30 Agosto 2017 7 commenti

Narcos, terza stagione – Storia di una nuova sconfitta di Marco Villa

Narcos riuscirà a sopravvivere alla morte di Pablo Escobar?

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L’abbiamo detto più volte, in occasione delle scorse stagioni: Narcos non è un capolavoro, non è la serie scritta meglio, né quella con la maggiore raffinatezza. Quelle sono altre, Narcos però è una serie capace di catturarti in pochissimo tempo. Buona parte di questa capacità, inutile negarlo, era da attribuire al personaggio cruciale, intorno al quale tutto ruotava: Pablo Escobar, interpretato meravigliosamente da Wagner Moura. Come sappiamo, però, Pablo è morto alla fine della seconda stagione di Narcos, permettendo ai due poliziotti protagonisti di ritagliarsi il loro momento di gloria. A dire il vero uno dei due poliziotti era già stato allontanato, perché aveva giocato sporco. Quel poliziotto era Javier Pena, interpretato da Pedro Pascal, che ritorna come grandissimo protagonista della terza stagione di Narcos (dal primo settembre su Netflix), dopo essersi finalmente liberato di quella zavorra che era il suo partner Murphy.

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La terza stagione di Narcos parte da un assunto molto semplice: morto un re, se ne fa un altro, visto che parlare di papi sarebbe abbastanza fuori luogo in questo caso. Il re che è morto e ovviamente Escobar e al suo posto, senza nessun tipo di successione familiare, si è instaurato al comando del traffico mondiale di cocaina il cartello di Cali. Contro il cartello di Cali Javier Pena dovrà giocare la partita più complicata della sua carriera, perché Cali ha uno stile completamente diverso rispetto al cartello di Medellin. Se Escobar era esuberante e aveva bisogno di ostentare qualunque successo e qualunque passo avanti nella sua impresa, il triumvirato +1 al comando di Cali è l’esatto contrario, cerca sempre di procedere a fari spenti, nascondendo tutto e soprattutto provando ad anticipare le mosse dei propri nemici.

L’aspetto più interessante che emerge nelle prime puntate infatti è legato al sistema di intelligence messo in atto dal nuovo cartello dominante. Intercettazioni, cimici, pedinamenti, tutti atti a scoprire magagne e falle nel comportamento e nella vita di chi rischia di mettere in pericolo il cartello: poco conta che si tratti di narcotrafficanti rivali, di giudici o di poliziotti, quello che conta è scoprire i punti deboli per potersi insinuare nella vita altrui con un’arma di ricatto in grado di mettere un nome in più sul libro paga.

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Al di là del cambiamento del modus operandi, Narcos ovviamente rimane fedele a se stessa: cambia il cattivo, non cambia lo stile. Quindi di nuovo dei lunghissimi voice over a fare spiegoni forse poco necessari, inserti di materiali di archivio, sovrapposizione più o meno costante di realtà e finzione. La vera novità è l’inserimento di una storyline che sposta il centro dell’azione dalla Colombia agli Stati Uniti, per l’esattezza a New York: nei primi episodi delle prima stagione c’era stato qualche passaggio a Miami, ma fu davvero poca cosa rispetto al tempo passato in Colombia. Anche questa volta il cuore della serie sarà a Cali e dintorni, ma il fatto di aprire un nuovo fronte allarga il respiro della serie.

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Nei primi episodi l’interesse è puntato a capire se la mancanza di Escobar sia qualcosa di troppo pesante per la sopravvivenza della serie, ma la sensazione è che Narcos abbia tutto per continuare a essere quello che è stata fino ad adesso. Probabilmente sono gli stessi autori ad aver avuto questo timore e non è un caso che il primo episodio si concluda con una delle scene più violente viste finora. Come per Escobar, la fine è certa: già nel primo episodio è la voce fuori campo dello stesso Pena a dichiararlo: si raccontano gli ultimi sei mesi di vita del cartello di Cali, l’illusione dei suoi boss di potersi togliere dal settore della droga per reinventarsi uomini d’affari puliti. Cambia la città, cambiano i personaggi, cambiano i metodi, ma Narcos rimane sempre la storia di un destino segnato, di una sconfitta ineluttabile da raggiungere morto dopo morto.



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