9 Ottobre 2015 14 commenti

Limitless: come Minorty Report, ma un po’ meglio di Francesco Martino

Pastiglione, e passi il Cepu in un attimo!

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Solamente qualche settimana fa avevo avuto l’ingrato compito di recensire il pilot di Minority Report, uno dei peggiori esordi di questa stagione (non a caso già in odore di cancellazione) e la prova di come spesso i network americani siano tanto privi di idee quanto di coraggio. A fare compagnia alla serie di Fox c’era, almeno all’apparenza, anche Limitless di CBS: stessa formula, prendi un film di successo e tirane fuori una serie, e stessi dubbi, quelli intorno all’odiosissima ricetta procedurale.
C’erano però alcune premesse leggermente diverse: la prima e più importante era quella di non volersi allontanare totalmente dal materiale di partenza, coinvolgendo all’interno della serie il protagonista del film di Neil Burger, ossia Bradley Cooper. Il coinvolgimento di Cooper, oltre a fare da traino per la promozione (nonostante apparirà saltuariamente), rappresenta uno dei pregi di Limitless, cioè la volontà di creare una sorta di seguito di quanto visto al cinema invece di proporci improbabili salti temporali con personaggi resi forzatamente interessanti.

Il protagonista effettivo della serie è Brian, un fallito che vede la propria vita risollevarsi grazie all’assunzione del NZT-48, la droga che gli dà accesso al 100% del cervello umano, facendolo diventare ben presto un consulente del FBI, interessata a studiare la strana relazione tra il ragazzo e la pillolina magica. Brian è infatti immune agli effetti collaterali dell’astinenza da NZT-48, un’immunità possibile solo grazie all’intervento del personaggio di Bradley Cooper, il Senatore Eddie Morra. Il ruolo di Morra è quello dell’entità che trama nell’ombra e che tira le fila di tutto, che decide di inserire Brian all’interno del bureau per assecondare i suoi fini e seguire le indagini nei suoi confronti tenendolo però sotto scacco: in caso di tradimento Brian smetterà di ricevere “l’antidoto” contro gli effetti collaterali  del NZT-48, venendo così condannato a morte. Nonostante questa premessa di fondo, che fungerà presumibilmente da trama orizzontale per la serie, il resto è un classico procedurale in cui Brian è costretto a collaborare con l’agente Harris (Jennifer Carpenter da Dexter) nella risoluzione di alcuni casi, in una rapida sequenza di situazioni in cui il protagonista risolve qualsiasi problema grazie alle sue nuove capacità mentali. Il fatto di avere un personaggio intelligentissimo obbliga la serie a trovare dei casi dall’elevata complessità, pane per i denti di Brian, portando di fatto l’intreccio delle storyline verso risvolti non sempre credibili, trasformando un caso all’apparenza semplice in un’assurda matrioska di eventi.

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Nonostante il poco coraggio nella costruzione narrativa, Limitless riesce a tirar fuori delle idee lì dove Minority Report si era mostrato una tabula rasa: nel comparto visivo. Pur non godendo degli scenari futuristici della serie Fox, Limitless spicca per una messa in scena incisiva, pensata soprattutto per dare risalto ai momenti in cui il protagonista è sotto gli effetti del NZT-48. Quando Brian assume la droga, oltre ad una fotografia più accesa, vediamo una serie di interessanti trovate visive, utilizzate per sottolineare le spiccate capacità intellettive del protagonista: dalla presenza di alcuni “cloni” con cui il personaggio dialoga durante i suoi ragionamenti contorti a sequenze pesantemente ispirate a quanto visto in Sherlock. Queste idee, per quanto già viste, servono comunque a spezzare la monotonia delle indagini, altrimenti relegate a una noiosa routine fatta di “scopri il cadavere-indaga-arresta il colpevole”, costituendo quindi uno dei punti di forza della serie. Parte del merito va senza dubbio a Marc Webb, conosciuto ai più per essere stato il regista di 500 Giorni Insieme e dei due The Amazing Spider-Man, e qui in veste di produttore esecutivo e regista dei primi due episodi, non a caso quelli che spiccano per una regia più movimentata e originale.

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Va spesa una parola anche per il cast, fatto di facce note e promesse interessanti. Se abbiamo già accennato a Jennifer Carpenter come spalla del protagonista, accompagnata dai recurring Blair Brown (Nina Sharp di Fringe, oltre ad altre mille cose) e Ron Rifkin, qualcosa va detto sul protagonista Jake McDorman. McDorman è il classico attore belloccio non particolarmente fortunato, di quelli che convincono tantissimo come personaggi secondari ma che finiscono a ricoprire il ruolo da protagonista esclusivamente in progetti fallimentari. Lo avevamo visto in Greek, brevemente in The Newsroom e Shameless, fino al suo debutto da protagonista nel disastroso Manhatthan Love Story, chiuso prematuramente non per colpe imputabili al povero Jake. McDorman non è Robert De Niro, ma riesce sicuramente a dare una spinta in più alla serie, trovandosi perfettamente a proprio agio nei panni del cazzone scansafatiche baciato dalla fortuna.

Alla fine Limitless non è propriamente “bella”, di certo non è troppo “nuova”, ma prova comunque ad aggiungere qualcosa a uno scenario grigio come quello dei procedurali polizieschi, un ottimo tappa buchi per quei weekend piovosi e senza serie clamorose da guardare.

Perché seguire Limitless: per vedere se saprà aggiungere qualcosa ad un genere “morto” come quello dei procedurali.
Perché mollare Limitless: perché non possiamo perdere tempo guardando anche le serie medie.



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