16 Febbraio 2016 11 commenti

The Walking Dead: This. Is. Alexandriaaaaaa!!! di Diego Castelli

A tratti sembrava 300

The Walking Dead No Way Out (2)

OCCHIO, SPOILER!

Ormai io e The Walking Dead siamo come coniugi da sitcom. Ci vogliamo bene, ogni tanto ci facciamo i dispetti, si litiga, ma poi si finisce a fare pace proprio sui titoli di coda, in attesa del prossimo episodio.
Con la prima parte della sesta stagione non ci eravamo lasciati benissimo: lo scherzone poco simpatico sulla morte di Glenn, unito a un midseason finale dignitoso ma meno niente più, contribuiva a un giudizio tutto sommato tiepido.

Fortunatamente però, come si diceva, siamo in un rapporto da sitcom, quindi ogni litigio viene ricomposto da un qualche teneroso gesto d’ammmore. E quel gesto, arrivato a San Valentino, si chiama “No Way Out”, prima puntata di questa tranche primaverile.
Una roba clamorosa, da applausi a scena aperta, grondante tamarraggine.
In realtà è anche un episodio che scava ulteriormente nel baratro che già divide i fan di The Walking Dead dai suoi denigratori. Esagerato, parossistico, a tratti quasi folle e pieno di piccoli dettagli sul cui realismo è meglio sorvolare, “No Way Out” offre il fianco alle critiche di chi in TWD vede niente altro che un cagatone. Per tutti gli altri, invece, l’episodio è la botta di adrenalina che si aspettava ormai da qualche tempo.

The Walking Dead No Way Out (4)

A ben guardare, la trama non si discosta poi molto da quello che si prevedeva a novembre: il “mamma” pronunciato a voce troppo alta da quell’idiota di Sam, mentre insieme agli altri stava trottando in mezzo agli zombie in teorico silenzio, lasciava presagire un rapido disastro.
Ma è il tono complessivo a essere diverso dal solito, fin dalla prima scena. Bloccati da quegli specie di sons of anarchy agli ordini di Negan (che in teoria dovrebbe essere il prossimo mega-cattivo), Daryl, Abraham e Sasha risolvono la questione con un colpo di RPG. Esatto, Daryl abbandona per un attimo la fida balestra e spara un missile in faccia a quei bastardi, aggiungendo una tacca al suo già nutrito carniere di scene d’antologia.

Si capisce quindi subito che non sarà una puntata come le altre, e che verrà spinto a fondo il pedale dell’accelerazione tamarra. Ad Alexandria infatti si consuma la tragedia e poi la rinascita. Sam effettivamente sbarella, risentendo in testa le parole minacciose di Carol udite mesi addietro e bloccandosi nel momento peggiore. Gli zombie lo maciullano e poi passano alla madre, che non riesce a non urlare mentre il figlio viene sgranocchiato. Jessie muore ma non molla la presa sul braccio di Carl, costringendo Rick a tagliare l’arto con l’accetta. Pochi altri secondi e Ron decide che non ne può più di Rick, che gli ha ammazzato il padre, trombato la madre e ora nemmeno è riuscito a salvarla. Prende la pistola e fa per sparargli, ma arriva Michonne che lo colpisce alle spalle. Rick è salvo, ma una pallottola parte comunque e centra Carl in pieno occhio, lasciandolo a borbottare sanguinante tipo Gus Fring in Breaking Bad.
È una scena semplicemente eccezionale (e complimenti a Greg Nicotero, regista dell’episodio nonché leggendario geniaccio di trucco, effetti speciali, horror ecc ecc ecc). Un crescendo drammatico apparentemente senza fine, in un momento in cui ai personaggi è teoricamente imposto il più assoluto silenzio, per non attirare l’attenzione degli zombie. Ci troviamo quindi a guardare il volto sempre più sconvolto di Rick, costretto a vedersi morire accanto la seconda compagna in sei anni (cominci a portare sfiga, caro mio), mentre contemporaneamente deve stare zitto e farla a pezzi, per poi preoccuparsi del figlio trasformato in mini-Governatore.

The Walking Dead No Way Out (3)

Una pura apnea che ovviamente lascia spazio per le rimostranze dei precisetti: come fa Carl a sopravvivere a quel colpo? Sono gli stessi che pochi minuti dopo diranno “come fa Glenn a sopravvivere alla gragnuola di colpi sparata da Abraham nella sua direzione?”
Mi piacerebbe rispondere subito che a guardare Studio Aperto si vedono robe anche più strane, ma la verità è che non me ne frega niente, non è il realismo il parametro giusto con cui valutare una serie come The Walking Dead. Entrambe le scene sono così potenti che la loro evidente inverosimiglianza diventa niente più che una tassa da pagare, e la paghiamo più che volentieri.

Una girandola di emozioni, insomma, dalla prima all’ultima scena, con in fondo un twist tematico interessante. Dopo la morte di Jessie e il ferimento di Carl, Rick sbrocca completamente, prendendo l’accetta e andando a caccia di non-morti. Ben presto, un po’ per aiutarlo e un po’ per esasperazione, anche gli altri abitanti di Alexandria escono di casa pronti alla lotta, dando il via a un’ulteriore carneficina, girata come in un film di Tarantino-Rodriguez con l’epica di 300, senza freni e senza vergogna. Morirebbero tutti nella gloria, se non fosse per l’ulteriore intervento della banda di Daryl, ma il concetto che passa è quello di un cambio di paradigma: non più la lotta agli zombie come semplice strumento di difesa, come resistenza necessaria in nome della sopravvivenza. Per la prima volta, i nostri combattono gli zombie perché è dannatamente giusto farlo, per la salvezza dell’umanità tutta, perché perdio è il momento di fargliela pagare e prendersi una rivincita.

The Walking Dead No Way Out (5)

È il momento in cui Rick abbraccia finalmente l’ideale di Deanna, sublimato però attraverso uno sguardo più combattivo: stesso obiettivo con mezzi diversi. Ed è pure il giorno fatidico in cui perfino quel pusillanime di Eugene decide che è il momento di combattere: “Oggi nessuno può scappare” dice, “e che diavolo, questa è una storia che la gente racconterà”.
Sono parole molto significative, che sembrano trasformare la trama di The Walking Dead da ultimi giorni prima dell’estizione dell’umanità a primi giorni della sua rinascita (non è neanche un caso che tale rinascita parta da Alexandria, nome del luogo dei primi morti della Guerra Civile americana, come se la lotta agli zombie fosse propro quello, una lotta fra umani ed ex-umani per decidere chi potrà sopravvivere e prosperare).
Un confine sottile e una nuova luce di speranza, in attesa di capire quale sarà il peso di Negan su questa rinnovata voglia di vivere. Il tutto ben messo in scena da un episodio non certo perfetto – oltre ai citati errorini bisognerebbe aggiungere la ridicolaggine di Gabe-il-coraggioso e la retorica stucchevole al capezzale di Carl – ma comunque fortissimo, da pop corn sparsi sul divano durante le esultanze, peggio di quando è finalmente comparso Beppe Vessicchio a Sanremo.
Ci vogliamo di nuovo bene, cara The Walking Dead. Adesso vediamo quando ci farai incazzare la prossima volta.

The Walking Dead No Way Out (6)



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