14 Febbraio 2019 5 commenti

The Walking Dead 9×09 – Volere bene a Negan e vantarsene di Diego Castelli

Un buon ritorno post-invernale per una serie che sembrava mezza morta e forse non lo è

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Che Negan fosse un cattivo un po’ sui generis, a cui devi volere anche un po’ bene (non fosse altro per la faccia di Jeffrey Dean Morgan) lo sapevamo già. Che si candidasse pienamente al ruolo di protagonista post-Rick lo immaginavamo forse meno, ma tant’è.

Il ritorno di The Walking Dead dopo la pausa invernale è forse il miglior episodio da anni a questa parte. Non succedono cose “clamorose”, ma ci sono due o tre temi piazzati lì nel modo giusto, a rinfrescare una formula che da tempo stava mostrando la fatica.
In fondo era il momento ideale: l’uscita di scena di Rick, creduto morto ma sopravvissuto, tenuto lì in caldo dagli autori metti caso che serva nel finale di serie, ci ha liberato da alcune pesantezze ormai connaturate al personaggio, uno che ha subito così tanti lutti da non riuscire più a emergere dalla spirale di violenza e depressione in cui era caduto ormai anni fa, e da cui usciva solo saltuariamente per coltivare pomodori e fare cosacce con Michonne.
Il suo addio non poteva che essere un po’ destabilizzante, in una serie che non ha praticamente più alcun protagonista della prima ora (se non dico una sciocchezza, ormai è rimasto solo Daryl). Allo stesso tempo, è anche una serie che per sua natura ha le potenzialità per essere infinita, a patto di saper introdurre nel modo giusto nuovi personaggi, nuovi temi e nuove sfumature.

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In questo episodio ci si riesce su due fronti diversi. Da una parte con la lotta ai whispers, i misteriosi cosplayer zombieschi che vanno in giro con le orde ad attaccare gli altri umani. C’è un bel dialogo fra una di questi, appena catturata, e Daryl, in cui la ragazza accenna alla loro filosofia. C’è una condanna dei muri e dei villaggi in quanto non sicuri, e un’esortazione a mescolarsi con gli zombie che ormai governano il mondo.
Considerando l’ossessione americana per i muri nell’era Trump, sembrerebbe quasi un messaggio conservatore, tipo “se abbattete i muri arrivano i mostri”. In realtà, il tema è filosoficamente più complesso, e va a mettere in discussione alcuni capisaldi dell’epica di The Walking Dead: fin da subito i protagonisti hanno sentito il bisogno di fare gruppo, di trincerarsi per proteggersi dalla morte e dal caos, di preservare valori e regole della società (tema tipico di molti racconti post-apocalittici). Ora però altri umani stanno sostenendo il contrario, che cioè quell’approccio li porterà alla distruzione, e meglio sarebbe scegliere una strategia completamente diversa. Un cambiamento spaventoso ma forse salvifico, contro una comoda ma pericolosa staticità.
Vedremo in futuro come il discorso sarà sviluppato, ma è già buono che i whispers sappiano mettere in discussione verità date per scontate, e che invece ora possono tornare a essere oggetto di analisi. Il che non significa che non si finirà col ribadire gli stessi concetti di prima, anzi, sarebbe sorprendente se i whispers alla fine avessero “ragione”. Ma se anche fosse, lo si farà con una consapevolezza diversa.

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L’altro elemento di grande interesse della puntata è Negan. L’ex capo dei Saviors è sempre stato un cattivo molto contrastato. Spietato e terribile, certo (chiedere a Glen), ma anche stranamente fascinoso e, naturalmente, segnato da lutti importanti che ne fanno comunque una vittima delle circostanze.
Ora, anni dopo l’uscita di scena dell’antico nemico Rick, Negan si trova da solo. È rimasto imprigionato per anni, sotto lo sguardo di Michonne e della piccola Judith, e ora ha la possibilità di uscire. Solo che, una volta fuori, cerca i resti del suo passato, trovandoli distrutti e dimenticati. Non sappiamo se Negan sia cambiato o meno, il dubbio ci rimane sia in un senso che nell’altro, ma seguiamo con compassione il suo breve viaggio nella memoria, trovando in lui uno spessore immediato che altri personaggi della serie non hanno.
Come se, al contrario di altri, Negan avesse vissuto più di una vita, almeno tre (marito amorevole, cattivo spietato, carcerato di lusso), e si stesse apprestando a iniziare la quarta.

In questo episodio quello che vediamo è un Negan alla ricerca di Negan, che scopre che tutto quello che lo definiva in passato (la leadership, la violenza, perfino lo scontro con Rick) non esiste più, e deve quindi reinventarsi. Un Joker che, perso Batman, deve trovarsi altro da fare.

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Rischia seriamente di essere uno dei racconti più interessanti della serie, se sarà ben gestito, perché suggerisce il senso di continua morte e rinascita che il genere zombiesco porta naturalmente con sé. Si potrebbe davvero arrivare a un Negan che salta il fosso e diventa campione dei buoni, un’operazione così ardita che, se riuscisse, sarebbe da applausi veri proprio perché molto improbabile.
O magari sono solo nostre fantasie, e fra poco ricomincerà ad ammazzare gente a caso. Sarebbe un peccato però, perché già nel rapporto con Judith (la figlia del vecchio nemico, naturalmente) ci sono i germi di un cambiamento che sarebbe da pazzi non approfondire.

Insomma, dopo nove stagioni si scopre che di carne, al fuoco di The Walking Dead, ce n’è ancora, forse più di quanta sperassimo. Teniamo d’occhio con attenzione.



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