6 Febbraio 2019 7 commenti

House of Cards: l’ultima stagione non ha funzionato di Diego Castelli

L’ansia da prestazione post-Spacey ha creato parecchi danni

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La serialminder Daniela (che salutiamo) ci ha scritto pochi giorni fa lamentando la mancanza sul sito di un pensiero finale su House of Cards. Che diamine, ha ragione, non ne avevamo più parlato.
Di acqua sotto i ponti ne è passata, c’è caso che un po’ di dettagli neanche me li ricordi (e spero che voi siate nella stessa situazione), ma una sensazione forte e chiara è rimasta, anche dopo aver avuto il tempo di far sedimentare tutto: l’ultima stagione di House of Cards non ha funzionato.

Vediamo di ricostruire un attimo la faccenda, per arrivare subito al nocciolo del problema.
-Il primo febbraio 2013, quando viene rilasciata la prima stagione, House of Cards è la prima serie originale di Netflix, un servizio di streaming che punta a diventare grande con l’autoprodotto e, per questo, offre ai suoi abbonati una serie di alto profilo con protagonista un attore, Kevin Spacey, considerato un gigante del grande schermo. E fin qui ci siamo, tutto giusto da parte loro.
-L’operazione funziona: House of Cards diventa il simbolo del nuovo corso della serialità al tempo dello streaming, si porta a casa premi a pioggia e applausi ovunque. Giusto.
-A un certo punto salta fuori che Kevin Spacey, oltre che essere un grande attore, è uno che molesterebbe sessualmente la gente. A prescindere dai risultati di eventuali indagini e processi (la faccenda è ancora lunga), molte delle accuse arrivano dalle stesse persone che lavorano ad House of Cards, cosa che Netflix non può ignorare. Ecco dunque che Spacey, malgrado sia il perno fondamentale della serie, viene allontanato. Giusto.
-L’ovvio rischio è quello di una chiusura anticipata dello show, senza un finale degno di questo nome, ma Netflix decide di dar seguito alle richieste dei fan, producendo una stagione conclusiva in cui Frank viene fatto morire e la protagonista diventa Claire, che nel corso degli anni era diventata un personaggio sempre più importante. Ancora giusto.
-E qui arriva l’inghippo: basta mezza premiere per rendersi conto che l’ultima stagione di House of Cards non vuole solo chiudere la storia, ma anche diventare un simbolo della ribellione femminile nei confronti dei soprusi maschili. Sbagliato. E non perché non sia un tema meritevole, ma semplicemente perché con House of Cards, e con Claire Underwood specificamente, non c’entra nulla.

House Of Cards Season 6

Non è un problema immediato. Nel primo episodio Claire si ritrova improvvisamente nel ruolo del marito, e il modo in cui viene accolta dai vecchi “sudditi” di Frank riesce a tenere insieme le due anime ricercate dagli autori: è un processo di sostituzione di un personaggio con un altro, con tutto ciò che ne consegue in termini di obiettivi, toni, direzioni, ma anche un’illustrazione piuttosto efficace di cosa accade alle donne di potere, circondate da uomini che nascondono loro le cose e/o cercano di fornirgliene una versione edulcorata e filtrata, perché si sa, le donne sono debolucce e bisogna trattarle coi guanti sennò sclerano.
Sembra esserci insomma la base per un discorso interessante ma, soprattutto, narrativamente coerente: Claire ha macchinato a lungo insieme a Frank, vediamo cosa succede una volta che rimane da sola nella tana dei lupi.

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Peccato che questo equilibrio, già teso ma ancora funzionante nella premiere, naufraghi molto presto sotto i colpi di alcune profonde indecisioni. In pratica, ciò che poteva e doveva essere confinato al primo episodio, massimo due, diventa l’unico fulcro dell’intera stagione: la sostituzione di Frank con Claire, e metaforicamente dell’uomo prevaricatore da parte della donna finalmente libera.
La scelta si rivela un passo falso per due motivi diversi. Prima di tutto narrativo: non sappiamo nulla del perché Claire voglia essere Presidente, né veniamo a sapere dei suoi progetti per il futuro. L’intero personaggio viene annullato nel tentativo di incastrarlo nella casella lasciata libera da Frank, senza riuscire a dargli un percorso che sia pienamente suo. Cosa che sarebbe stata assolutamente necessaria, perché Claire non è Frank Underwood, basti dire che non ne ha l’ironia, e qualunque tentativo di semplice sostituzione risulta perdente dal punto di vista puramente spettacolare.
Il secondo motivo è pure più grave, perché sconfessa il nobile intento iniziale: per quanto questa sia una stagione “senza Frank”, la sua presenza è costante e pesantissima. Non c’è un solo momento, nell’ultima stagione di House of Cards, in cui il fantasma di Frank non aleggi sulla scena, nella testa e nei dialoghi dei personaggi. Forse era inevitabile, ma allo stesso tempo quell’idea di liberazione femminile è costantemente minata dal fatto che questi episodi sembrano suggerire l’idea opposta: che un’House of Cards senza Frank Underwood sia inconcepibile.

