3 Luglio 2015 17 commenti

Scream: pensavo molto peggio! di Diego Castelli

Una serie tratta da un film di vent’anni fa che però ha ancora qualcosa da dire

Copertina Pilot, Pilot

Scream (1)

 

QUALCHE SPOILER SUL PILOT, MA NEANCHE TROPPI

 

Quasi vent’anni fa usciva nei cinema americani un film, chiamato Scream, che rilanciò il venerando genere slasher, cioè quel tipo di horror in cui un gruppo di protagonisti (tipicamente giovani e arrapati) si trova a morire sotto i colpi di un killer spesso mascherato e con la passione per la armi da taglio.
Forte di una saga di quattro film e di varie parodie, Scream e l’immagine del suo killer Ghostface sono entrati di diritto nelle icone più conosciute del cinema recente.

Ma perché questo successo? Il motivo va probabilmente ricercato in una serie di elementi, che vanno dal semplice fatto che ogni tanto “le mode ritornano”, alla banale constatazione che tutto ciò in cui c’era Neve Campbell meritava una visione, dalle morti spesso ridicole a un cattivo che altrettanto spesso le prendeva prima di darle.
Scherzi a parte, l’operazione-Scream fu particolarmente intelligente (e per questo amata dai critici oltre che dal pubblico) perché era dichiaratamente “meta”: i personaggi di Scream erano i protagonisti di un film horror, ma erano anche appassionati di film horror. Il che si traduceva nell’enunciazione esplicita, durante il film, di tutta una serie di regole di genere che puntualmente poi trovavano esemplificazione nelle uccisioni truculente sparse per la pellicola.
Un elemento di consapevolezza che diede ulteriore maturità al genere, e divenne una perfetta unione di intrattenimento e citazionismo. Se poi ci mettete sopra anche una buona (e relativamente nuova) dose di autoironia, otterrete la ricetta perfetta per accontentare tutti, dai nostalgici ai critici, passando per chi vuole solo divertirsi un paio d’ore.

Scream (3)

Ma lo sapete chi c’era dietro Scream? Già perché molti non ricordano, o non hanno mai saputo, che Scream è il primo film da sceneggiatore di Kevin Williamson, poi creatore di Dawson’s Creek e The Following, nonché co-genitore di The Vampire Diaries.
Con questa informazione in tasca vediamo la precisa chiusura del cerchio: citazionismo, amore per i generi, ragazzi giovani che fanno cose da giovani sapendo (e riflettendo sul fatto) di essere giovani.
Pensate alle menate sul cinema di Dawson, a certi riferimenti cine-televisivi di Damon in Vampire, ai killer mascherati di The Following. La mano di Kevin Williamson e il suo gusto per le strizzate d’occhio allo spettatore più esperto riverberano un po’ ovunque.

Bene, dopo duemila battute e rotti ancora non ho parlato del tema di oggi. Ma era giusto fare qualche precisazione, perché questa settimana è debuttata Scream, la serie di MTV che è diretta emanazione di quella saga cinematografica (anche se il buon Kevin non è coinvolto nel progetto).
Alla vigilia avevo un po’ paura, temevo che il concept fosse troppo invecchiato in questi anni, e in generale MTV non ci dà le stesse garanzie di qualità di una HBO o una AMC.
In realtà sono rimasto piacevolmente sorpreso.
Due note di trama: si parte con una ragazza (la sempre-giovane Bex Taylor-Klaus, già vista in The Killing e Arrow) beccata a limonarne un’altra con tanto di video-sputtanamento messo su youtube, e si passa poi a un gruppo di amici e compagni di scuola che vive nella classica cittadina carina ma sperduta, dove in passato sono successe cose molto brutte e molte altre ne succederanno.

Scream (2)

Perché dico piacevolmente sorpreso? Bè, perché il pilot è svelto e facile, ma soprattutto perché – e qui a Serial Minds è fondamentale – la forza del meta c’è ancora tutta. Al personaggio di Noah (interpretato da John Karna) è infatti attribuita la funzione di depositario del sapere cinematografico e televisivo, che trova esplicitazione in tutta una serie di ragionamenti sul concetto di serial killer e di cinema horror in generale.
Per fare l’esempio più banale: c’è una scena in cui, durante una lezione in classe, Noah spiega che gli slasher-movie sono tali in quanto la struttura del racconto prevede una rapida eliminazione di quasi tutti i protagonisti fino al finale dove il buono si salva, e per questo tradurre quel concept in una serie tv sarebbe molto difficile.
In pratica, l’obiezione più legittima alla realizzazione della serie su Scream viene immediatamente inserita nei dialoghi stessi del telefilm, ricreando quella sorta di consapevolezza che già faceva parte della saga originale e che oggi siamo soliti applaudire in personaggi come Abed di Community.

Non sarebbe l’unico esempio di questo tipo, ma non ne cito altri che sennò si spoilera troppo. Rimane però l’immagine di una serie che ha tutte le caratteristiche classiche del teen drama virato al thriller (è facile prevedere un andamento in parallelo di storie romantico-generazionali e ammazzamenti vari), e che contemporaneamente mostra una totale autoconsapevolezza all’interno del sistema dei generi e del mondo audiovisivo. Consapevolezza che consegna a Scream uno spessore e un’intelligenza ancora apprezzabilissimi, anche se l’idea originale di questa storia risale a due decenni fa.

Detto tutto questo, chiariamo anche che non stiamo parlando di un Lost o un The Wire. Non siamo davanti alla rivoluzione della serialità, né come scrittura né come messa in scena: paradossalmente, proprio l’ansia citazionista di questo pilot lo porta a una costruzione visiva e narrativa anche troppo tradizionale, tutta tesa a creare la suspense “nel modo giusto” e a presentare i personaggi “come da manuale” (in qualche caso neanche ci riescono benissimo, peraltro).
In fondo la saga di Scream questo è: una celebrazione del manuale, una sua (ri)lettura precisa e dichiarata. Se cercate qualcosa di completamente nuovo, Scream non lo è e non lo sarà. E se troppi ragazzini bellocci&strillanti vi fanno salire il fastidio, lasciate perdere. (Tra l’altro come al solito gli attori scelti sono molto più grandi rispetto all’età dei personaggi, ma la consideriamo anche questa una citazione, va…)
Se invece il giochino meta vi stuzzica, e la gente trafitta pure, allora Scream può assolvere a una funzione troppo spesso sottovalutata: darvi modo di passare quaranta minuti divertenti, senza nemmeno il senso di colpa tipico delle totali puttanate.

Perché seguirla: gli elementi più forti dello Scream cinematografico ci sono ancora tutti, adeguatamente riadattati alla contemporaneità e alla serialità.
Perché mollarla: se i discorsi meta non vi interessano, Scream potrebbe sembrarvi una semplice storia di zoccole e bulletti che muoiono uno dopo l’altro.



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