22 Dicembre 2016 5 commenti

Matt Damon e Ben Affleck producono Incorporated: fantascienza banale ma con buona suspense di Diego Castelli

Decidete voi se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto

INCORPORATED -- Season:1 -- Pictured: Sean Teale as Ben Larson -- (Photo by: Gavin Bond/Syfy)

Nel guardare i primissimi minuti del pilot di Incorporated – nuova serie di SyFy creata dai fratelli catalani David e Àlex Pastor, ma soprattutto prodotta niente popo di meno che da Ben Affleck e Matt Damon – il primo istinto è stato prendere il muro a craniate urlando “basta, basta, BASTA!”

Il motivo di questo rigetto iniziale è presto detto: ambientata in un 2074 distopico in cui le multinazionali governano il mondo in una rigida divisione fra una piccola percentuale di gente ricchissima e una quasi totalità di popolazione costretta a vivere di espedienti, si intrecciano le vicende di vari personaggi guidati da obiettivi diametralmente opposti: alcuni puntano al mantenimento dello status quo in cui sguazzano facendo soldi; altri cercano di lavorare all’interno del sistema per i propri scopi romantici (come il protagonista Ben, che cerca la ex fidanzata perduta nelle periferie degradate e forse diventata suo malgrado prostituta per i ricconi); altri ancora vivono la loro vita di privilegiati rodendosi però il fegato al pensiero della gente che vive di merda fuori dai confini delle case dei potenti; e poi ci sono quelli che nel mondo dei ricchi ci vorrebbero semplicemente entrare.

INCORPORATED -- Season:1 -- Pictured: (l-r) Julia Ormond as Elizabeth Krauss, Dennis Haysbert as Julian -- (Photo by: Gavin Bond/Syfy)

Insomma, detta così è veramente la solita roba. Di distopie climatico-finanziarie, futuri postapocalittici e realtà alternative dominate dalla polvere e dallo sfascio ne abbiamo viste a decine negli ultimi anni, sia in tv che al cinema. E Incorporated non fa nulla per nascondere questo mischione di tematiche e ambientazioni già viste e già sentite, facendo il possibile per introdurre qualche tecnologia curiosa con cui far brillare gli occhi dello spettatore, ma rimanendo anche sul basico più spinto per quanto riguarda il setting generale, in cui la zona dei ricchi puliti si chiama “green zone”, contrapposta alla “red zone” dove vivono i poveracci, e in cui le multinazionali che dominano il mondo si chiamano proprio così, “multinazionali”.
Se vi sembra che stia per arrivare un twist narrativo che ribalti la situazione, non c’è: la faccenda è esattamente questa, e non sembra nemmeno esserci chissà quale ricerca filosofica che ci permetta di approfondire ulteriormente tematiche già molto sviscerate in questi anni, come il futuro che ci attende se non ci diamo una regolata e il paragone nemmeno troppo velato con la società attuale (ogni volta che un prodotto di fantascienza ci mostra una società futura divisa rigidamente in ricchi e poveri, sta anche cercando di farci vedere che la società è già divisa in questo modo, e semplicemente i normali fruitori di film e serie tv appartengono alla parte ricca).
Dal punto di vista visivo, poi, niente di particolarmente nuovo sotto il sole: c’è effettivamente una certa inventiva per quanto riguarda le tecnologie e la loro messa in scena, ma in generale il mood è quello grigio-metallizzato di SyFy, quel pastone un po’ ferroso che caratterizza una buona percentuale dei prodotti del canale americano dedicato alla fantascienza e al fantasy. Ci sono un paio di facce note, in particolare Julia Ormond (attrice soprattutto cinematografica ma vincitrice di un Emmy per la miniserie Temple Grandin) e Dennys Haysbert (buon vecchio David Palmer di 24), ma anche da questo punto di vista niente di trascendentale.

Incorporated (8)

Niente dai, quindi è una cagatona, lasciamo stare.
Aspetta. Perché se è vero che dal punto di vista narrativo e di ambientazione c’è davvero poco di nuovo, Incorporated riesce bene in una cosa. Una sola, ma una di quelle fondamentali: sa creare la suspense.
Presentando e gestendo la loro creatura più come un thriller spionistico ambientato nel futuro, che non come una storia di fantascienza propriamente detta (con tutto il corollario immaginifico-filosofico relativo), i fratelli Pastor costruiscono un racconto che, superata la diffidenza iniziale, si lascia guardare con sorprendente facilità.
Grazie a un montaggio bello serrato e a una costruzione della tensione secondo regole che funzionavano già nei film di Hitchcock o in serie come Prison Break, Incorporated riesce almeno in parte a superare i suoi molti limiti offrendo un intrattenimento piuttosto efficace, che tra uno sbuffo e l’altro mi ha fatto però arrivare alla terza puntata con discreta voglia di sapere cosa succederà.

INCORPORATED -- "Pilot" Episode 101 -- Pictured: (l-r) Sean Teale as Ben Larson, Allison Miller as Laura Larson -- (Photo by: Ben Mark Holzberg/Syfy)

Non è dato sapere se nel prossimo futuro lo spessore tematico e concettuale della serie riuscirà ad elevarsi oltre il suo attuale livello. Onestamente non credo, mi pare che l’obiettivo degli autori vada altrove, e che l’ambientazione fantascientifica sia quasi più una scusa per andare in onda su Syfy, piuttosto che una chiave interpretativa realmente pregnante. Detto questo, però, non è nemmeno possibile bocciarla del tutto (a meno che vi sentiate un po’ “traditi”), perché una serie che ti blocca alla poltrona fino alla fine dell’episodio merita comunque un tot di rispetto, e può pure essere utile in queste settimane di ferie dove tutto il resto va in vacanza.
Perché seguire Incorporated: al netto dell’ambientazione futuristica, è in primo luogo una serie di spionaggio aziendale che punta tutto sulla suspense. E la suspense c’è.
Perché mollare Incorporated: se il vostro interesse è principalmente legato alla fantascienza “vera”, allora Incorporated puzza di già visto da chilometri di distanza.

Argomenti incorporated, syfy


CORRELATI