7 Maggio 2019 26 commenti

Game of Thrones ultima stagione – Il quarto episodio di Diego Castelli

La quiete dopo la tempesta. Più o meno.

OVVIAMENTE SPOILER!

Settimana scorsa avevamo visto una puntata sulla morte. Morte in guerra, morte della speranza, morte che risorge per uccidere ancora, morte che esplode per lasciare una speranza di vita.
Sette giorni dopo, dove pure la morte torna in altre forme, assistiamo però a un episodio sul potere. Su cosa significa possederlo, sugli strumenti per ottenerlo e mantenerlo, sulla sua capacità di corrompere gli animi e offuscare i giudizi.
E se vi sembra che ci sia anche dell’amore, nel terzultimo episodio di Game of Thrones, state pure sereni: anche quello è dipinto nella forma del potere, in un momento della vita di Westeros in cui, tolto di mezzo quello che sembrava essere il nemico più potente, è rimasto quello più pericoloso: gli umani.

Visto che introduzione fichissima che ho fatto?
Ora però via, receriassunto.

 

Mi piace sempre accennare anche al previously, che ormai non ha più solo la funzione di semplice ricapitolazione, quanto di indicazione dei temi per cui bisognerà infervorarsi. In questo caso si accenna al bambino di Jaime e Cersei, e al triangolo familiar-romantico fra Jon, Daenerys e Sansa. Ci aspetta un episodio di dialogo e tensione, più che di sangue, e francamente non vediamo l’ora.

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In realtà, la prima scena è ancora strettamente legata agli eventi dell’episodio precedente. È l’alba, si riesce a vedere a più di un metro di distanza, e i personaggi sopravvissuti all’assalto del Night King si apprestano a dare l’ultimo saluto a chi ha perso la vita. Il primo che vediamo è il prode Jorah, salutato da Daenerys che lo bacia in fronte e gli sussurra cose inudibili all’orecchio. È un momento in cui Daenerys è ancora in versione “tenera regina-madre”, ma non durerà. Ah, se non durerà!

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Daenerys non è la sola a piangere i suoi morti. Sansa si commuove nel salutare Theon, e Jon supervisiona le operazioni con sguardo malinconico. Quando l’inquadratura si allarga vediamo la quantità di pire funerarie allestite, ed è un’immagine particolarmente riuscita perché sembrano legioni di un esercito schierato, a dare immediatamente l’idea di quanta gente sia morta nella battaglia contro fli zombie.

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Rivediamo anche Ghost, vivo, e ci rallegriamo. Ancora non sappiamo che Jon lo abbandonerà sul ciglio dell’autostrada.

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Discorsone di Jon, che prova a riscattarsi dalla prova un po’ spompa offerta nell’episodio precedente, puntando tutto sulla sua nota arte retorica, che l’ha fatto conoscere in tutta Westeros con il soprannome di Martin Luther King of the North. Jon… pardon, Aegon, dà l’addio a madri, padri, sorelle, fratelli, amici, e sottolinea l’accantonamento delle differenze in nome del bene comune. Considerando quello che arriverà dopo, il discorso suona un po’ come chiusura di una fase eccezionale, nel senso proprio di “eccezione”.

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C’è ancora tempo per scorrere le facce degli altri morti importanti: Edd, Beric, Lyanna. Il momento, va detto, è intenso.

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La sera successiva, i nostri si riuniscono nella Sala Grande di Hogwarts.
Gendry cerca Arya perché ormai è cotto perso, e il Mastino un po’ lo prende in giro e un po’ lo sostiene, perché se è vero che la gnocca è importante quando stai per morire, lo è altrettanto quando vuoi celebrare la tua sopravvivenza.

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Gendry fa per uscire dalla sala, ma viene fermato da Daenerys. La bionda madre dei draghi, dopo aver messo da parte per una puntata abbondante i suoi peggiori istinti, si ricorda che fra i suoi molti appellativi c’è anche quello di Queen of Disagio, e quindi ferma Gendry per ricordargli che suo padre, Robert Baratheon, ha spodestato la di lei famiglia dal trono, cercando anche di ucciderla.

