2 Febbraio 2017 14 commenti

The Affair 3 – A sorpresa, un brutto season finale di Diego Castelli

Scelte francamente incomprensibili

The Affair 3 finale (4)

Ma no, ma come?!? Ero arrivato all’ultimo episodio stagionale di The Affair con un certo trasporto, pronto a dar battaglia a chi dà la serie per morta o snaturata, e invece mi ritrovo con un finale che mi fa abbastanza cadere le braccia.

Vabbè, andiamo con ordine, seppur con mestizia.
Nella terza stagione di The Affair, cronologicamente sempre più lontana da quella scappatella iniziale che dà titolo allo show, il fuoco dell’attenzione si è concentrato in larga parte su Noah, lasciando gli altri tre personaggi principali non dico in ombra, ma comunque un passo indietro. Se questo è stato uno dei principali motivi di critica, specie da parte di chi avanzava la sua preferenza per la storia di Alison e Cole, è anche vero che per nove episodi gli autori hanno saputo giustificare questa scelta in modo abbastanza efficace: il trucco è stato mostrare come nel passato di Noah, che di fatto è il principale motore dell’azione, il padre di famiglia che tradisce e si fa la cameriera, ci fosse un torbidume ancora misterioso e parecchio importante, che gli altri personaggi non avevano o avevano già svelato (come nel caso del figlio morto di Alison).
Abbiamo scoperto che Noah ha di fatto ucciso sua madre, per porre fine alle sue sofferenze, e questo singolo evento è diventato un grumo di oscurità psicologica che ha influenzato tutte le scelte future del personaggio, dalla carriera letteraria al tradimento, arrivando alla crisi psicotica che gli ha fatto credere di essere perseguitato da una guardia carceraria che in realtà stava a casa sua a mangiare il polpettone.

The Affair 3 finale (1)

Insomma, l’impressione è stata quella di un personaggio in larga parte odioso, ma dalla cui interiorità sono emerse alcune delle scene più significative e meglio concepite della stagione, come quelle legate alle allucinazioni o allo stupro di Helen. Roba tosta, roba forte, non necessariamente tutta digeribile, e spesso capace di spostare in maniera forse eccessiva gli equilibri classici della serie (solitamente molto più costante nella sua alternanza di punti di vista): Ma insomma, tutte cose rilevanti.
E poi arriva il finale. Un finale su cui grava proprio la scelta di inserirlo in ultima posizione, perché se fosse stato a metà stagione probabilmente causerebbe molto meno scompenso.

Con un flashforward di due-tre mesi, quanto basta per far guarire completamente Noah, ritroviamo il tormentato scrittore a Parigi, dove è andato per stare insieme a Juliette, ed è proprio a lei che viene dedicata la prima metà di episodio.
E via con la prima scelta incomprensibile. Finora Juliette è stata un personaggio secondario, un grimaldello pure un po’ stereotipato con cui stuzzicare Noah e le sue più o meno esplicite riflessioni su se stesso e sulla vita. Funzionale, ok, affascinante come solo le professoresse sexy sanno esserlo, benissimo, ma poco altro. E invece qui, all’inizio di un finale di stagione, le viene concesso l’onore del punto di vista, che in The Affair non è certo una cosa da poco.

Di per sé, la storia di Juliette non è nemmeno brutta o priva di qualunque interesse: vediamo le sue difficoltà con il marito, che proprio la mattina della morte riesce a recuperare un po’ di lucidità fra le nebbie dell’alzheimer, e quelle sul lavoro, dove l’uscita di scena del consorte-professorone potrebbe causarle non pochi problemi. C’è la consueta eleganza, la solita bravura degli interpreti, pur nel tratteggio di una Francia realmente macchiettistica, dove hanno tutti la puzza sotto il naso e il gelo nel muscolo cardiaco.
Però la domanda rimane: che ce ne frega? No perché finora di Juliette non ci era interessato nulla, e gli autori decidono che il finale di stagione è un momento buono per farla diventare un personaggio ben più rilevante.
Ehm… anche no.

