19 Novembre 2014 7 commenti

Kingdom – Palestra, combattimenti e struggimenti famigliari di Marco Villa

Pensavamo che Kingdom fosse una tamarrata senza fine. E invece.

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Devo ammettere di aver cercato di ritardare il più possibile la visione di questa serie tv, nella vana speranza che finisse in quel magnifico buco spazio-temporale chiamato “cose di cui non abbiamo parlato”. Ci ho sperato ed ero quasi convinto di avercela fatta, fino a quando, all’improvviso, la mia cartellina con le cose da vedere ha rivelato una desolazione peggiore dell’account Tinder del Castelli. E ho capito che mi sarebbe toccato vedere anche Kingdom.

Il titolo è intrigante, il concept è potenzialmente spaventoso: la storia di una palestra, del suo gestore e della sua famiglia. Il mio buon pregiudizio aveva formato l’attesa di una serie di quelle proto-talent con drammoni legati a ragazzine che soffrono per diventare la migliore ballerina o cheerleader. Prodotti che hanno senz’altro un loro senso, ma che ho sempre odiato, perché troppo spesso costretti a sottostare a dinamiche narrative e relazionali imbarazzanti, senza nessuna profondità e con la capacità di sorprendere di un bradipo annoiato.

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Le sequenze iniziali di Kingdom (terza serie prodotta da DirectTv e in onda su Audience Network) sembrano confermare questo approccio: il protagonista Alvey Kulina (Frank Grillo) è il proprietario della palestra Navy Street. Ci viene presentato mentre, durante una corsetta di allenamento, ribalta di botte due che stavano per investirlo. Dopo di che va in palestra e gasa con tre parole tutti quelli che si stanno allenando. Inizio tremendo, da stereotipo puro.

Da lì, però, le cose cambiano. Perché il caso che lo dica: il pregiudizio è stato smentito. Dopo la sequenza tutta testosterone e poco altro descritta poco fa, Kingdom dimostra di voler essere soprattutto una serie di personaggi, in cui le interazioni non sono ridotte ai minimi termini, ma provano a scavare. La faccenda non è complessa: c’è il capoccia già descritto, c’è il figlio (Nick Jonas dei Jonas Brothers) grande promessa della lotta nella gabbia (sì, lo so che è una disciplina con un nome, ma “lotta nella gabbia” è molto più figo), l’altro figlio ex promessa e ora tossico (Jonathan Tucker, già visto nell’indimenticato The Black Donnellys) e un compagno di avventure tornato dal carcere dopo anni (Matt Lauria). Cosa manca? Esatto, le donne. L’unica donna importante del pilot è Lisa (Kiele Sanchez, già vista in The Glades), compagna del capo ed ex del galeotto, ma è davvero poco più di un cartonato.

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Tutti insieme appassionatamente, ognuno con il proprio percorso verso sogni e obiettivi, che viene raccontato con uno stile leggero e allo stesso tempo appassionato. Il riferimento non può che essere Friday Night Lights (da cui peraltro proviene Matt Lauria, uno dei protagonisti). Attenzione: il livello per ora è lontanissimo, ma il taglio è quello. Ironia compresa, perché Alvey Kulina è uno di quei personaggi che borbotta e protesta in continuazione, anche quando è solo, con risvolti quasi comici. Tutto il pilot ruota intorno a un importante incontro del figlio di Alvey, ma il finale dell’episodio si riaggancia alla sequenza iniziale (dandole tutto un altro significato) e fornendo una svolta all’intera serie (e dando ulteriore corpo al riferimento a Friday Night Lights).

Kingdom sarebbe potuta essere una tamarrata senza ritorno, si è rivelata invece una serie sfrontata e con tratti di zarraggine non da poco, ma con ambizioni decisamente più alte della serie piccola piccola così tutta basata su ormoni e steroidi. Diventerà grande? Difficile, però qualche sorpresa potrebbe regalarla.

Perché seguirla: perché di serie sportive in giro non ce ne sono (no, dai, non fatemi ricordare Matador)

Perché mollarla: perché non sarà mai un’eccellenza



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