6 Ottobre 2016 8 commenti

Crisis in Six Scenes: Woody Allen delude, ma evitiamo gli equivoci di Diego Castelli

Ennesimo caso di aspettative irrealistiche

Crisis in Six Scenes (2)

In questi giorni si è parlato molto di Crisis in Six Scenes, prima e probabilmente ultima incursione del grande Woody Allen nella serialità, e un po’ dappertutto sono piovute bastonate. Avendo visto un po’ in ritardo i sei episodi, mi ero già imbattuto nelle recensioni negative e in alcuni casi ci avevo trovato una tale virulenza, da causarmi un istintivo moto di protezione verso il povero Woody, che detta così sembra uno spinoff di Toy Story.

Alla fine sti benedetti episodi li ho visti, e sento tuttora il bisogno di invitare a un minimo di equilibrio, anche perché siamo evidentemente di fronte a un classico caso di aspettative andate fuori controllo.
Prima di tutto, un po’ di storia e contestualizzazione: la notizia dell’approdo di Allen su Amazon aveva comprensibilmente causato diversi entusiasmi (parliamo comunque di uno dei più grandi registi e sceneggiatori del Novecento), ma nel racconto della produzione c’era già qualcosa che stonava. Allen aveva dichiarato di non trovarsi a suo agio con la forma televisiva, di non sapere bene perché stesse facendo questa cosa, e ora che la serie è fatta e finita l’ha pure in qualche modo disconosciuta, o per lo meno è passato ad altro senza starci troppo a (ri)pensare (vale la pena ricordare che dagli anni Settanta Woody Allen fa uscire più o meno un film all’anno, quindi non è esattamente uno che rimugina troppo sul suo stesso lavoro).

Crisis in Six Scenes (1)

In questa strana atmosfera da “facciamolo, ma non garantisco niente”, Crisis in Six Scenes racconta di una coppia di coniugi, Sidney e Kay Musinger, autore di spot pubblicitari lui e consulente matrimoniale lei, che vivono una normale vita borghese sul finire degli anni Sessanta. A spezzare l’equilibrio arriva Lennie, interpretata da una Miley Cyrus finalmente tornata in abiti civili (a me la sua versione coi cazzi di gomma non piace particolarmente), che è una ragazza anarchica e rivoluzionaria, piena del fervore giovanile del ‘68, capace di parlare quasi solo di marciume del capitalismo e di lotta contro il potere oppressivo. Il suo arrivo, comprensibilmente, influenza in vario modo la vita dei protagonisti, causando la frustrazione di Sidney (interpretato dallo stesso Allen), ma anche un inaspettato entusiasmo in Kay e in Alan, figlio di amici di famiglia che vive con loro. Da qui ci vuole poco a tirare dentro anche la polizia e buffi tentativi di spionaggio.

Si diceva di cercare un po’ di equilibrio, e da questo punto di vista sento il bisogno di iniziare da alcune critiche che ho letto qui e là. A leggere queste recensioni, americane come italiane, si intuisce che molti si aspettavano una non meglio precisata rivoluzione seriale, un debuttto dirompente, speravano insomma che Allen gli mandasse in pappa il cervello con il suo riconosciuto genio. Nel momento in cui questa cosa effettivamente non avviene, ecco che piovono semi-insulti in cui si tira in mezzo Mad Men che aveva raccontato molto meglio gli anni Sessanta, oppure certi eredi di Allen come Louis CK, che avrebbero mostrato una volta di più di aver superato il maestro, incapace di adattarsi allo spirito del tempo, stilistico e contenutistico.