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Attenzione però, perché c’è un twist: Daenerys mette sì alle strette il povero Gendry, ma solo per nominarlo Lord di Storm’s End. Una mossa che profuma di altruismo e benevolenza, ma che percepiamo subito nascondere una precisa forma di calcolo politico: come Tyrion suggerisce, subito confermato dalla stessa Daenerys, dare a Gendry il titolo significa assicurarsi un potente alleato. E, aggiungo io, serve anche a sottolineare che dopo i macelli della Grande Guerra, Daenerys è sempre quella a capo di tutti, capace di dispensare titoli e onori.

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Davos brinda a Gendry, la gente esulta tutta contenta, tranne Sansa.

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Breve scambio di battute fra Tyrion e Davos, apparentemente ininfluente per la trama, ma capace di dare una certa cornice agli ultimi tre episodi della serie. Dopo aver parlato di Melisandre, e del fatto che Davos dovrebbe smettere di pensarci, Tyrion snocciola un noncurante “Abbiamo sconfitto i morti, ma dobbiamo ancora vedercela fra noi”, frase che esprime quel colorato ottimismo e fiducia nel prossimo che da sempre contraddistingue Game of Thrones.

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Con uno stacco pure un po’ brusco, come se mancasse una mezza scenetta in mezzo, Tyrion finisce a parlare con Bran. Il nano si congratula col ragazzo, che potrebbe essere il prossimo Lord di Grande Inverno, ma Bran dice che non desidera il titolo, non desidera più niente. Tyrion, per scherzare, confessa di invidiarlo, e Bran ribatte che non dovrebbe, perché lui ormai vive solo nel passato. Tyrion a quel punto rinuncia alla conversazione perché è come parlare con una slot machine: tiri e tiri la leva, ma non vinci quasi mai.

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Torniamo ai festeggiamenti, e Tormund parla di quanto è bello vomitare come forma di celebrazione delle vittorie. Caro Tormund, se questa è la tua tecnica di seduzione, #lostaifacendomale.
Il bruto brinda alla regina, ma Daenerys, ancora in vena di fare la saggia politicante, rilancia con un brindisi ad Arya, vera eroina di Winterfell. Arya non c’è, ma in compenso si becca un boato maggiore di Daenerys, l’applausometro non mentre. La regina comunque non dà peso alla cosa, perché ciò che voleva davvero era uno sguardo sexy di Jon.

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Breve intermezzo in cui si vedono Brienne, Podric, Tyrion e Jaime intenti a fare giochi alcolici. Brienne perde sempre e beve.

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Qui arriva un importante cambio di tono. Tormund inneggia a Jon Snow, valido condottiero, che è morto e risorto solo per combattere con i suoi uomini e per cavalcare draghi, cosa che farebbe solo un matto o un re. Alla parola “re” vediamo la faccia di Daenerys, che non la prende bene. Con l’attenzione lontano da lei, Khaleesi molla la maschera da regina benevola per mostrare il volto di una donna che si sente braccata: dal potere del suo amante, dai volti degli ex nemici (Tyrion e Jaime), dallo sguardo insistente di Varys, a cui non sfugge niente. Alla fine la ragazza se ne va, incapace di stare ancora in quella sala in cui si sente sempre meno regina e sempre più intrusa.

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Torniamo al gioco alcolico, dove Tyrion riesce a indispettire Brienne insinuando che sia ancora vergine. La donna se ne va e Jaime la segue, impedendo a Tormund di fare altrettanto.

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Il bruto finisce poi a lamentarsi col Mastino per il fatto che Brienne non lo caga e preferisce Jaime, ma i dolori romantici di Tormund durano poco: una ragazza gli fa gli occhi dolci, e lui si ricorda che essere bruti e non particolarmente raffinati ha comunque i suoi vantaggi. Mica come il Mastino, che son due puntate che continua a fare il menoso e arriva pure a respingere una gagliarda fanciulla che voleva concedergli i suoi favori.

