24 Marzo 2015 6 commenti

Addio pure a Glee di Diego Castelli

Niente più teenager canterini

Glee finale (2)

 

OVVIAMENTE È PIENO DI SPOILER SUL FINALE!

 

Prosegue imperterrita quella che potremmo chiamare “l’annata dei finali”, con un sacco di serie storiche che chiudono i battenti e buttano via la chiave. Mi chiedo se stia per arrivare una qualche apocalisse di cui nessuno ci ha detto niente, vabbe’..

Questa volta tocca a Glee, e su Glee bisogna fare un certo discorso. In queste ore c’è molto cordoglio, internet è attraversata da messaggi e ricordi di spettatori giovanissimi (soprattutto) e meno giovani (che sono gli ex giovanissimi ormai cresciuti) che spandono lacrime amare sul finale di uno degli show più amati, ma soprattutto più identitari della televisione tutta. A commuoversi è proprio la “generazione Glee”, un pubblico che è cresciuto con la serie un po’ come era successo a molti di noi con Beverly Hills 90210 o con Dawson’s Creek.

Qui a Serial Minds viviamo questo distacco in modo un po’ diverso (che poi uso il plurale ma sono io, ti pare che il Villa guardava Glee?), e per questo bisogna fare un po’ di storia dolceamara.
Io sono stato fan della prima ora di Glee. Ho trovato la prima stagione eccezionale, per tutta una serie di motivi: per il coraggio di portare il musical in tv in maniera strutturale e costante, ben oltre le singole puntate a tema proposte saltuariamente da altri show (tipo Buffy, o Scrubs, ecc); per la capacità di riformulare o ribaltare certi stereotipi del teen drama, non ultimo il fatto che qui, invece che tutti fighi da paura e uno sfigato, erano quasi tutti sfigati con giusto un paio di bellocci; per la bravura nel creare quei due-tre personaggi spaccatutto, capaci di fare storia a sé, e il riferimento va ovviamente a Sue Sylvester; per lo stile colorato e per il ritmo veloce; per la cattiveria feroce di alcune situazioni e alcune frasi, in splendido contrasto con le scenografie luminose e i costumi scintillanti.
Si noti che non ho nemmeno citato la bellezza delle performance canore, che paradossalmente è uno degli elementi che mi è sempre interessato meno. Anche questo mi incuriosiva del primo Glee: in genere non vado matto per il musical, ma Glee mi piaceva un botto.
Fu una stagione dirompente, roba di cui parlavano tutti, e si chiuse in modo assai temerario: con la sconfitta dei protagonisti, battuti in una gara in cui peraltro i giudici erano tutti degli imbecilli conclamati. Era quindi un modo per abbassare i toni trionfalistici: sì, siete bravi e volonterosi, ma alla fine vi scontrate comunque con l’incompetenza e il deserto culturale. Ma voi andate avanti, don’t stop believing, che l’importante è il viaggio, più che la meta.

Glee finale (3)

Dopo quella prima, folgorante stagione, è iniziato un calo abbastanza vistoso, ora più tenue ora più marcato, che in molti casi ha portato semplicemente alla noia. In questo simile ad altre serie di Ryan Murphy, Glee perse la spinta iniziale, o meglio rimase ancorata a certe dinamiche e certi temi che venivano messi in scena sempre nello stesso modo, con poche varianti e pochi sviluppi successivi. Come dire, sei partita troppo forte, e poi non riesci più a fare lo stesso effetto. Rimase comunque la capacità di intrattenere un certo tipo di pubblico, che usava Glee perfino come sottofondo musicale, e una certa abilità nell’essere sempre sul pezzo dell’attualità e di ciò che accadeva intorno: vedere ad esempio la relazione tra Brittany e Santana, di fatto voluta e ottenuta dai fan, o singoli episodi come quello della (presunta) sparatoria a scuola. Certo non mancavano specifici guizzi e singole puntate più gagliarde di altre, e bene o male si poteva sempre contare su qualche frasona ad effetto di Sue o qualche esilarante botta di ignoranza contadina di Sam.

Proprio qui però stanno forse i due più grossi problemi di Glee. In primo luogo la sostanziale incapacità di trovare dei ricambi adeguati al cast originale: quando ti “sparisce” (tra virgolette) la goffa e nasuta Rachel Berry, e al suo posto metti una come Melissa Benoist, vuol dire che hai perso qualcosa del tuo messaggio iniziale, di quella resurrezione degli sfigati che era il Glee della primissima ora. E non è un caso se il doppio finale (di cui parliamo a breve) è quasi tutto dedicato ai primissimi protagonisti: quelli arrivati dopo non son riusciti a imporsi come avrebbero dovuto.
E il secondo grande errore è proprio la gestione di Sue Sylvester, terribilmente schizofrenica: troppe volte la sua surreale cattiveria è stata annacquata da momenti di improvvisa e commovente tenerezza. Che singolarmente andavano pure bene, anzi erano quasi necessari, ma da cui si è preteso di tornare sempre e comunque indietro, perché non c’era modo di avere un cattivo che fosse anche solo lontanamente paragonabile a lei. Il risultato è stata una struttura narrativa troppo sfilacciata e traballante, che ancora una volta ci riporta al problema iniziale: dopo la prima e in piccola parte la seconda, le altre stagioni sono quasi repliche.

