19 Ottobre 2016 4 commenti

Halt and Catch Fire 3 Season Finale: dolce malinconia e sottile speranza di Diego Castelli

L’ultimo season finale in attesa di salutare i nostri informatici preferiti

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Non possiamo abbandonare Halt and Catch Fire senza parlare del finale della terza stagione, l’ultimo finale “season” prima del “series” che andrà in onda l’anno prossimo, al termine di un quarto ciclo conclusivo annunciato qualche giorno fa.
È stato un finale poderoso, nella forma e nella sostanza, che ha accelerato bruscamente la storia dei nostri aspiranti geni dell’informatica, proseguendo un percorso preciso di cui conoscevamo già le direttrici, ma aggiungendo anche sfumature improvvise e decisive.

Alla base di tutto, ovviamente, c’è l’idea di spostare il doppio season finale avanti di quattro anni rispetto al terz’ultimo episodio. È una tecnica furbina che sullo spettatore seriale fa sempre un certo effetto: abituati come siamo a telefilm che, per loro stessa natura, sembrano seguire passo passo e giorno per giorno la vita dei loro protagonisti – facendo addirittura coincidere festività e pause (pensiamo a molti teen drama in cui l’estate senza puntate corrisponde alle vacanze estive dei personaggi) – uno scarto così poderoso all’interno di una stessa stagione non più che creare un po’ di straniamento. In pratica lo spettatore viene obbligato a essere curioso su ciò che è stato deciso di saltare, su cosa è cambiato e perché, come se improvvisamente sentissimo il bisogno feroce di un “previously” lungo qualche mese.
Se la tecnica è collaudata e vincente di per sé, allo stesso tempo va usata con giudizio, non bisogna abusarne e soprattutto bisogna investirla di qualche significato, evitando che sia semplicemente un trucchetto da prestigiatore per smuovere un po’ le acque.
Che ve lo dico a fare: con Halt and Catch Fire l’hanno usata benissimo.

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Nel corso di tutta la terza stagione, gli autori hanno portato avanti in maniera abbastanza lineare un percorso già sviluppato negli anni precedenti: le spinte centrifughe di cui parlavamo in occasione del secondo season finale, quelle che avevano separato forse irrimediabilmente Gordon e Joe, hanno infine investito anche Cameron e Donna. Separate da una visione spesso opposta circa la gestione della loro società, le due donne arrivano a uno scontro finale accesissimo, ancora più amaro perché pensato inizialmente proprio per risanare certe fratture, e invece servito più che altro per certificare una definitiva incompatibilità.
Come già i compagni maschi, anche Cameron e Donna devono arrendersi all’evidenza che insieme non possono andare avanti, gettando un’ombra funesta sulla loro attività e, più in generale, sulle possibilità di successo di questi protagonisti apparentemente incapaci di rinunciare al loro individualismo in nome del bene comune.

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D’altro canto, in questa stagione i due protagonisti maschi, specie Gordon, sono apparsi leggermente in ombra, meno impattanti delle controparti femminili a livello narrativo, anche se Joe si è trovato sulle spalle, suo malgrado, il peso di un tema importante: la vicenda di Ryan, talentuoso braccio destro desideroso di seguire fino in fondo un ideale proposto da Joe ma in fondo tradito dallo stesso MacMillan, diventa metafora di una doppia sconfitta, per il personaggio ma anche per una certa società contemporanea che negli anni in cui è ambientata Halt stava ancora nascendo.

Il suicidio di Ryan, in qualche modo abbandonato dal suo mentore che aveva coltivato gli entusiasmi rivoluzionari del ragazzo per poi tarpargli le ali, è certamente una sconfitta per Joe: con Ryan egli vede morire proprio quegli stessi ideali, come se l’anima più poetica e innovativa di Joe fosse stata incarnata al di fuori del suo corpo, e poi fatta morire sul marciapiede, mentre MacMillan rivelava allo spettatore e a se stesso i suoi veri obiettivi, molto più personali del previsto: banalmente, sperava di poter avere almeno un amico.
Ma il suicidio, come sottolineato dallo stesso Ryan in un messaggio postumo, è anche la morte preventiva di un ideale di condivisione e fratellanza che la tecnologia ha coltivato per anni ma che ha dato vita a uno strano ibrido per nulla rassicurante, che ha la forma del bullismo telematico, degli insulti che quotidianamente ci scambiamo su facebook, delle truffe e più in generale di una comunicazione che il povero Ryan voleva universale e trasparente, e che tale non è mai stata e forse mai sarà. A voler fare i pignoli, quel messaggio di Ryan è perfino un po’ troppo esplicito, visto che Halt ci ha abituato a sottigliezze più sfumate, ma la forza della rivelazione e della denuncia rimane tale e quale.

