8 Giugno 2016 8 commenti

Feed The Beast – Il mondo del food arriva anche nelle serie tv di Marco Villa

Un cuoco e un sommelier alle prese con il sogno di aprire un ristorante

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Emergenti, famosi, famosi che fanno gli emergenti, itineranti, di classe o di strada. In televisione negli ultimi dieci anni abbondanti abbiamo visto cuochi di ogni tipo, con relativi programmi di cucina. Che fossero talent, docufiction o semplici programmi di ricette poco conta, conta il fatto che abbiamo visto migliaia e migliaia di piatti, con annessi gli umani che li hanno cucinati. A naso, una categoria mancava alla collezione, quella che viene definita scripted, ovvero basata su una sceneggiatura. Una serie tv, insomma. A questa mancanza prova a rispondere un network importante come AMC (Mad Men e Breaking Bad, tra gli altri) con Feed The Beast, che è una serie sulla nascita di un ristorante, ma prova a essere anche molto di più.

Feed The Beast è in onda dal 5 giugno e ha come creatore Clyde Phillips, già showrunner delle prime quattro stagioni di Dexter, le più belle. Non si tratta di una serie originale, ma dell’adattamento della danese Bankerot, creata dallo sceneggiatore di quel gioiellino che è il film norvegese In ordine di sparizione. Feed The Beast racconta la storia di due amici: il cuoco e il sommelier che, insieme alla moglie del sommelier, dovevano aprire un ristorante, ma il caso ha voluto che la moglie morisse in un incidente stradale e che a stretto giro di posta il ristorante in cui stava lavorando il cuoco andasse in fumo, per colpa del cuoco stesso. Risultato: cuoco in prigione e con la mafia russa (proprietaria del locale) incazzata con lui, sommelier in pieno lutto e con il figlio traumatizzato che non parla da quando ha visto la mamma. Cosa può fare un sommelier depresso? Esatto: bere. E il sommelier beve, mentre il cuoco in prigione mette a punto ricette su ricette, per la gioia dei secondini. Una volta uscito, il cuoco si ritrova la mafia russa alle calcagna e finisce per essere costretto a convincere l’amico a mettere in piedi per davvero il locale dei loro sogni, ma per ripagare i russi dei soldi perduti.

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Questa la storia generale di Feed The Beast: come potete capire, la parte di cucina è sostenuta da una serie di sottotrame di spessore, in grado di tenere tutto in piedi. Il cuoco è interpretato Jim Sturgess (Across The Universe), che riesce a dare al proprio personaggio il giusto tono tra credibilità e autoironia. Incredibilmente, anche David Schwimmer riesce a fare il suo: lui è il sommelier e, nonostante un passato e un presente da cane senza ritorno (vogliamo parlare di come lavora in American Crime Story?), in questo caso è sul pezzo: interpreta un cane bastonato e fin lì ci arriva senza grossi problemi.

Senza problemi è anche la scrittura: il pilot è quello di un drama con tutte le cosine al posto giusto e in più c’è l’aggiunta della parte cucina. Si tratta di momenti presi di peso da un’estetica e una narrativa alla Masterchef: per qualche secondo tutto perde importanza e il centro di tutto viene occupato da un piatto, che diventa all’istante più importante di Guernica di Picasso. Retorica e linguaggio a cui siamo ormai abituati e che nel primo episodio vengono bilanciati molto bene con il resto del racconto.

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La forza di Feed The Beast è nel provare a mettere in scena temi e ambientazione davvero poco battuti dalla serialità. Incredibilmente, vien da dire, visto che il food è l’architrave di tipo metà dell’intrattenimento televisivo contemporaneo. Già questo è un punto a favore, resta solo da capire quanto gli autori riusciranno a tenere l’equilibrio dimostrato nel pilot: la sensazione è che il drama rischi di essere andare in via di sparizione a favore della parte culinaria, destinata a prendere il sopravvento, ma questo non è necessariamente un fatto negativo.

Perché seguirla: perché una serie ambientata in una cucina e in un ristorante è cosa nuova

Perché mollarla: perché speravate che le serie rimanessero immuni dal virus del food in tv



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