The Affair 3 finale (2)

Il passaggio (anzi il ritorno) al punto di vista di Noah ci garantisce le consuete finezze a cui The Affair ci ha abituato da tempo. Esempio su tutti il dialogo con le amiche di Juliette, che nella prima versione era sottotitolato ma che poi, nel passaggio al punto di vista di Noah, perde i sottotitoli per meglio immedesimare lo spettatore in un personaggio che il francese non lo conosce se non per Merci e Bonjour.
Ancora una volta, però, qualcosa non torna, e sono proprio le scelte di fondo quelle che lasciano più perplessi. Perché abbiamo fatto un salto in avanti così vistoso? Cosa ne ricaviamo? A Parigi Noah incontra la figlia, che continua a stare con l’artista-stronzo che ora la mena pure. Noah ha buon gioco a fare il padre-cavaliere in aiuto della figlia-donzella, nel goffo tentativo di riabilitarsi agli occhi dello spettatore come un uomo che ha compreso certi suoi sbagli e ora prova a non ripeterli.
Peccato che questo processo redentivo manchi completamente all’appello: avevamo lasciato Noah a terra, sconvolto dopo la rivelazione di essersi inventato tutta la storia di Gunther, terribilmente consapevole di aver quasi sviluppato una doppia personalità. E nell’episodio dopo, come se niente fosse, è a Parigi a fare il belloccio, a consolare l’amante appena diventata vedova, a spargere pillole di saggezza a Whitney, che grazie alla sua consulenza torna a casa per Natale.

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Ma perché? Com’è che Noah è guarito in questo modo così totale? Com’è possibile che tutta la storia densa e oscura del suo passato sia stata spazzata via in modo così repentino?
Meglio sarebbe stato, allora, finire con l’episodio nove, che almeno ci avrebbe lasciato con la curiosità di sapere cosa ne sarebbe stato di lui.

Questo finale sembra un episodio così avulso dal resto, che alla fine ho pensato per un attimo che fosse tutto un sogno. Ho pensato che, dopo aver riportato a casa Whitney e aver salutato una Helen sorridente e improvvisamente indifferente al fatto che l’ultima volta che si erano visti l’aveva stuprata, Noah si sarebbe reso conto in qualche modo che era tutto finto, e che lui era relegato in un qualche ospedale psichiatrico. Sarebbe stata anche quella una scelta banalotta, inutile negarlo, ma avrebbe avuto comunque un senso.
Invece l’ultima inquadratura ci regala un Noah rimasto solo in taxi, e sembra che l’intera costruzione fosse diretta verso la consapevolezza, sua e dello spettatore, che anche dopo la guarigione fisica e in parte spirituale per lui non ci sia più posto nel suo vecchio mondo, e sia costretto a trovarsene uno nuovo. Va bene, accetto questo significato, ma non se per esso viene sacrificato un intero season finale.
Anche perché, nel frattempo, non abbiamo più saputo nulla della confessione di Helen, che sembrava pronta a farla finire in galera, né di Cole ed Alison, la cui mancanza dal finale è molto più vistosa di quelle in mezzo alla stagione, come se di loro non ci fregasse più di nulla.

The Affair 3 finale (6)
Per una parte consistente della terza stagione, The Affair è stata un one man show di Noah Solloway. E l’ho accettato e difeso finché c’era l’impressione che ci fosse qualcosa di urgente da dire, che giustificasse questa inusuale concentrazione di attenzione. Ma se tutto questo ha portato a un season finale in cui tre protagonisti su quattro nemmeno si vedono, se quello che resta è un tizio inspiegabilmente guarito che si mette pure a fare il bravo padre, e se buona parte delle questioni ancora in ballo vengono sostanzialmente dimenticate per raccontare la storiella di una francese di cui non ci importava nulla, beh, viene onestamente da chiedersi quali siano le priorità di questo show.
Perché io credevo di averle capite, ma forse mi sono sbagliato.



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