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Si arriva così al doppio finale flashforward, che ha grandissimi meriti stilistici e di contenuto. In primo luogo è di un’eleganza finissima, perché in più occasioni, e con pochissimi tocchi, trasmette sensazioni e informazioni che lo spettatore assimila nella più assoluta naturalezza, senza quasi notarle.
Potrei citare il modo in cui ci viene detto che siamo passati agli anni Novanta, con una zoomata sulla schermata del computer di Donna che mostra la versione di Windows 3.0 datata per l’appunto 1990; oppure il modo in cui viene (ri)presentata Cameron, che dopo quatro anni in Giappone e una carriera di discreto successo come designer di videogiochi è però cambiata radicalmente, nella chioma ora lunga e scura dove prima urlavano i ciuffi biondi e ribelli, e perfino nella postura più compassata e lenta, come una signorotta di paese. Basta un’inquadratura, dunque, per consegnarci un personaggio profondamente segnato (e in parte depotenziato) dagli avvenimenti di qualche anno prima.

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Nel suo raccontare l’ennesimo tentativo di Donna, Cameron, Joe e Gordon di tornare insieme e creare qualcosa di rivoluzionario (cioè banalmente il web come lo conosciamo oggi, a giudicare da quello che si raccontano), questo doppio finale inserisce un tema parzialmente nuovo e sicuramente dirompente: quello della malinconia, del rimpianto di un tempo passato e che non può più tornare.

Il flashforward, ben lungi dall’essere solo un trucchetto, diventa invece uno strumento centrale: mostrandoci la vita che va letteralmente avanti, passando la soglia fra due decadi specialissime, gli autori obbligano i loro protagonisti a fare i conti con un passato potenzialmente glorioso, ma che tale non è stato e che ora può essere solo rimpianto.
Indipendentemente da come gli sia andata (Donna ha un buon lavoro in un’azienda solida, Cameron firma addirittura autografi, Gordon litiga con la figlia e Joe si strugge nella sua mancata fama), ognuno dei quattro protagonisti si porta dietro la ferita di una sconfitta, di un traguardo che non sono riusciti a raggiungere. Hanno dentro di loro la consapevolezza che insieme potrebbero fare cose eccezionali – ed è il motivo per cui, ancora una volta, provano a sbatterci la testa – ma anche l’amarezza di chi sa che forse il momento cruciale è passato, e non ritornerà.

La scelta di vedersi nella vecchie sede di Mutiny diventa allora ulteriormente simbolica. I quattro (più il marito di Cameron, messo lì apposta a fare il grillo parlante rompicoglioni) si ritrovano in un luogo dove un tempo avevano creduto di poter cambiare il mondo, sperando in qualche modo di succhiare di nuovo un po’ di quella energia. Ma l’edificio è spoglio e vuoto, non ha altro da dare, così che i nostri si ritrovano a essere quello che sono sempre stati: quattro identità scollegate in cerca di aiuto, ma incapaci di scendere a patti per ottenerlo.

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È come se in questo doppio episodio, fatto di divorzi amichevoli (Gordon-Donna), divorzi molto meno amichevoli (Donna-resto del mondo) e ritorni di fiamma (Cameron-Joe), Halt and Catch Fire dipnga i suoi protagonisti come bambole sperdute nel fiume del tempo, pupazzetti incapaci di modificare il corso dell’acqua e capaci al massimo di restare a galla boccheggiando, figure marginali di una Storia che volevano plasmare ma che già sappiamo non potranno nemmeno scalfire (perché quella Storia porta i nomi dei Bill Gates e degli Steve Jobs, non dei MacMillan e delle Howe).
Una malinconia che l’ultima scena prova ancora a scalfire, con tre quarti del gruppo ancora alle prese con l’ennesima idea, ancora speranzosi di poter lasciare un segno che vada ben oltre lo stipendio a fine mese. Se la serie rimarrà coerente con il suo particolare realismo, anche questo tentativo verrà frustrato, e nell’ultima stagione i nostri si troveranno a perdere ancora.

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Se però vogliamo sperare nel lieto fine possiamo ancora farlo. Dobbiamo però essere coscienti che gli autori di Halt, ammesso e non concesso che siano interessati a un finale “felice”, non potranno dare ai personaggi la conclusione che vorrebbero loro, bensì una che non si aspettano.
Con una morale forse un po’ spicciola, ma che a conti fatti sarebbe coerente con la storia portata avanti fino ad ora, l’unico modo per dare un po’ di gioia a questi protagonisti è cambiare i loro obiettivi, liberarli dall’ansia produttiva, economica e capitalista che li ha guidati fino ad ora, e concedergli la possibilità di riuscire nell’altro ambito dove finora hanno fallito, cioè quello relazionale, del semplicissimo stare insieme. Joe alla fine lo dice: “sono innamorato di lei”, e lo dice prima di dare l’accensione alla loro ultima speranza di sfondare nell’informatica. Segno che la mente di Joe, da sempre diretta verso il successo personale, è in realtà bisognosa di cose molto più semplici e concrete, cose che stavolta potrebbero anche venirgli concesse, visto che la possibilità di diventare Steve Jobs gli è preclusa dal fatto che Steve Jobs è effettivamente esistito.


Sarà un finale troppo zuccheroso? Rischiamo che vada tutto in vacca per parlare d’amore e famiglia? Chi lo sa, può anche darsi. Ma visto il livello di questi tre anni ho l’impressione che, se dovrà essere un’apologia dell’amore, potrebbe essere la migliore che abbiamo mai visto in vita nostra.



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