8 Settembre 2016 3 commenti

StartUp: Martin Freeman e Adam Brody in una serie così così di Diego Castelli

Bravi attori in un contesto un po’ banale

StartUp (2)

Inutile negarlo: per gli appassionati di serie tv sono anni eccezionali. L’apertura della serialità prima alle pay tv (specie a cavallo fra Novanta e Duemila) e successivamente a piattaforme che con la televisione in senso stretto hanno poco a che vedere, ha aumentato esponenzialmente la disponibilità – e spesso la qualità – nella narrazione seriale audiovisiva. Ci sono talmente tanti telefilm fra cui scegliere, che l’impressione è quella di trovarsi all’interno di una specie di bolla speculativa che forse prima o poi esploderà, ma che intanto, per usare le immortali parole di Erodoto, è una figata pazzesca.
In questo contesto affollato e formicolante, sono in molti ad accarezzare l’idea di “fare come Netflix”, mettendosi a produrre serialità originale per tentare il grande salto. Anche io e il Villa abbiamo pensato di creare una serie sulla nostra vita che rivaleggiasse con Game of Thrones, poi però abbiamo visto che con il budget previsto di 23 euro a episodio non saremmo andati molto lontano, quindi per ora siamo in stand by.

La piattaforma Crackle ci aveva già provato nel 2013 con Chosen e nel 2015 The Art of More, prodotti di buon cast (Milo Ventimiglia, Dennis Quaid) ma che in fondo non si è cagato nessuno. Nel frattempo, però, Crackle ha raccolto un po’ di credito soprattutto con programmi non-fiction come Comedians in Cars Getting Coffee, uno show comico di Jerry Seinfeld che si è pure guadagnato una nomination agli Emmy.
Ora la piattaforma posseduta da Sony ci riprova un’altra volta, dando a Ben Ketai, autore dello stesso Chosen, il compito di dar vita a Startup, la cui prima stagione è stata rilasciata un paio di giorni fa.

StartUp (3)

A saltare subito all’occhio, ancora una volta, è il cast di un certo pregio: c’è Adam Brody, mitico Seth Cohen di The O.C., c’è Edi Gathegi, che in questi anni abbiamo visto un po’ dappertutto, da The Blacklist agli X-Men, c’è Otmara Marrero, che finora abbiamo visto poco ma sarà il caso di guardare di più. Soprattutto, c’è Martin Freeman, che dopo il John Watson di Sherlock, il Lester Nygaard di Fargo, il Bilbo Baggins de Lo Hobbit ecc ecc, ora si mette a fare l’agente dell’FBI con tendenze pazzoidi e criminali.
Tutta questa bella gente viene inserita nella cornice di una storia a metà fra il cyber-thriller e la gangster story, dove una programmatrice di talento vuole farsi finanziare un’idea per una nuova moneta digitale (Marrero), trova un bancario con soldi sporchi da ripulire disposto a darle una mano (Brody), un boss della mala in vena di redenzione (Gathegi) e un federale dagli scopi poco chiari ma dai modi assai inquietanti (Freeman). Questi sono i fondatori della startup che dà titolo alla serie, e dobbiamo immaginare un prossimo futuro fatto di intrighi, pallottole, maneggi e furberie in cui ognuno perseguirà una sua propria agenda, che sia la realizzazione di un sogno o l’uscita da un tunnel.

StartUp (1)

Il pilot di StartUp (per ora ho visto solo quello) ha sicuramente qualche buona freccia al suo arco. L’episodio scorre su un buon ritmo e mantiene la tensione abbastanza alta, giocando sugli elementi più dichiaramente “criminali” ma anche sulle vicende familiari dei vari personaggi (Izzy, la programmatrice, la dà via da un anno pur di continuare a perfezionare la sua invenzione, e Nick, il bancario, riceve i soldi sporchi da un padre assente con cui evidentemente ha qualche problema irrisolto). Allo stesso tempo, gli autori sanno di avere in mano dei bravi interpreti e li sfruttano a dovere: già sapevamo che Martin Freeman è un attore molto versatile, ma vederlo nei panni del glaciale maniaco, sempre sull’orlo di un’esplosione violenta che ancora non è avvenuta ma aleggia su tutto il pilot, beh, aggiunge un’altra tacca alla sua già nutrita collezione di interpretazion vincenti. Idem per Adam Brody, che porta la leggera inadeguatezza nerd di Seth Cohen a un personaggio adulto ma anche fragile, guidato da una certa ambizione ma sempre a un passo dal diventare una vittima.

StartUp (4)

Purtroppo, però, di cose buone non ce ne sono molte altre. Per quanto abbastanza divertente, il pilot di StartUp sconta il peso una certa superficialità. Ci sono elementi che suonano proprio stonati, come la quantità ingiustificata di scene di sesso – indizio dell’incapacità di creare interesse senza la continua inserzione di “scene forti” – oppure il fatto che sta benedetta startup non viene effettivamente fondata nel pilot, ma addirittura due episodi dopo (così ho letto facendo un po’ di ricerca). Più in generale, StartUp non sembra in grado di allontanarsi da certi cliché di genere e da tematiche e atmosfere che abbiamo già visto tante volte al cinema e in tv, usando l’aroma della violenza, del sangue e della cupidigia per mascherare lo scimmiottamento di serie più nobili che però hanno anche più spessore.

Non è Mr. Robot, insomma, che piaccia o non piaccia prova a fare qualcosa di nuovo, ma non è nemmeno Netflix, che in questi anni sta proponendo molte tematiche nuove, o almeno figure inedite dentro ambientazioni già conosciute, insomma un senso di novità che StartUp non sembra in grado di fornire.
Poi magari siete fan sfegatati di Martin Freeman e cercate prima di tutto qualcosa che vi assicuri una serata senza pensieri con gelato e pigiama, e allora StartUp va benissimo. Ma se siete alla ricerca di cose nuove e fighe da consigliare agli amici con l’insistenza compulsiva del teletossico, beh, mi sa che vi tocca cercare altrove.

Perché seguire StartUp: la buona suspense e i bravi attori.
Perché mollare StartUp: non c’è una sola immagine, battuta o situazione che non lasci in bocca un sapore (leggero o pesante) di già visto.



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