5 Settembre 2018 5 commenti

Mayans MC: lo spin-off di Sons of Anarchy parte piano, ma parte bene (no spoiler) di Diego Castelli

Il pilot di Mayans promette tante buone cose, ma bisogna dargli fiducia e avere pazienza

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Chi segue questo sito da più di qualche mese conosce benissimo il rapporto che abbiamo con Sons of Anarchy. Banalmente, è una delle serie che più abbiamo supportato ed elogiato, convincendo moltissimi a guardarla e ricevendo immancabilli ringraziamenti.
Non lo dico per bullarci (magari un po’ sì), ma semplicemente per dire che qui Sons of Anarchy era di casa, e avrà sempre un posticino nel nostro cuore.

Stanti così le cose, potete immaginare la tensione all’approssimarsi di Mayans MC, che di SoA è il primo (chissà se unico) spin-off. Dico “tensione”, evitando termini troppo entusiasti, perché non puoi mai sapere con certezza se lo spin-off di una serie che ti è piaciuta ti soddisferà tanto quanto, e anzi più la serie originale ti ha dato gioia, e più aumenta il timore di una delusione.
Sì lo so, non troppo ottimista come ragionamento, però che volete  fare, siamo rimasti scottati dalla vita.
A questo dovete aggiungere che il progetto precedente di Kurt Sutter, The Bastard Executioner, faceva cagare a manetta (perdonate il francesismo), e quindi il timore era che il buon Kurt avesse già sparato tutte le sue cartucce con l’epopea shakespeariana di Jax Teller, senza avere altro da offrire.
Ora però il pilot di Mayans l’abbiamo visto, e possiamo tirare un iniziale sospiro di sollievo. No, non c’è la bruttura di Bastard. Allo stesso tempo, se la vostra speranza era quella di essere immediatamente rapiti dalla nuova storia come eravate con SoA, beh, no, un momento, bisogna portare pazienza, l’ansia da prestazione non può appartenere al bagaglio di un serialminder.

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Mayans MC – che, come nome suggerisce, racconta di un altro club di motociclisti, lo stesso che per tanti anni è stato amico/nemico dei figli dell’anarchia – parte nuovamente da un giovane, Ezekiel “EZ” Reyes (J.D. Pardo), che però non è il rampollo della dinastia fondatrice del club, come ai tempi di Jax Teller. EZ, il cui diminutivo in inglese suona un po’ come “facile”, “tranquillo”,  è un prospect, una recluta, un ragazzotto belloccio e ben piantato che è appena entrato nel club dove già milita il fratello maggiore. Ha già avuto modo di farsi apprezzare, ma ha ancora tanta strada da fare per scalare le gerarchie del charter.

Ho promesso in sede di titolo che non avrei fatto spoiler, quindi per descrivere il resto del mondo raccontato da Mayans mi limiterò a dire che ci sono alcuni temi e situazioni che già conosciamo, legate al contrabbando della droga, ai rapporti con pericolosi cartelli messicani, alla gestione di un gruppo di amici fraterni che trovano nello stemma stampato su un giubbotto il simbolo della loro comunità.

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Quando si guarda uno spin-off, a maggior ragione derivato da una serie amatissima, si può perfino essere indecisi su cosa si desidera: vogliamo che sia una copia latina di Sons of Anarchy? Oppure vogliamo che mantenga quello stile, ma raccontando tutt’altro? E che peso diamo ad eventuali crossover (ricordando che la serie è ambientata circa tre anni dopo la fine di SoA, anche se numerosi flashback ingialliti buttano anche uno sguardo al passato)?
Tutte domande a cui è difficile dare risposta, se non provando a immergersi nella nuova serie e scoprendo le proprie sensazioni man mano.

