21 Marzo 2018 7 commenti

This Is Us: come ha fatto la seconda stagione a stare al livello della prima? di Diego Castelli

Era difficile immaginare che This Is Us potesse mantenere il livello così alto, e invece…

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SPOILER SU TUTTA LA TERZA STAGIONE


Partiamo da un assunto: la seconda stagione di
This Is Us ha retto il confronto con la prima. Se non siete d’accordo va benissimo, buona giornata e ci sentiamo alla prossima.
Ma se anche siete d’accordo, può comunque sorgere la domanda: come c’è riuscita?

Sì perché non era affatto scontato. La prima stagione di This Is Us partiva da un pilot sorprendente, capace di iniettare inaspettata freschezza nel mondo ormai spolpato dei drama familiari. E lo faceva giocando con i piani temporali, ingannando affettuosamente lo spettatore per nascondere un elemento fondamentale della serie, cioè il racconto temporalmente diviso a seconda del periodo storico descritto.
Una sorpresa tale, da far sorgere perfino un timore: ok, vi siete giocati questo colpo da maestro, ma ora non riuscirete più a stupirci nello stesso modo, quindi da qui in poi andrete in calando. Dovevate scrivere un film e non una serie tv.
La prima stagione, naturalmente, è stata una festa di emozioni e passione, ma quell’interrogativo era comunque rimasto, perché This Is Us continuava sì a disseminare la sua storia di piccole sorprese, ma nessuna come quella della sua premiere.
Passato quindi il primo ciclo di episodi, era ragionevole aspettarsi un calo, un principio di stanchezza, il più classico dei “come la prima stagione non ce n’è”.

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Se invece abbiamo avuto l’impressione di divertirci, e pure tanto, anche con la seconda stagione, anche quando uno dei più grandi misteri ancora irrisolti (le modalità della morte di Jack) era stato svelato, significa che ci siamo ingannati, e che il fascino di This Is Us va oltre i pur furbi trucchetti con cui ci aveva attirato all’inizio (trucchetti che, peraltro, sono stati usati nuovamente con successo, la prima volta che invece di guardare al passato siamo stati trasportati nel futuro di Randall e figlia).

This Is Us, come detto, è un drama familiare, e dal punto di vista della trama nuda e cruda non va molto oltre il consueto armamentario di delusioni, ripicche, rimpianti e tradimenti. La figlia con problemi di autostima e un difficile rapporto con la madre, il figlio adottato che cerca il genitore biologico e poi decide di adottare a sua volta, il figlio teoricamente perfetto che subisce la pressione e si droga. Questi e altri sono elementi che abbiamo visto tante volte, e che al netto della cura nei dialoghi e nelle recitazioni non possono rappresentare il valore aggiunto della serie.

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Quel valore aggiunto, dunque, va ancora cercato nella modalità di racconto, in quei salti temporali che inizialmente avevamo interpretato come puri giochi di prestigio, e che forse vogliono dire anche qualcosa di più.
Nel pilot, lo scarto temporale era in qualche modo l’oggetto della sorpresa. Se non so che uno scarto esiste, quando lo vedo me ne sorprendo. Già dal secondo episodio, però, quel continuo saltare da una data all’altra non può più essere l’oggetto della sorpresa, ma al massimo il suo strumento, la tecnica narrativa e di messa in scena con cui impregnare di senso una storia che, se raccontata in maniera tradizionale, avrebbe poco da dire rispetto a mille altri prodotti simili.

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Quello che quei salti fanno, in pratica, è porre le esplicite fondamenta di una struttura.
Fin dall’inizio della serie, alcuni punti della storia di Jack, Rebecca, Kate, Kevin e Randall sono molto precisi e immodificabili. Su tutti, naturalmente, la morte di Jack.
Raccontando ciò che avviene prima e dopo questi nodi centrali, che spesso vengono addirittura nascosti o rimandati, gli autori creano sì delle sorprese, ma soprattutto ci dicono che è lì, nel contorno, che troviamo la realtà dei personaggi. Con una prospettiva sostanzialmente ribaltata rispetto a buona parte della narrazione seriale concorrente, This Is Us non guida l’attenzione degli spettatori verso i momenti epocali, le svolte decisive nella vita dei protagonisti: quelli vengono dati per scontato, e aggiunti di volta in volta in modo improvviso, a significare che essi non sono ciò che conta veramente, ciò per cui vale la pena aspettare. Quello che conta è come i personaggi arrivano a quei momenti, e come se ne vanno.

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Quello che ne esce può sembrare un discorso legato al destino: mostrando anche ciò che accadrà, e in questa stagione il salto verso il futuro è stato quanto mai importante, gli autori di This Is Us sembrano giocare con i loro personaggi come dèi greci intenti a tessere il destino degli umani-formichine. Ma non è così. Il concetto di destino ha davvero senso, e peso narrativo e religioso, quando viene tematizzato e in qualche modo “presentato” ai personaggi. Qui non c’è niente di tutto questo, siamo noi che sappiamo cosa accadrà ai personaggi, non loro. Non c’è alcuna prospettiva fideistica, ma solo un elenco di fatti. È un fatto che Jack è morto, è un fatto che Tobey ricadrà nella depressione, è un fatto (forse) che in futuro Randall avrà nuovi problemi con una Deja ormai cresciuta e ancora problematica.
Quello che This Is Us racconta non è la possibilità che quei fatti vengano modificati, perché sono già storia, che sia storia del passato, del presente o del futuro. Quello che ci racconta è lo spazio fra questi momenti. Prima, dopo e intorno ad essi.

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La metafora che ne esce è grandiosa e affascinante, e abbraccia tutta la vita dei personaggi e di chi li guarda. Quello di This Is Us (e non solo quello, of course) è un mondo in cui non tutta la vita è programmabile e prevedibile. È un mondo dove molte cose, belle e brutte, sono fuori dal controllo di chi vive le proprie vite sperando di non dover mai soffrire, e scontrandosi con una realtà inevitabilmente più dura. Ma è anche un mondo che, insieme a questi grossi ostacoli di cemento attorno al quale scorre la vita, lascia ai suoi personaggi lo spazio per decidere come prepararsi all’incontro con essi, e cosa fare una volta che li avranno superati.

Se stessimo facendo un corso di formazione in azienda probabilmente dovremmo parlare di resilienza, della “capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità” (grazie wikipedia). This Is Us è di fatto una serie sulla resilienza, perché molto più che raccontare gli eventi traumatici, racconta la reazione ad essi, e i salti temporali che usa non sono altro che lo strumento con cui rendere esplicito questo meccanismo, togliendo rilevanza agli ostacoli in quanto sorprese imprevedibili, e ridandogliela in quanto fatti ineliminabili della vita con cui bisognerà fare i conti.

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Niente come l’ultima scena del season finale appena trascorso esprime questo concetto: al termine di una stagione in cui abbiamo finalmente visto la morte di Jack, e in cui i protagonisti hanno risolto molti problemi precedenti, gli autori non solo ci dicono che altri problemi arriveranno (sarebbe banale) ma ce li fanno addirittura vedere, qui e subito.
Già sappiamo cosa accadrà, già conosciamo alcuni degli incroci fondamentali della vita di questi personaggi. Ma invece che considerarli spoiler, li prendiamo per quello che sono, puntelli di una struttura in cui il vero sugo sta altrove, esattamente come, nella nostra vita quotidiana, i grandi stravolgimenti avvengono raramente, e tutto il resto è tempo che passiamo a gestire le loro conseguenze.
Dentro e fuori lo schermo, insomma, “questo siamo noi”.

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