13 Aprile 2017 2 commenti

Better Call Saul 3: un ritorno “normale”, ma sempre con la gioia di Diego Castelli

Jimmy McGill ci riconcilia col mondo, anche in una premiere non devastante

Copertina, Olimpo, On Air

Better Call Saul (1)

OVVIAMENTE SPOILER SULLA 3X01!

La cosa migliore del ritorno di Better Call Saul sono i primi 3-4 minuti.
Pur essendo a tutti gli effetti un prequel, fin dall’inizio la serie di Vince Gilligan e Peter Gould ci ha mostrato spezzoni del presente, della vita del Saul Goodman post-Breaking Bad, una vita in bianco e nero, senza emozioni, di pura sopravvivenza e mestizia.
E sono momenti che ci hanno sempre stupito ed estasiato, proprio perché capaci di creare un contrasto emozionante fra l’inizio della carriera di Saul, quando ancora era Jimmy e credeva di avere di fronte tante possibilità, e la fine ingloriosa in cui tutto quel talento, per suoi demeriti e anche per sfortuna, è andato completamente sprecato.

Better Call Saul (4)

I primi minuti della terza season premiere sembravano andare di nuovo in quella direzione, di puro contrasto, di nota dolente in apertura di sinfonia. Stavolta però c’è stato qualcosa di diverso. Questa volta c’è effettivamente narrazione: se negli altri casi avevamo solo visto la nuova vita di Saul/Jimmy, notando che non c’era nulla da notare, questa volta la sceneggiatura ci offre qualcosa di più: Durante una pausa pranzo ovviamente triste e solitaria, Saul si trova a dover decidere se aiutare un ladruncolo in fuga dagli addetti alla sicurezza di un centro commerciale, o se invece consegnarlo alle autorità. Ancora completamente muto, Saul decide di fare la spia, e nella recitazione di Bob Odenrkirk vediamo tutta la sconfitta di un uomo che non può più permettersi nemmeno la più piccola deviazione dalla legge, nemmeno se si tratta di aiutare un ragazzino.
Eppure c’è anche spazio per una rivincita: dopo aver smascherato il ladro, Saul salta in piedi e dice le sue prime parole in bianco e nero, gridando al ragazzo di cercarsi un avvocato. Un moto di ribellione, un momento di reazione che ovviamente non porta ad alcuna conseguenza pratica, ma che smuove qualcosa dentro il nostro protagonista. Poco dopo, durante il lavoro al fast food, Saul sviene per non meglio precisate ragioni, lasciandoci con un piccolo cliffhanger intra-seriale. Sembra insomma che anche il mondo in bianco e nero, finora così ostinato nel farci capire che
dopo Breaking Bad non c’è più nulla da raccontare, ora invece ci suggerisce che l’interesse per Saul potrebbe non essere confinato esclusivamente al prima.

Better Call Saul (3)
Il resto dell’episodio è un po’ più nella media: dopo il trappolone teso da Chuck al fratello minore sul bellissimo finale della scorsa stagione, quella vicenda non è ancora deflagrata completamente, e in questi minuti vediamo l’ignaro Saul impegnato a ricucire i rapporti sia con Chuck che con Kim, entrambi delusi dal suo comportamento (anche se poi Chuck è un bastardone, mentre Kim è ancora una dei “buoni”). Sono momenti di drama normale, diciamo, che come da tradizione per un po’ tutte le premiere di questo mondo non tengono la tensione alta come i finali che le hanno precedute. Senza contare, of course,
che pensavamo/speravamo di veder già comparire Gus Fring, atteso co-protagonista di questa stagione, per il quale evidentemente dovremo aspettare un altro po’.

Better Call Saul (6)

In compenso c’è Mike, che dopo aver ricevuto il misterioso biglietto sul finire della stagione due, ora si mette proprio sulle tracce di chi glielo ha lasciato. E qui, nella vicenda di Mike che in questo episodio sembra molto più interessante di quella di Saul, riscopriamo tutti quegli elementi che fanno la gioia dei vecchi fan di Breaking Bad, che poi sono gli stessi elementi che infastidiscono quegli spettatori che la vicenda di Walter White non sono mai riusciti ad apprezzarla veramente: il ritmo lento, i gesti semplici, l’espressione granitica e sempre un po’ sofferente di Mike, le soggettive degli oggetti, il deserto ocra e il cielo blu. Queste le atmosfere di cui siamo invaghiti, questo il lento procedere di una serie che, come sua madre prima di lei, ci accarezza e rapisce col silenzio più che col rumore.

Sono le dinamiche da “o si ama o si odia”, che a noi fanno apprezzare anche i piccoli guizzi di un episodio altrimenti abbastanza normale, un arcobaleno a metà, all’inizio di una stagione da cui ci aspettiamo tuttora un certo ammontare di cose fichissime.
Che potrebbero pure essere le ultime: gli ascolti, mai brillantissimi, sono ulteriormente peggiorati, quindi cominciamo a prepararci all’eventualità che questa sia l’ultima stagione, a meno che Netflix, che già distribuisce la serie fuori dagli Stati Uniti, non decida di fare l’ennesimo regalo ai suoi fan.
Quello che importa veramente, comunque, è che il finale, quando sarà, sarà completo e definitivo. Ma non ho dubbi che il buon Vince saprà trattarci bene come ha sempre fatto.

Better Call Saul (7)



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