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Arriva Sansa, e il Mastino le confida col suo fare amabile che c’è solo una cosa che potrebbe renderlo felice, ma non dice cosa. Fossimo in Dawson’s Creek la risposta sarebbe “Arya”, ma non vorrei azzardare una cosa che mi sembra così palesemente incestuosa (non so perché) e poco igienica.
In ogni caso è un momento potente per Sansa, che una volta non riusciva nemmeno a reggere lo sguardo del Mastino, ma ora è cambiata e più forte, anche per merito di Ditocorto e Ramsay, che il Mastino vede come “cose brutte”, ma che Sansa considera parte della sua crescita. Piazza pure la freddurona sul fatto che Ramsay è finito in pasto a… dei mastini. Le matte risate.

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Il povero Gendry sta ancora cercando Arya, e la cerca da così tanto che nel frattempo è diventato un lord. Alla fine la trova, impegnata come sempre a conficcare roba nei muri, e le confida tutto il suo amore. Di certo non sa come si fa a fare il lord, ma sa che l’ama e che vuole che lei sia al suo fianco. Peccato che Arya, prevedibilmente, gli dica che lei non è fatta per essere una lady. A parte il suono terrificante del cuore di Gendry che si spezza, la frase sembra togliere definitivamente Arya da qualunque gioco relativo a troni, corone e quant’altro.

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Ma occhio che arriva il momento tanto atteso. Brienne , infastidita dalle parole di Tyrion, si è appartata in un’altra stanza per stare da sola davanti al fuoco. Sopraggiunge un Jaime Lannister un po’ brillo, ed è subito Beverly Hills 90210. Jaime, vecchio marpione, comincia a spogliarsi un po’ dicendo che fa caldo. Brienne, a suo agio nei giochi romantici come Hulk con la sintassi, lì per lì non coglie. Ma quando Jaime cita la passione di Tormund viene colta da un sospetto: ma che sei geloso?

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Jaime continua a spogliarsi, ma ha una mano sola e fa fatica. Allora Brienne lo aiuta, perché insomma, è una persona altruista. Lui vorrebbe spogliare lei, e Brienne alla fine fa da sola. “Non sono mai stato con un cavaliere”, dice lo Sterminatore di Re. “Non sono mai stata con nessuno”, ribatte la guerriera di Tarth. E parte uno dei limoni più attesi della recente storia telefilmica. Ci starebbero anche dei fuochi d’artificio, se non fosse che, a far scoppiare qualcosa in questo momento, finisce che a molti poveri abitanti di Grande Inverno viene un infarto.

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Dall’amore che sboccia a un altro che rischia il logoramento. Daenerys raggiunge Jon Snow, pure lui sull’ubriaco andante, decisa a fare IL discorso. Lui prende tempo rendendo omaggio a Jorah, e lei che è già in modalità stronzetta sottolinea che lui l’amava, ma lei non ha mai amato lui nello stesso modo. Non c’è pace per il povero Mormont. In tutto questo, le mosse di Daenerys, bacio compreso, sembrano sempre super-studiate.

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Fanno per spogliarsi ma lui si ferma, e lei va dritta al punto: vorrebbe non aver mai saputo della sua vera identità. Ora non riesce a dimenticarlo, perché vede come tutti lo guardano, e percepisce che, a Grande Inverno, nessuno guarda così lei.
Daenerys è in piena paranoia, e a nulla vale il fatto che Jon non voglia essere re, perché lei è sicura che subirà l’influenza di chi vorrebbe che lui prendesse tutto ciò che è suo di diritto. Jon dice che rifiuterà, che lei è la sua regina, e a quel punto lei lo esorta a non rivelare a nessuno il segreto, perché solo così le cose non andranno a farsi benedire. Ricordate il discorso iniziale sul potere? La bellezza di questo dialogo sta nel fatto che Daenerys sembra voler mettere in guardia Jon dall’influenza che il potere potrebbe avere su di lui/loro, quando l’unica cosa a essere evidente è l’influenza che la sete di potere sta avendo su di lei.