In questo senso, trovo che Mayans abbia un grande pregio “strutturale”: il lungo pilot, da quasi 70 minuti, non è privo di qualche lungaggine e può risultare un po’ faticoso, ma quando finisce lascia allo spettatore la piacevole consapevolezza di avere davanti un quadro chiaro e soprattutto fertile. A parte il protagonismo evidente di EZ, il cast è ampio e corale, e il primo episodio costruisce con perizia una ragnatela di relazioni (familiari, amicali, criminali) che sono la base di future esplosioni, metaforiche e non.
Sutter insomma riesce a dipingere un mondo che è subito vivo e pulsante, che resta all’interno di un genere abbastanza definito (fra il drama e il crime, con poche deviazioni), e che ha il pregio di fare promesse che dà l’impressione di poter mantenere. Promesse di violenza, intrigo, tradimento, ma anche amore, giustizia e speranza. “Datemi fiducia”, sembra dire la serie, “e vedrete che dopo aver preso confidenza con la storia e i personaggi, ne vedrete delle belle”.

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In questo è un inizio incoraggiante, solido. Anche troppo solido, forse, perché il pilot, tutto teso alla costruzione della sua impalcatura narrativa, per ora tralascia almeno in parte il necessario apporto di sana devianza: al momento mancano i Bobby vestiti da Elvis, i Tig, soprattutto manca una Gemma, intesa come personaggio femminile di immediato spessore che sappia controbilanciare il machismo di tutti gli altri personaggi.
Il senso di comunità creato da Sons of Anarchy (comunità interna ai protagonisti, ed estesa agli spettatori) veniva anche dalla capacità di divertirsi, di piazzare improvvisi lampi di leggerezza in una storia sommamente tragica. Una forma di quotidianità, diciamo, che umanizzava personaggi altrimenti cristallizzati nei loro rigidi ruoli tragici.
Mayans questa qualità non ce l’ha ancora, proprio perché al momento si è preoccupata soprattutto di erigere il castello crime-gangster che farà da sfondo a tutte le altre vicende.

Attenzione però: sarebbe palesemente ingiusto confrontare stagioni e stagioni con un solo episodio, è necessario lasciare un po’ di spazio di manovra. Tanto più che, a ben guardare, i candidati a quelle posizioni iconiche e riconoscibili ci sono eccome (il simpatico, la regina, il vecchio da abbattere): la sfida è quella di esprimere appieno il potenziale che certamente hanno.

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Se Mayans ha diversi pregi di Sons of Anarchy, pur mancando (per ora) di alcuni altri suoi elementi distintivi, ci si può chiedere se per caso non abbia qualcosa in più, o di diverso, che SoA non aveva. In questo senso, e pur tenendo a mente che vale sempre il discorso del “è appena cominciata”, Mayans punta chiaramente sulla sua componente latina,  sull’anima di frontiera del bikerismo (ma si dirà così? Non credo mica…).

Sutter l’aveva anche ammesso in tempo non sospetti: co-creatore della serie è Elgin James, fondatore a fine anni Ottanta dalla Friends Stand United, associazione che l’FBI etichettò come “street gang” e che si prefiggeva il compito di combattere il razzismo e lo spaccio di droga, specie durante i concerti rock. Prima di darsi alla musica e alla sceneggiatura, insomma, James era un uomo della strada, un conoscitore delle dinamiche delle gang e lui stesso, mulatto di origine, è simbolo di quella fusione di popoli e culture tipica degli stati più a ridosso del confine messicano.

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Può essere che per noi, spettatori italiani, questo elemento finisca un po’ in sordina, ma certo è una fonte di ricchezza per Mayans, che già dalla sigla sembra puntare a un maggiore sincretismo culturale, a un sapore che in Sons of Anarchy era un contorno, mentre qui dovrebbe essere il piatto principale. Il lungo pilot, sul finale, sembra puntare proprio a un respiro più ampio, perfino più politico, lì dove la serie madre era più legata al concetto della comunità locale da proteggere.
Non ci resta che attendere, nella speranza che Sutter sappia fare ancora la magia, e cullandoci nella certezza che, comunque vada, ora sappiamo che Mayans brutta non è.

Perché seguire Mayans MC: per la struttura solida e ragionata del pilot, capace di costruire un mondo già vivo che promette scintille.
Perché mollare Mayans MC: se speravate in un innamoramento immediato e totale che vi facesse dimenticare SoA, non sarà così, almeno non del tutto, perché ci vuole un minimo di pazienza. Però pure voi, che razza di pretese…

PS  Ho detto che non facevo spoiler e non ne faccio. Però se speravate di avere qualche chicca direttamente tratta da Sons of Anarchy… beh, qualcosa c’è. Shhhh!

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