23 Maggio 2017 18 commenti

Il ritorno di Twin Peaks: avete voluto la bicicletta… di Diego Castelli

Due episodi che divideranno molto, come solo i coraggiosi sanno fare

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SPOILER SUI PRIMI DUE EPISODI DELLA TERZA STAGIONE

Giorni fa, nello sconforto dei suoi fan, David Lynch ha dichiarato che probabilmente non girerà mai più un altro film. Il motivo, per sommi capi, riguarda il tipo di film che funzionano davvero in sala in questi anni, rispetto a quelli (come i suoi) che al giorno d’oggi rischiano di prendersi qualche applauso ai festival, salvo poi floppare clamorosamente col pubblico.
Il sottinteso, nemmeno troppo velato per uno che ha debuttato l’altro ieri con la terza stagione di una serie tv di culto, è che oggi ci sono probabilmente altri spazi, altri formati e altre piattaforme in cui esercitare una creatività meno condizionata dall’immediato risultato economico, e dove trovare un pubblico che, proprio come i cinefili che ha stuzzicato per anni, è disposto a tuffarsi nelle sue strambe creazioni.
Perché se c’è una cosa da dire sulla nuova stagione di Twin Peaks, arrivata a 25 anni di distanza dalla prima come predetto da Laura nella sala d’attesa della Loggia Nera, è che è probabilmente più lynchana dell’originale. Anzi, rubo proprio le parole dell’amico Simone Stefanini che su DailyBest afferma che la nuova Twin Peaks piacerà probabilmente più ai fan del Lynch regista cinematografico piuttosto che a quelli della sola Twin Peaks originaria.

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Cosa io pensi della serie madre e di come sia arrivata al 2017 l’ho scritto diffusamente qualche giorno fa, quindi non mi ripeto (se non avete letto l’altro articolo lo trovate qui).
Mi preme invece dire, con un filino di spocchia, che le cose sono andate esattamente come prevedevo: la terza stagione di Twin Peaks, in onda su Showtime negli USA e su Sky Atlantic in Italia, non sembra avere la forza (forse nemmeno l’intenzione) di ripetere l’impatto culturale della prima, perché invece di essere un “inizio” sembra invece una summa della poetica lynchana, la chiusura di un cerchio iniziato un quarto di secolo fa.
Allo stesso tempo, il geniale autore americano ha fatto ciò che doveva, aggiornando un mito mediatico di cui molti chiedevano, forse nemmeno consciamente, una specie di copia carbone, e che lui invece ha cercato di portare al livello successivo, trovando probabilmente l’irritazione di tutti quelli che gioivano per il fatto che David Lynch avrebbe avuto un controllo creativo pressoché totale sul prodotto, senza prevedere il treno di follia che gli sarebbe arrivato in faccia.

In fin dei conti, una leggera distonia si sente tutt’ora. Twin Peaks, anche per colpa della comunicazione pubblicitaria tradizionale che se ne fece all’epoca, è passata alla storia come un giallo in cui bisognava scoprire l’assassino di una giovane ragazza. “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. E ancora oggi in molti sarebbero disposti a dire che a ucciderla è stata “suo padre”.
In verità, per quanta parentela Twin Peaks possa avere con il giallo, a conti fatti è una storia di demoni, di spiriti, di antiche entità soprannaturali abitanti in un aldilà dai toni inquietanti e in larga parte indecidibili. E Laura non l’ha uccisa “suo padre”, bensì la creatura demoniaca che lo possedeva e che voleva possedere anche lei, salvo essere fermato dall’opposizione di altre entità sue nemiche.
Se questa descrizione suona sminuente per Twin Peaks, facendola sembrare non tanto diversa da un The Vampire Diaries, è perché David Lynch ha sempre dato un’importanza così totale al come raccontare le sue storie, fino al limite di distruggere il concetto stesso di “storia”, che cercare di incasellare Twin Peaks in un solo genere è per definizione riduttivo.

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La terza stagione, che è dichiaratamente un sequel delle prime due, è dunque un ulteriore addentrarsi in incubi e visioni che all’epoca Lynch dovette tenere legati a una parvenza di commerciabilità (andava comunque in onda su una rete generalista americana nel 1990), e sui quali ora ha invece ricevuto una dirompente carta bianca.
Che poi, se volessimo ridurre nuovamente la storia all’osso, non ci vorrebbe neanche tanto: come si intuiva alla fine della seconda stagione, l’agente Cooper che conoscevamo noi è rimasto imprigionato nella Loggia Nera, mentre un suo doppelganger, posseduto dallo spirito di BOB, continua a muoversi sulla terra con i capelli lunghi e la camicia pitonata. Alla base di tutto, con ogni probabilità, ci sarà il percorso necessario per riportare BOB di là e Cooper di qua.
A importare, ancora una volta, è il come ci si arriva.