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Jon, che è un sempliciotto, dice che però deve dirlo a Sansa e Arya, perché sono famiglia. Ma ovviamente Daenerys non vuole che lo sappia Sansa, perché quella è un’infame e direbbe subito al sempliciott… cioè a Jon amore della mia vita, di prendersi il trono. Lui dice di non preoccuparsi, che sono una famiglia e possono vivere insieme. Daenerys ribatte che sì, certo che possono vivere insieme, e lei gli ha appena detto come fare.

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Vediamo Brienne addormentata accanto a Jaime, che però non è mica troppo sereno. Chissà a cosa starà pensando? Eh bravi, a cosa secondo voi, alla situazione in Medio Oriente? Dai su…

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Andiamo da Verme Grigio e Jon, che si rendono finalmente conto nel motivo per cui gli sceneggiatori hanno piazzato l’attacco dei morti nel terzo episodio: così c’è meno esercito per Daenerys negli altri tre.

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Missandei spera che la gente di Approdo del Re si schiererà con loro. Ma Daenerys, che è più scaltra, la mette in guardia dagli inganni che Cersei ordirà contro il suo stesso popolo.
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Tyrion e Varys, a vario titolo, punzecchiano la regina: non distruggere tutto, considera che comunque Cersei perde alleati ecc. Ma l’ossigenata è ossessionata dal trono, e dice che finché Cersei ci siede sopra, vince lei.

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Tyrion propone un assedio che affami la popolazione e la rivolti contro Cersei, e si inserisce pure Sansa, sostenendo che i soldati devono riposare dopo la battaglia contro i morti. Daenerys cerca di riscuotere i suoi crediti: ha aiutato il Nord, e ora il Nord deve aiutare lei. Sembra Salvini coi 5 stelle e viceversa. Qualcuno dovrebbe pure dirle che la lotta contro i morti era una guerra “di tutti”, mentre quella contro Cersei è soprattutto una guerra sua.

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Ma di certo non è Jon Snow a dire una cosa del genere. Anzi, il nipotino si schiera a mani basse con la zia, che conclude dicendo “abbiamo vinto la Grande Guerra, ora vinceremo l’ultima, e la gente vivrà in pace sotto la sua legittima regina”.

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Escono tutti dalla stanza, ma Arya blocca Jon: riunione di famiglia!
Vanno all’albero con la faccina, e c’è anche Bran, che guarda tutti come a dire “vi ricordate che non sono più esattamente vostro fratello, vero?”

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Jon sostiene le ragioni di Daenerys in presenza delle sorelle, ma Sansa sottolinea che è stata Arya a uccidere il Night King (altro motivo per cui quella è stata una scelta gustosa degli sceneggiatori: ha dato molto potere agli Stark in un momento in cui lo Stark più famoso sul campo… non è uno Stark).

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Dal canto suo, Arya cerca di mediare dicendo che capisce perché Jon si è inginocchiato a Daenerys, ma rincara comunque la dose affermando che lei e Sansa non si fidano della Madre dei Draghi, semplicemente perché non fa parte della famiglia. Al che Jon è costretto ad alzare il ditino per dire “ehm… a questo proposito forse è il caso che vi dica qualcosa”. Un segretone che di fatto è già un tradimento a Daenerys, e per il quale Jon costringe le sorelle a giurare, senza accorgersi che Sansa stava incrociando le dita dietro la schiena. Una famiglia affidabile, diciamo così.

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Intermezzo simpatico in cui Tyrion chiede dettagli circa la patata di Brienne. Non vorrei aggiungere altro a questo riguardo.

