20 Marzo 2015 17 commenti

Powers: una storia bellissima girata malissimo di Diego Castelli

E mettetici tre euro in più, vi prego!

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Powers è la prima serie tv creata da Playstation Network e…
Come dite? Sì sì, proprio la playstation, quella lì.
Be’ sì, avete ragione, di questi tempi sembra che tutti si mettano a fare serie tv.
No, non lo so se anche Barilla e Tena Lady produrranno telefilm. Non so neanche come vi è venuto in mente, e comunque stiamo andando fuori tema.

Powers è la classica serie che mi fa incazzare.
Tratta dal fumetto omonimo scritto da Brian Michael Bendis (conosciuto dai fumettari contemporanei come “Gesù Cristo Reincarnato”) e disegnato da Michael Avon Oeming, Powers propone una storia che abbraccia generi diversi, raccontando le vicende di due poliziotti – Christian Walker (Sharlto Copley) e Deena Pilgrim (Susan Heyward) – al lavoro in un mondo pieno di persone con superpoteri.
Nell’universo di Powers molti comuni mortali sviluppano capacità più o meno straordinarie nel corso dell’adolescenza, per poi usarle nei modi più disparati. Walker e Pilgrim fanno parte di un’unità speciale che si occupa di gestire quei “power” (così vengono chiamati i superumani) che decidono di usare i propri poteri a scopi criminali. Il tutto complicato dal fatto che il buon Christian è un ex power, che i suoi poteri gli sono stati succhiati via da un altro power potente e pericolosissimo (Wolfe), che c’è un cattivo che si teletrasporta (Johnny Royalle), che la supereroina più famosa del mondo è l’ex fidanzata del protagonista, e che c’è una strana ragazzina testimone di un omicidio che sembra buona e cara ma che forse nasconde angoli parecchio bui.

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Basta guardare pochi minuti di Powers per accorgersi che c’è dietro del gran sugo. Senza fare confronti col fumetto (perché non lo conosciamo bene e perché non li faremmo comunque), il mondo in cui si muovono i personaggi è interessante a più livelli. Siamo abituati a pensare ai supereroi come creature eccezionali che di eccezionale non hanno solo il corpo e la mente, ma anche gli ideali: che siano buoni o cattivi, spesso i supereroi dei fumetti finiscono con l’essere “esterni” al mondo dei comuni mortali, la cui “ordinarietà” diventa un palcoscenico su cui i vari Superman, Batman, Capitan America o Iron Man possono mettere in mostra le loro capacità e le loro debordanti passioni. Superpoteri, superamori, superproblemi, superfollia, superodio: è tutto super quando si parla di supereroi e supercattivi, e la realtà circostante si adatta a loro, tipicamente esplodendo.
In Powers è diverso. Qui i poteri hanno sì creato differenze tra umani e superumani, ma in qualche modo la società non ha permesso ai secondi di diventare categoria a sè stante. I supereroi di Powers, prima che mitologici difensori del bene o diabolici servitori del male, sono dei vip, facce da figurine, protagonisti di documentari molto seguiti che ne narrano le gesta e le biografie. Pur ideata nel 2000, quando non c’era twitter e il selfie di chiamava autoscatto, la storia di Bendis si adatta perfettamente alla società del 2015, dove tutto è immagine, dove c’è crisi nell’economica e disordine nei valori, dove l’incontro con la persona famosa è il traguardo ultimo, dove lo stile di un costume conta più di quello che fai quando lo indossi.
Considerando che è un crime e un drama prima di essere una serie supereroistica, Powers stupisce per un’ambientazione che sembra una versione volutamente vuota e posticcia del “vero” mondo dei supereroi. Ci fa lo strano effetto di sembrare irrealistica, come se Spiderman e i Fantastici Quattro si muovessero in mondi verosimili. Probabilmente è vero il contrario: se davvero esistessero i superumani, si finirebbe come in Powers: una società più o meno come quella di adesso, dove i superuomini, invece di plasmare il reale e cambiarlo, ci rimangono comunque invischiati, brutalizzati, burocratizzati, poteri o non poteri.

 

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Quindi bello no? Che diamine, una roba diversa, un’idea interessante. Sì sì. Però vi ricordate che all’inizio ho detto che mi faceva incazzare?
Ecco, il problema è che tutta questa bella roba sta scritta sulla sceneggiatura, e un pochino emerge negli episodi. Per il resto, però, per il 90%, Powers sembra girata a casa mia, da un branco di scimmie, mentre una muta di cani sta davanti alla telecamera.
Diciamoci la verità: la messa in scena di Powers è inaccettabile per una serie tv del 2015. Una serie tv che per di più ha dietro marchi come Sony e Playstation. A parte gli effetti speciali orrendi, che vabbe’, ce li ha anche Once Upon a Time, è proprio l’immagine generale a fare quasi schifo, un digitale piatto e dalla fotografia monocolore, una regia completamente anonima, soprattutto un montaggio che in troppi momenti scivola nel comico involontario, con scene d’azione teoricamente violente e tensive fatte a pezzi da inquadrature bislacche montate insieme con la colla vinilica.
No, non va bene così, e non va bene quasi mai nel corso di tutte e tre le puntate che ho visto finora.
Mi viene da dire che anche i costumi fanno schifo, ma in un momento di autoconsapevolezza forse posso immaginare che siano volutamente così, proprio in quell’ottica di plasticosità e posticciume di cui si diceva poche righe fa. Almeno spero sia così, sperando di non illudermi.
L’immagine di Powers è brutta, scialba, sembra roba girata con 47 euro a episodio. Però sai, magari con una grande recitazione… Niente neanche qui: Walker e Pilgrim sembrano due stoccafissi, sempre la stessa espressione, e in generale il carisma di un calzino. Walker dovrebbe essere un ex eroe, e invece sembra solo un ex: ex protagonista, ex personaggio, ex umano. Si salva un po’ Michelle Forbes nei panni della supereroina Retro Girl, e soprattutto si salvano i due cattivi, Royalle e Wolfe (interpretato da Eddie Izzard, che se Dio vuole è un attore vero). Però è poco, troppo poco. È una serie con due protagonisti, ed entrambi sembrano due scappati di casa, raccattati per strada con la promessa di pochi dollari per qualche ora di set.
Un pochino meglio coi dialoghi, che aiutati da un concept di tutto rispetto riescono a piazzare qualche buon colpo, qualche riflessione decente. Però niente per cui strapparsi i capelli, si potrebbe fare molto di più.

Ecco perché mi incazzo. Se una serie non ha niente da dire, bella o brutta te ne freghi, passi oltre. Qui c’è una serie che avrebbe moltissimo da dire, ma quando inizia a parlare sbaglia i congiuntivi e sibila le s. E sapete che vi dico? Che mi va pure di seguirla un altro po’, perché mi dà fastidio mollare una storia potenzialmente così interessante, solo perché ci hanno speso pochi soldi e poco talento. Però cazzo, la dignità dovrebbe essere più importante di così…

Perché seguirla: la storia di fondo e l’universo in cui si muovono i personaggi sono davvero interessanti e potenzialmente ricchi di sviluppi di spessore.
Perché mollarla: è girata, montata e recitata in maniera indegna per un prodotto che vuole competere nel mondo delle serie tv di qualità.
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Argomenti bendis, playstation, powers


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