Glee finale (4)

A fronte di tutto questo, però, il doppio finale funziona. Consci dei propri limiti, gli autori costruiscono un doppio salto temporale, prima nel passato e poi nel futuro, per chiudere tutti ma proprio tutti i fili narrativi rimasti in sospeso. In questo senso l’episodio migliore è paradossalmente il penultimo: ci viene mostrato il dietro le quinte della prima puntata, con i primi protagonisti che si avvicinano in vario modo al momento della famosa audizione iniziale, mostrando già tutti i problemi che avrebbero poi affrontato (e risolto) nei mesi e anni successivi. Un tuffo nella nostalgia perfettamente calibrato fino alla più piccola inquadratura, che riafferra facilmente anche il mio cuore inaridito di amante sfiduciato, fino ad arrivare a una cosa che forse non ho mai visto in nessun’altra serie: un’autocitazione di vari minuti, la riproposizione precisa e totale di tutta la scena finale del pilot, con Rachel e compagnia impegnati sul palco a cantare Don’t Stop Believin’. Forse imposta anche dalla mancanza di Cory Monteith, scomparso nel 2013, la scena acquista però una forza particolare, una presa di posizione forte per sottolineare da dove sì è partiti, unico modo per dare il peso giusto a dove si è arrivati.

E questo secondo “dove” arriva nell’ultimo episodio, che sembra quasi fanfiction: ci viene mostrato il futuro di quasi tutti i protagonisti principali, e le cose vanno bene a tutti. Rachel torna a Broadway e vince il Tony (incinta), Kurt e Blaine diventati stelle del musical, Artie e Tina finalmente insieme, Will diventato preside e in generale guru universale dei licei artistici, con la McKinley trasformata in esempio di buon liceo a livello nazionale. C’è gloria pure per Sue, diventata addirittura vicepresidente degli Stati Uniti, pronta a candidarsi per lo Studio Ovale.
Insomma, solo gioia, solo lieto fine, un’urgenza quasi feroce : una vittoria alle nazionali viene lasciata a inizio episodio e data quasi per scontata, perché ci sono altre cose da raccontare e bisogna correre. Parecchio stucchevole, ovviamente, un’immersione nel miele che alla settantacinquesima lacrima consecutiva di Mister Schuester e di Rachel comincia a cariare un po’ i denti. Però alla fine è anche giusto così: è una serie che del pensiero positivo e dell’importanza della dedizione ha fatto un mantra assoluto, non poteva finire in tragedia e nemmeno in indifferenza. Dovevano farcela, e dovevano farcela tutti, altrimenti hai voglia a dire ai ragazzi di non smettere di sognare, se poi nemmeno nella finzione gli fai vedere che possono farcela. La realtà magari sarà un’altra cosa, e ci si scontreranno, ma sarà compito di qualcun altro sbattergli la porta sul naso.
Il discorso finale di Sue, ribattuto e rilanciato un po’ ovunque sul web, diventa allora la chiusura tematica finale della serie. Ancora una volta troppo sbrodolata, probabilmente, ma allo stesso tempo indispensabile: c’è la celebrazione dello sfigato che ce la fa, ma c’è soprattutto l’elogio del coraggio no matter what, quello che porta a combattere i limiti e le barriere anche quando sembrano insormontabili. Vale nel canto, ma vale anche nell’identità di genere, nel rapporto coi genitori e con la scuola, ecc.
Tutto per arrivare a quel “Vedere il mondo non com’è, ma come dovrebbe essere”, che sembra essere il lascito finale dello show, riformulazione più precisa e netta del “don’t stop believing” di inizio serie. Roba virale, roba da tatuaggi sulle cosce delle quindicenni. Che poi è facile fare i cinici a tutti i costi, ma ci sono messaggi ben peggiori o più stupidi di questo.

Glee finale

E dal nostro punto di vista? In quanto saccenti critici televisivi autonominati, qual è il lascito seriale di Glee?
Be’, al netto del gusto personale (per una serie capace di dividere moltissimo), è difficile negare la portata culturale del prodotto Glee. In questo senso, e senza nessuna volontà di provocatoria bestemmia, il ruolo di Glee nel mondo seriale è paragonabile a quello dei Lost e dei Breaking Bad: nel suo genere ha settato una linea di demarcazione, un prima e un dopo. Prima di Glee nessuno pensava di fare cose come Glee, e dopo di essa invece sono nati i Nashville e gli Empire, e altri ne verranno. Che poi io consideri Breaking Bad spaventosamente meglio, nella totalità delle due serie, è un discorso che attiene a un piano diverso e in parte più personale.
Vero e proprio evento generazionale – condito di concerti e divismo, marketing e citazionismo inter-seriale – a Glee andrà sempre riconosciuta la forza d’urto, il potere d’impatto su un mondo telefilmico in cui la sua orma rimarrà impressa a lungo, volenti o nolenti, e a prescindere dalla qualità delle singole stagioni.
Personalmente sono arrivato alla fine abbastanza provato, e il sollievo in questo momento è un po’ più forte della tristezza. Più che “meglio”, secondo me bisognava finire “prima”. Ma a Glee devo l’affetto concesso ai vecchi amori, e soprattutto ho paura che mi vengano i teenager incazzati a casa. Quindi chiudiamola qui, sulle note positive, e giù il sipario.

Glee finale (5)



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