Crisis in Six Scenes (4)

E questo è il primo e più importante problema delle aspettative. In base a cosa questa gente si aspettava la rivoluzione? Già prima dell’uscita della serie si era saputo che sarebbero stati solo sei episodi da venti minuti, guidati da una storia molto orizzontale che di fatto configurava Crisis in Six Scenes come un film un po’ lungo e diviso in sei parti (come peraltro suggerisce il titolo). A fronte del rifiuto dell’autore di piegarsi alle classiche regole del racconto televisivo, è certamente possibile questionare questa impostazione con un instintivo “se vuoi fare la serie tv, falla come si deve”, ma una volta accettato questo non c’è motivo per pretendere da un regista ottantenne, che da quarant’anni fa film di un certo tipo con un stile preciso e quasi sempre costante, di cambiare radicalmente il suo approccio al racconto audiovisivo perché nel frattempo è uscita Mad Men e vi è piaciuta di più.
Sono pure il primo a dire che Mad Men sia meglio di Crisis in Six Scenes (detto che l’unica base comune è l’ambientazione, quindi il paragone calza fino a un certo punto), ma se volete il nuovo Mad Men mi pare evidente che non dovete chiederlo a Woody Allen.

L’ulteriore critica che ho letto, basata su un confronto fra questa serie e gli ultimi film, sarebbe un presunto allontanamento di Crisis dal Woody Allen “vero”, che negli ultimi anni è riuscito ancora a produrre ottime cose. Si tratta evidentemente di persone che non hanno mai visto un film di Woody Allen di prima del 2008. Nel corso degli anni, soprattutto negli ultimi, la produzione cinematografica di Woody Allen è sempre stata molto altalenante (cosa peraltro comprensibile vista la volontà di girare un film all’anno), e ci ha regalato autentiche perle come Midnight in Paris e Match Point, accanto a robetta come Magic in the Moonlight o Sogni e delitti (e non parlo solo di gusto personale, mai questionabile, ma proprio di influenza culturale successiva).
Da qualunque parte la si guardi, comunque, i fan della vecchia scuola di Woody Allen rimpiangono ancora oggi gli anni in cui l’occhialuto narratore stava sia davanti che dietro la macchina da presa, raccontando le sue idiosincrasie e la sua disillusa visione del mondo. Da questo punto di vista, Crisis in Six Scenes è invece pienamente una serie di Woody Allen, proprio perché rimette in scena gli elementi iconici che hanno fatto la fortuna del buon Woody, primo fra tutti la sua presenza sulla scena, una presenza tremolante, colta, buffa, cinica e volutamente un po’ ipocrita, capace di spaziare dal dialogo infarcito di alti riferimenti letterari e politici, fino alla comica più slapstick da film muto degli anni Venti.

Crisis in Six Scenes (5)

Se non si fosse capito, trovo dunque altamente pretestuose le critiche di chi, in Crisis in Six Scenes, vuole vedere l’obiettivo mancato di una qualche rivoluzione televisiva, o il tradimento di chissà quale stile o approccio alla narrazione. Semplicemente, vi aspettavate cose che non erano e non sono ragionevoli, considerando l’autore coinvolto.
Detto questo, e sottolineato quindi che mi piacerebbe si parlasse di cose che esistono e non di quelle che non esistono, non vuol dire che siamo pronti a promuovere Crisis su tutta la linea. Perché se è vero che la serie ci restituisce effettivamente il vero Woody Allen, allo stesso tempo, purtroppo, non è il miglior Woody Allen.

La storia che regge i sei episodi è piuttosto esile, e serve soprattutto da struttura per l’installazione di lunghi dialoghi a tema variabile, ma in generale oscillanti intorno a una certa idea di borghesia e mediocrità, di spirito ribelle e amore per le comodità. Introducendo il personaggio di Lennie e rendendolo fondamentalmente odioso (basta vedere tutto il cibo che ruba mentre intanto pontifica sul mondo e sul capitalismo), Allen ci racconta il fallimento degli ideali del Sessantotto, mostrando come ancora oggi, in un periodo che del ‘68 dovrebbe essere in qualche modo l’erede, sia più facile per il pubblico occidentale immedesimarsi nel poveraccio che vorrebbe solo passare un pomeriggio tranquillo, piuttosto che nella ragazza tutto pepe che vuole distruggerglielo.
Non si tratta però di una grande riflessione sociale valida per tutti, di una vibrante critica antropologica. Come in tutta la produzione di Woody Allen, lo sguardo non vuole essere totale, ma solo suo, solo del suo autore, che una volta di più ci mostra il suo naturale sospetto per tutto ciò che è estremo, che sia l’amore, l’odio, la passione politica o la fame di gloria. In Woody Allen è sempre tutto effimero, passabile, meno importante di quello che sembra, e la comicità spicca proprio perché capace (con un twist da sempre inaspettato e vertiginoso) di farsi più memorabile delle mille elucubrazioni filosofiche a cui cerca in qualche di “porre rimedio”.

