14 Luglio 2015 5 commenti

The Astronauts Wives Club – Un’altra serie sugli anni ’60 di Marco Villa

La storia delle mogli degli astronauti USA negli anni ’60: l’appassionantissimo The Astronauts Wives Club

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“Oreste! Come va, che si dice? Eh sì, non me ne parlare che si è pure rotta l’aria condizionata ieri. Mah… Ancora un po’, vado a fine mese in Calabria da mia suocera, poi una settimana a Ibiza e si rientra. C’è la crisi, c’è la crisi, bisogna lavorare. Ecco senti, a proposito, mi hanno chiamato per dirmi di fare una serie: carta bianca, basta che sia ambientata negli anni ’60. Eh non dirmelo Oreste, fosse per me farei tutto negli anni ’80 con Sabrina Salerno e le sue bocce. Comunque vogliono farla sugli anni ’60 perché ci sono tutti quelli che guardavano Mad Men che non sanno più come fare e basta dirgli “sixties” che sono già barzotti. Ma no, è quello il bello: alla rete non gliene frega niente dell’argomento, basta il contesto. Io pensavo a una storia su un gruppo di amici che vive in due appartamenti vicini. Loro che passano tempo insieme, bevono del gran caffè e vanno sempre nello stesso bar. Dici? Non funziona? Eh anche io avevo ‘sto dubbio, dopo due puntate hai finito tutto, mica puoi andare avanti così per dieci stagioni. Comunque sto guardando su Wikipedia cosa è successo in quegli anni… Kennedy è troppo una palla, Manson lo sta già facendo Mulder di X-Files… Oh, lo spazio! La corsa allo spazio… Ma no, cazzo dico, troppo costosa… Peccato perché ci stava… Come dici? Ma tu sei un genio Oreste! Le mogli degli astronauti… Quelli che viaggiano di qua e di là e loro che sono a casa a fare le mogli perfettine, che così ci prendiamo anche quelli che la menano con il ruolo delle donne. Un genio Oreste, un cazzo di genio! Domani li chiamo e poi buttiamo giù un soggettone che li frega tutti! Ti chiamo, eh? Ti chiamo!”

Lasciate perdere le licenze poetiche, il fatto che sia tratta da un libro e la localizzazione italiana, ma io me la immagino così le telefonata decisiva per la nascita di The Astronauts Wives Club, una serie che racconta un mondo talmente piccolo, ma talmente piccolo che forse già un film sarebbe troppo. In onda dal 18 giugno su ABC, racconta la storia delle sei mogli dei sei uomini di punta del programma spaziale statunitense degli anni ’60, quel programma che porterà fino alla bandiera americana sul suolo lunare nel 1969.

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Sei donne che incarnano ovviamente i tipi femminili del periodo e che dovrebbero garantire un affresco completo e affascinante della società e CHE DUE PALLE. Il pilot di The Astronauts Wives è andato in onda un botto di tempo fa, ma sono settimane che lo rinvio sperando di non doverne più scrivere: non è una serie brutta, solo una serie fiacca a grado di interesse pari a zero. Il modello sembra essere quel Manhatthan di cui un anno fa parlai non troppo male, per poi pentirmene e mollarlo dopo ben poco senza alcun rimpianto.

Per tutte le protagoniste c’è la grande sfida di sapere se il relativo consorte riuscirà a battere gli altri e puntare davvero allo spazio, ma ognuna di loro ha anche una signora sfida personale: quella che deve per forza essere perfetta, quella che vuole essere più disinvolta, quella che non riesce a parlare senza balbettare un casino. Robe così, niente che vi lasci sconvolti o che vi porti a scandagliare psicologie in profondità come faceva Mad Men.

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Qui piuttosto siamo dalle parti di un Devious Maids sofisticato, in cui è totalmente assente l’ironia e tutto pare essere pervaso da un generale senso di “qui si fa la storia” che appesantisce qualsiasi scena in modo irrecuperabile. The Astronauts Wives Club non è cattiva televisione, è televisione inconsistente e di maniera. E forse è anche peggio.

Perché seguirla: perché vi eccitate non appena vedete qualcosa di sixties

Perché mollarla: perché probabilmente interessa solo alle famiglie degli astronauti



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