ti ha salvato il culo dopo che tu l’avevi cacciata). Allo stesso tempo, però, un episodio capace di lavorare sui temi cari alla serie, dipingendo un futuro ancora più fosco di quello visto finora ma ridandoci un gruppo di personaggi nuovamente compatto, pronto a condurci con mano salda nei meandri più oscuri della mente degli sceneggiatori.
La cosa incredibile di The Walking Dead è che nasce tutto da qui e torna sempre tutto qui, a un gruppo di poveracci che da cinque anni cercano di non morire. Sembra davvero poco. Ma se provate a togliermelo vi mangio la faccia.

PS L’avete vista la scena dopo i titoli di coda, vero? Ecco, è forse l’unico punto in cui ho detto “vabbe’, anche chi se ne frega”. Ma immagino che gli autori abbiano in mente parecchie cosine carine per Morgan…



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