22 Settembre 2015 12 commenti

Doctor Who nona stagione: Compassion is wrong di Federico Guerri

Senza grossi spoiler ma con un mucchio di animaletti morti

Doctor Who 9 (3)

SPOILERINI. SENZA ESAGERARE.

 

Ci sono questi due grandi narratori del secolo scorso: Alfred Hitchcock e Douglas Adams.

Il primo, in Psycho, ingaggia Janet Leigh e le mette il nome sul cartellone, convince il pubblico che lei sia la protagonista di una storia di rapine in banca e fughe e la fa uccidere dopo mezz’ora di film da uno sconosciuto di nome Anthony Perkins. Nella doccia, per giunta.

Il secondo, nel primo capitolo della sua trilogia galattica in cinque volumi, mette il nostro pianeta sotto il tiro di malvagi alieni come in mille altri libri di fantascienza per poi far distruggere veramente la Terra a pagina diciotto lasciando i lettori a chiedersi che diavolo succederà nelle successive duecento (e negli altri quattro volumi, poi).

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Verso la fine di “The magician’s apprentice” uno dei più temibili nemici del Dottore (no, non ho nessuna intenzione di svelarvi chi torna) cerca di far dire al nostro che la compassione è sbagliata. Il Signore del Tempo ci pensa un po’ su.

Se al suo posto ci fosse stato Steven Moffat non avrebbe esitato a stringere la mano al malvagio e a dargli ragione. La compassione, per uno scrittore, è un’arma a doppio taglio. Se è necessario cum-patire i personaggi, sentire assieme a loro, bisogna rifuggire dal desiderio di adottarli e decidere in un impeto di bontà di salvargli la vita. Non bisogna affezionarsi ai concetti.

Scrivere una storia è adottare un cucciolo di cane, dargli un nome, crescerlo con cura, presentarlo agli amici, medicargli le ferite e, nel momento in cui si è più affezionato a noi, portarlo in un bosco e ucciderlo a sangue freddo.

Voi potreste farlo?

Potreste uccidere un bambino solo perché è necessario alla Storia? Per ripetere anche qua uno dei più grossi dilemmi del viaggio temporale: se aveste la possibilità di uccidere Adolf Hitler da piccolo, sareste capaci di premere il grilletto?

Doctor Who 9 (1)

La nona stagione di Doctor Who nasce da queste esigenze narrative e da questa domanda. Inizia su un campo di battaglia (“Che guerra è questa?” “Solo una guerra”) e finisce nello stesso punto in cui è iniziata.

Nel mezzo ci sono quarantasei minuti di sorprese e idee continue (biplani-laser, mine-mano, aeroplani che si fermano, richieste di otto cecchini per prendersi un thé solo nel primo quarto d’ora), battute memorabili, invenzioni, meraviglia.

Moffat impiega quindici secondi per ingranare la quinta e, proprio mentre tutto il pubblico si sta chiedendo come sarà possibile mantenere tale velocità d’invenzione e stupore, mette la sesta, la settima, l’ottava e una serie di marce possibili soltanto se si guida un TARDIS.

Gli effetti speciali, ormai, sono ai livelli massimi per la serie e si respira sempre più un’aria da film di Terry Gilliam tra creature moderne e vecchi cassonetti della raccolta differenziata della plastica.

Peter Capaldi continua la sua corsa al Dottore Definitivo mescolando umori e atteggiamenti di tutte le incarnazioni prima della sua riuscendo a risultare plausibile sia suonando una chitarra elettrica su un panzer (in una delle migliori entrate in scena del Dottore di sempre) sia gettandosi ai piedi del nemico implorando pietà. La cosa bella, però, è che Michelle Gomez riesce comunque a rubargli scena.

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Quando racconto una storia a mia figlia, quando sto per improvvisare davanti ad un pubblico, a volte capita di vedergli negli occhi una muta richiesta: “Stupiscimi”.

Il Dottore è il posto in cui vado ogni settimana portando quello sguardo: “Hai tutto lo spazio e il tempo a disposizione, stupiscimi”.

Talvolta, come questa volta, ci riesce perfettamente.

Vedersi uccidere un cucciolo davanti non è mai stato così divertente.



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