30 Settembre 2015 10 commenti

Life in Pieces: di famiglie non ne abbiamo mai abbastanza (forse) di Eleonora Gasparella

La minestra riscaldata non è eccezionale ma pur sempre rassicurante

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Partiamo dalla premessa che al giorno d’oggi non è facile trovare una comedy davvero brillante.
In questo caso particolare è ulteriormente difficile visto il tema di Life in Pieces: l’ennesima serie sulla famiglia.

La grande domanda è: potrà un’altra comedy di questo tipo vincere la sfida di non annoiare chi si appresta a guardarla? Spoiler: ci prova un casino ma alla fine non ci riesce.
Spariamo subito un paio di note tecniche: il produttore della serie è Justin Adler, la cui moglie Barbara detta Barbie è a sua volta produttrice di una serie di cui parlò bene il Villa qualche tempo fa, Kevin from work.
Tra i produttori esecutivi, inoltre figura Jason Winer che ha contribuito alla creazione di Modern Family, di cui si parlerà parecchio in questo post. Ed è proprio Modern Family la presenza più ingombrante quando ci si appresta a recensire questa serie, perché i paragoni sono inevitabili e scontati. Ma cercheremo di non pensarci.

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Il pilot di Life in Pieces (e non solo il pilot) si compone di quattro brevi episodi, con al centro la famiglia Short, composta da padre (James Brolin), madre (Dianne Wiest) e i tre figli.
Gli episodi ci mostrano simpatiche scenette di vita quotidiana dal punto di vista dei tre figli (ma all’inizio questo noi non lo sappiamo). Episodio uno e figlio numero uno (Thomas Sadoski): uomo ormai di una certa età ancora molto sfortunato in amore. Abbondanza di situazioni imbarazzanti e goffaggine. Episodio due e secondo figlio (Colin Hanks): coppia giovane che si trova a gestire la quotidianità dopo un bebé. Episodio tre e figlia numero tre (Betsy Brandt): coppia matura che deve fare i conti con i ragazzini che crescono. Infine un episodio corale che li coinvolge tutti, dove scopriamo la grossa sorpresa: i protagonisti delle tre scene precedenti sono accomunati dal fatto di appartenere alla medesima famiglia. Wow!

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Dopo la visione del pilot, la sensazione è di aver trascorso 20 minuti piacevoli, il tipo di piacevolezza che puoi provare quando c’è poco traffico in tangenziale rientrando a casa e il cuore ti si riempie di paciosa serenità. A tratti ha momenti brillanti, di una comicità poco politically correct e questa ironia ti strappa più di un sorriso.
Di buono c’è anche che gli attori se la cavano piuttosto bene, non sono dei novellini e si vede, i ritmi sono veloci e soprattutto i due capifamiglia sono molto divertenti. In particolare il patriarca Brolin sarà in grado di regalare delle perle e credo che il rapporto tra i due potrà essere potenzialmente il punto forte di questa serie.

Oltre a questi sprazzi di luce però ci sono alcuni punti d’ombra che rendono Life in Pieces un prodotto bello ma non sensazionale.
Il problema è rappresentato soprattutto dalla centralità del tema familiare, già spolpato miliardi di volte da altrettante comedy. Anche le storyline dei personaggi, purtroppo, non vanno più in là rispetto a situazioni comiche già viste: un po’ di sesso, un po’ di parolacce, uno o più drink contro il logorio della vita moderna. Due episodi risultano davvero deboli rispetto agli altri: il primo è un abbondare di clichè e gag scontate, così come l’episodio con la Brandt. A sua discolpa posso dire che è difficile vederla in veste comica e togliersi dalla testa la zia di Breaking Bad (scusa Betsy). C’è di buono che l’attrice che interpreta sua figlia minore recita davvero molto bene e le preparerei già un Emmy per l’anno prossimo.
L’episodio corale mette in luce la buona intesa tra Brolin e la Wiest, e quindi risulta essere il più gradevole.

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In definitiva, Life in Pieces non aggiunge né toglie quasi nulla al panorama seriale attuale, non è il pilot che ti sconvolge la vita ma non è da gettare in tutta fretta nella pattumiera, perché alcune dinamiche tra i personaggi in futuro potrebbero creare dei momenti esilaranti.
Certo, se cerchi la svolta e l’avanguardia televisiva dell’anno ecco, Life in Pieces non lo è. Resta da chiedersi quanto avere l’ennesima comedy piacevole da guardare sia una buona cosa.

Perché seguire Life in Pieces: per tenervi su di morale mentre stirate, cucinate o sistemate casa.
Perché mollare Life in Pieces: se siete convinti che 6 anni e 5 Emmy a Modern Family siano abbastanza.

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