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Quello che Claire subisce, da parte dei suoi autori, è un vero e proprio tradimento, una forzatura. Nel tentativo di farla diventare una paladina della giustizia femminile e femminista (tirando anche fuori qualche immagine pregevole, come quella del gabinetto composto da sole donne), gli sceneggiatori dimenticano un dettaglino fondamentale, cioè il fatto che Claire era stronza tanto quanto Frank. Nel corso degli anni, Claire è stata sempre al fianco del marito e della sua lotta per il potere, e le volte in cui non è stata d’accordo con lui era perché stava seguendo un’agenda sua personale. Claire Underwood non è una brava persona, e questa stagione risulta costantemente azzoppata dalla tensione fra questa consapevolezza (che non può sparire) e il desiderio compulsivo di trasformare la neo-Presidente in una paladina del femminismo. Non lo è, non lo è mai stata, e obbligarla a diventarlo fa sembrare tutto un gran pastrocchio.
A meno che, naturalmente, l’idea di uguaglianza e pari diritti che viene portata avanti dall’ultima stagione di House of Cards non consista, provocatoriamente, in un’uguaglianza nella possibilità di fare il male, lasciando alle spalle il concetto obiettivamente un po’ retro che siano solo gli uomini a delinquere, mentre le loro mogli sono povere creaturine spaventate che aspettano solo che qualche altro uomo le salvi. Ma se anche fosse, meglio sarebbe stato trasformare Claire nella vera boss del quartiere, piuttosto che darle velleità femministe che, in bocca a una maneggiona del suo calibro, risultano quantomeno fuorvianti.

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Anche il finale è tirato via. L’ultima scena, con la morte di Doug, arriva quasi a sorpresa, al termine di una stagione molto ondivaga in cui c’è stato poco spazio per trame coerenti e ben sviluppate. Doug doveva morire, questo probabilmente lo sapevamo dalla prima stagione, perché è proprio il classico personaggio che alla fine ci rimane, ma il balletto un po’ goffo con Claire non fa altro che sottolineare nuovamente ciò che ci eravamo detti, cioè che questi personaggi non sono riusciti a trovare una loro indipendenza, finendo col seguire la via tracciata Frank.
Non è un caso, forse, che la scena migliore di tutta la stagione, quella emotivamente più toccante, sia la morte di Tom, che a Frank era collegato solo indirettamente: il suo salutare il cane prima di essere ucciso è un’immagine da groppo in gola, che difficilmente dimenticheremo.

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In conclusione, non è andata benissimo. La sfida, sia ben chiaro, era gigantesca, perché quando un personaggio come Frank Underwood diventa il simbolo vero e unico di una storia, cercare di portare avanti quella storia senza di lui diventa proibitivo. Allo stesso tempo, esempi come quelli di The Good Fight o Better Call Saul (per dirne due) mostrano chiaramente che una via si può sempre trovare, a patto di rimanere onesti nei confronti dei personaggi e delle atmosfere care al pubblico. L’errore di House of Cards è stato proprio questo: oltre al tentativo, già complicato ma fattibile, di fare di un personaggio come Claire una protagonista, si è provato ad appiccicarle addosso simboli ed etichette che non erano suoi, e che hanno reso il tutto meno credibile e meno coerente. Come se Netflix sentisse il bisogno di fare ammenda, cosa che a conti fatti nessuno gli aveva chiesto.
La battaglia di Hollywood contro le molestie e le prevaricazioni di genere al suo interno è necessaria e sacrosanta, ma no, Claire Underwood non doveva esserne la paladina.



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