E qui esplode tutto:
-Scatole di vetro tipo trappole da acchiappafantasmi che diventano portali per la Loggia Nera (certo che far spogliare Madeline Zima per poi ucciderla subito è un delitto… vabbè scusate, deviazione triviale).
-Le scorribande da sicario del Cooper cattivo, le cui motivazioni complete (a parte lo stare fuori dalla Loggia) non sono ancora chiare.
-Una storia quasi normale che dopo il ritrovamento di un cadavere (anzi due) orrendamente mutilato porta all’arresto di un preside di liceo.
-Brevi flash da Las Vegas con personaggi sconosciuti impegnati in maneggi ancora più sconosciuti.
-Personaggi apparentemente importanti che invece muoiono quasi tutti, quasi subito.
-Visite oniriche alla Loggia Nera in cui Cooper rivede Laura e MIKE, l’uomo il cui braccio strappato era diventato un nano ballerino, e che a seguito del rifiuto a partecipare del nano ballerino originale ha convinto Lynch a trasformarlo in un albero scheletrico con un cervello parlante in testa (fa bene sottolineare che moltissimi riferimenti di questa nuova Twin Peaks non rimandano effettivamente alla vecchia serie, bensì al prequel Fuoco cammina con me).
-La comparsa di molti vecchi protagonisti, il cui ruolo però sembra al momento molto fragile, quasi una presa in giro dell’ansia da cameo tipica di tutti gli appassionati seriali contemporanei (noi compresi), con l’eccezione forse della Signora Ceppo, interpretata da una Catherine Coulson che sarebbe morta poco dopo la fine delle riprese e appare effettivamente molto debilitata, dando così al personaggio una specie di carisma da finale apocalittico, come se il suo pezzo di legno fosse pronto a snocciolare le sue ultime, definitive rivelazioni.

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Insomma, moltissima carne al fuoco, dai pesi molto relativi e al momento indefinibili, che nella costruzione di quasi due ore di viaggio allucinante rivelano l’impronta chiara e limpida di un Lynch lanciato a briglia sciolta. Per questo è una Twin Peaks paradossalmente più difficile della prima: perché non fa sconti a nessuno, non è per niente nostalgica o consolatoria, ma cerca di portare avanti con la sensibilità del Lynch di oggi un discorso cominciato dal David Lynch di allora.
E intendiamoci, io non sono mai stato un suo fan scatenato, proprio perché il mio gusto è sempre caduto su autori più solidamente narrativi e meno astratti. Né questa nuova Twin Peaks incontra in toto il mio favore più istintivo, anche solo per il ritmo volutamente lentissimo e smaccatamente antitelevisivo della maggior parte delle scene, che nessun regista seriale potrebbe permettersi senza chiamarsi David Lynch. E nemmeno credo, come detto all’inizio, che questa nuova Twin Peaks possa diventare maestra di chissà quanta televisione successiva, proprio perché, più che lavorare alla decostruzione e ricostruzione di generi e codici, sembra più un’emanazione diretta e per questo difficilmente “standardizzabile” della mente del suo creatore.

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Ma allo stesso tempo, visto che siamo sempre qui a raccontarci che la serialità televisiva è il nuovo terreno di sperimentazione, l’erede vero del cinema in termini di creazione di miti collettivi e icone, non posso che applaudire la coerenza e il coraggio con cui Lynch, piuttosto che rincorrere il facile applauso nostalgico, decide di rischiare ancora, facendo sostanzialmente quello che vuole e sbattendocelo in faccia.
Rinuncia così a cose che avremmo dato per scontato e invece non ci sono (questa Twin Peaks, per ora, è molto meno ironica dell’orginale). Riafferma con forza elementi che negli anni erano invecchiati (questo doppio episodio, così povero di musica ma così pieno di rumori, di brontolii nascosti, di unghie che grattano dietro i muri, mi ha messo addosso un’inquietudine che l’originale non mi aveva mai dato). Sceglie di tenere ancora più lontani gli schemi del classico thriller televisivo, per invitarci in un viaggio da sogno (o da incubo) che, lo dico senza paura di sbagliare, farà schifo a molti proprio perché rifiuta alcuni compromessi che perfino la Twin Peaks originale dovette accettare, ma di cui oggi non c’è più bisogno.

Il punto, in ultima analisi, non è decidere il posto di questa Twin Peaks all’interno di un pantheon che comprende Breaking Bad e Stranger Things. Che io, molto probabilmente, continuerò a preferire.
Il punto, invece, è rendersi conto che la televisione di oggi, matura com’è anche grazie all’insegnamento della vecchia Twin Peaks, è stata in grado di trovare spazio per quella nuova, che di “televisivo” nel senso hollywoodiano del termine ha davvero poco, ma che comunque è lì e ci rimane, come un vecchio arzillo che passa accanto alle serie più bizzarre in circolazione e gli grida “Ah questa sarebbe follia? Non hai ancora visto niente!”
Può non piacere, e a molti non piacerà. Ma è molto importante che ci sia.

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