18 Marzo 2015 1 commenti

Battle Creek: i papà di Breaking Bad e House per un crime già in crisi di Diego Castelli

Non tutte le ciambelle riescono col buco

Battle Creek (3)

 

Nel nostro mondo ideale recensiremmo ogni pilot il giorno dopo la messa in onda. Per stare sul pezzo, ma anche per non essere distratti da altro, per dare il nostro giudizio senza troppi condizionamenti esterni.
Il più importante fra questi ultimi è il dato d’ascolto. Sapere come è andata e come sta andando una serie, sapere se il pubblico l’apprezza o no, sapere se rischia o meno la cancellazione, sono tutte informazioni che rischiano di influenzare anche il più onesto dei recensori. Perché anche se sai che il dato d’ascolto è un indicatore molto fragile della qualità di un prodotto (sapendo poi quanto sia sottile il concetto stesso di qualità), è difficile non buttare l’occhio su centinaia di migliaia di spettatori che urlano “capolavoro, capolavoro”, oppure “merdaccia, merdaccia”.

Fatta questa premessa, mi sarà più facile spiegare come è stata influenzata la presente recensione di Battle Creek.
Battle Creek è il nuovo crime di CBS, che racconta di un agente dell’FBI (Josh Duhamel), precisino, ben vestito, fascinoso e ligio alle regole, che viene trasferito in una località di provincia dove viene messo in coppia con un collega (Dean Winters) ben più grezzo, terra terra, un po’ sporco e pucciato a fondo nel cinismo.
Sembra vagamente la strana coppia, e normalmente un concept del genere non ci farebbe drizzare le antenne in modo particolare. Se non fosse che i creatori della serie sono Vince Gilligan e David Shore, rispettivamente padre di Breaking Bad e di House MD.
Battle Creek (2)

Se a questo punto volete dire “minchia!” potete farlo.
A questi due nomi dovete poi aggiungere quello di Bryan Singer, regista dei migliori film degli X-Men e del primo episodio dello stesso House, che in questo caso ha diretto il pilot di Battle Creek.
Insomma, tanta roba, gente che fa bippare i radar dei serialminder come se fossimo in mezzo a una pioggia di missili sovietici.

Ed è qui, con queste informazioni in mano e senza ancora aver visto l’episodio, che sono venuto a sapere che Battle Creek è partita malissimo. Nel senso che forse non vede manco la fine della prima stagione. O forse la vede, giusto perché non è che puoi prendere Vince Gilligan a pesci in faccia. Però insomma, siamo a quel livello di difficoltà.
Capite bene che la visione del pilot così influenzata rischia di essere più una ricerca di difetti che non un approccio realmente libero e genuino.
Tutta sta premessa da paraculo navigato ha il solo scopo di giustificare il fatto che sì, i problemi li ho trovati, e stavolta i dati di ascolti piuttosto poveri mi sembrano la loro diretta conseguenza.
Per farla breve, che già ho parlato un sacco senza dire sostanzialmente un cazzo, Battle Creek è troppo a metà strada. Dopo aver visto tre episodi non mi è ancora chiarissimo dove si voglia andare a parare, perché il crime e la comedy si incastrano in maniera poco equilibrata, procedendo per strappi, e questa indecisione, a prescindere che possa piacere o meno al singolo spettatore, è sicuramente deleteria su un canale come CBS dove i crime sono crime e le comedy sono comedy.

 

BATTLE CREEK

 

In realtà però c’è un secondo e più grave problema: è abbastanza evidente il tentativo di rendere i due protagonisti dei giganti, come se le loro personalità dovessero trasformarli in nemici giurati, ma allo stesso tempo renderli due fighi assurdi ai nostri occhi. Questa cosa non succede, semplicemente perché mancano di carisma e soprattuto di novità. La loro dinamica riesce a essere abbastanza chiara (ma anche qui c’è qualche sfumatura di troppo, per essere l’inizio della serie), ma non riesce a sembrarci abbastanza nuova e interessante.
Malgrado la fotografia lattiginosa e stilosa di Bryan Singer (che aveva girato più o meno così anche il pilot di House), questi primi episodi si concludono con un sonoro “e quindi?”. Che non significa bocciatura totale, perché non è che le storie siano mal costruite o gli attori cani. Il discorso, perfino più banale, è che Battle Creek sembra voler essere diversa dal solito, ma a conti fatti non lo è abbastanza.
A questo punto, però, se non riesci a essere abbastanza diversa tanto varrebbe essere orgogliosamente simile alle tue sorelle. Magari ti beccheresti il cazziatone di Serial Minds, o la sua totale indifferenza (tipo che ne so, NCIS), ma almeno funzioneresti e potresti andare avanti per dodici stagioni. Invece Battle Creek non riesce a soddisfare gli spettatori del crime tradizionale, irritati da quel qualcosa che non torna, ma non intriga nemmeno gli spettatori più scafati che arrivano con le aspettative alte legate ai nomi degli autori e si trovano davanti una cosa non abbastanza dirompente.
Quando vedemmo il primo episodio di House non ci fu nessun dubbio: eravamo davanti a qualcosa di diverso, di nuovo. Molti all’inizio pensavano che non fosse adatto alla tv generalista, ma di certo erano quasi tutti concordi nel dire che una cosa così non si era mai vista. Battle Creek purtroppo non riesce a trasmettere questa sensazione. Come detto: non brutta, ma troppo nel mezzo. Alla fine perdibile.

Perché seguirla: di per sé è un prodotto gradevole, pur non eccezionale, e magari potrebbe pure svilupparsi meglio in futuro, considerando chi sono gli autori.
Perché mollarla: gli ascolti vanno così male che, se anche quel futuro potrebbe esistere, c’è il concreto rischio di non arrivarci.

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