Crisis in Six Scenes (3)
Da questo nocciolo tematico vengono le cose migliori della serie, soprattutto verso il finale quando le signorotte del club del libro diventano rivoluzionarie marxiste solo perché “carino”, solo perché “trasgressivo”, senza alcun reale convincimento, o quando il nostro protagonista si vede scambiare per J. D. Salinger – che lui ama, odia e imita – e si guarda bene dal correggere il poliziotto entusiasta, così da ricavarci il massimo possibile (cioè evitare una multa).

Il problema è che questi momenti di reali divertimento, di reale compiutezza, sono un po’ pochi, a fronte di sei episodi che per la maggior parte del tempo si trascinano in molte lungaggini, in una riproposizione a volte stanca e vecchiotta della vecchia comicità di Allen, senza nemmeno la solidità narrativa di altre sue produzioni. In questo sì serviva un aggiornamento: sarebbe stato bello se la comicità di Allen, quella vera e antica, fosse stata messa al servizio di temi e situazioni nuove, perché in qualche modo sentiamo il bisogno di una macchina del tempo che ci consenta di prendere il Woody Allen degli anni Settanta, portarlo qui, fargli vedere il mondo e poi stare a sentirlo mentre ne parla. Il Woody Allen vero, invece, ha ormai ottant’anni e sceglie di ambientare la sua serie alla fine degli anni Sessanta, proprio per non avere problemi, per raccontare qualcosina del mondo di oggi (segnato sempre dalle stesse contraddizioni) usando però un’ambientazione che conosce a memoria e in cui si sente al sicuro.
D’altronde non sarebbe da Woody Allen fare salti carpiati dentro generi e ambientazioni a lui non congeniali, sulla sua idiosincrasia al cambiamento ci ha fondato mezza carriera!

Crisis in Six Scenes (1)

Il risultato è dunque una serie che regala qualche momento divertente e arguto, qualche sprazzo nostalgico del Woody Allen che fu, ma che in definitiva non è particolarmente memorabile. Nemmeno dal punto di vista visivo e uditivo: tutto ambientato in poche stanze, con una colonna sonora fin troppo silenziosa che stride con la tradizionale capacità di Allen di scegliere tappeti sonori che lo spettatore quasi non registra, ma che in realtà avvolgono l’agire dei personaggi come una cornice onirica e rassicurante.
Per quanta filosofia e analisi ci si possa scrivere sopra, e per quanta delusione si possa trarre dal non mantenimento di promesse mai fatte, alla fin fine la critica più azzeccata potrebbe anche essere la più banale: dopo trent’anni e passa di film di Woody Allen, alcuni straordinari e altri bruttarelli, Crisis in Six Scenes si piazza a metà, una commedia che può occupare due ore del vostro tempo con un po’ di brio, ma su cui poi passerete oltre senza troppo pensiero.
E forse, come sembra ammettere lo stesso Woody Allen per bocca di Sidney sul finale del sesto episodio, la serialità non è nelle corde del nostro immortale geniaccio, e allora tanto vale tornare a ciò che sa fare meglio, lasciando il campo seriale a chi perlomeno ha voglia di starci.
Amaro, se vogliamo, ma onesto.

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Perché seguire Crisis in Six Scenes: durando così poco, ed essendo probabilmente la prima e ultima incursione di Woody Allen nella serialità, ha senso farsi questa breve maratona anche solo per poter dire “l’ho vista”. E poi Allen è protagonista come al cinema non accade quasi più, l’effetto nostalgia è caldo e avvolgente.
Perché mollare Crisis in Six Scenes: In termini di qualità nuda e cruda della sceneggiatura, Crisis sta nella parte medio-bassa della produzione di Allen.



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