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Meno male che a toglierci dall’imbarazzo arriva Bronn. Ricordiamo che il sicario era stato assoldato da Cersei per uccidere Tyrion e Jaime, e forse già lo sapevamo che non avrebbe davvero rispettato il contratto. Detto questo, però, il fatto che semplicemente si presenti e chieda più soldi/possedimenti per lasciarli in vita è sì perfettamente coerente col personaggio, ma forse anche una soluzione un po’ facile. Sicuramente, però, non abbiamo visto tutto di Bronn, e nulla gli vieta di comparire nel pieno della prossima battaglia sacrificandosi male e facendoci versare fiumi di lacrime.

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Dopo che Arya ha rimbalzato Gendry, e che il Mastino ha rimbalzato tutte, è tempo di ricostituire l’antico sodalizio. Clegane vuole andare a King’s Landing per ammazzare il fratello, mentre Arya deve uccidere Cersei. Quindi perché non fare carpooling (anzi, horsepooling), questa volta da alleati? Dai, ammettiamolo che questa coppia ci scatena il friccicore ben più di quella con Gendry.

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Il successivo dialogo fra Tyrion e Sansa, alla vista dei draghi, sembra riprendere le stesse dinamiche fra Jon e Daenerys: Tyrion difende la regina in modo quasi fastidioso, un po’ per vera convinzione e un po’ per incapacità di venire meno a giuramenti fatti in primo luogo a se stesso (di fatto il nano vede nella sua fedeltà a Khaleesi il simbolo del suo miglioramento come essere umano, come aveva ammesso nella seconda puntata parlando con Jaime). Sansa, dal canto suo, dice apertamente che non ritiene Daenerys una regina meritevole o capace, e a poco valgono le argomentazioni puramente dinastico-nobiliari avanzate da Tyrion.

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Arriva il momento del saluto fra Jon e Tormund. Il bruto vuole tornare al nord, ma siccome al Nord ci sono già (lui intende “più nord ancora”) si crea lo spazio per una simpatica gag semantico-lessicale che è un po’ classica in una sitcom frizzante come Game of Thrones. Questa scena in realtà nasconde una discreta poracciata: dopo avercelo fatto vedere per sbaglio prima della battaglia col Night King, chiudiamo i conti con Ghost, che Jon decide di dare a Tormund perché nelle praterie del nord si divertirebbe di più. Cioè, abbiamo capito che non sei un vero Stark, però un po’ di tatto, sant’Iddio…

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Dopo Tormund è la volta del saluto a Sam e Gilly, con Jon che scopre solo in quel momento la gravidanza della ragazza. Non è una scena ininfluente. Prima con Tormund e ora con Sam si percepisce un livello ulteriore, una specie di malinconia, come se la guerra appena trascorsa fosse stata sì brutta, ma anche capace di tenere insieme personaggi e amici che, senza di essa, sono costretti a separarsi. E per una serie come questa, è anche sottinteso che qualunque saluto potrebbe essere l’ultimo.

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Ci spostiamo verso la flotta diretta ad Approdo del Re. La velocità dello spostamento probabilmente farà storcere il naso agli stessi che, l’anno scorso, si presero male per la velocità dei corvi. Nessuna considera la semplice e coerentissima possibilità che Westeros sia grande come Cesano Maderno.

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Dialogo fondamentale fra Tyrion e Varys, per diversi motivi:
-Viene subito fuori che Sansa ha sputtanato Jon in tempo zero (finirà che Jon si incazza con tutte, ma proprio tutte le tizie che ha intorno).
-Varys si schiera apertamente per la possibilità Jon-sul-trono. Sarebbe la scelta più sensata, molto più che farli sposare, considerando che “è sua zia” (grazie pelatone per averlo detto esplicitamente, credo tu sia il primo).
-Tyrion difende ancora Daenerys, ma si vede che è visibilmente preoccupato quando Varys avanza qualche dubbio sullo stato mentale della regina. Così a occhio pare un chiaro seme di un futuro tradimento (tema che Tyrion introduce esplicitamente) anche se ancora non ne conosciamo i contorni. Il poverino, intanto, quasi spera di essere ammazzato da Cersei, così non ci dovrà più pensare.

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E poi, dal niente, mentre ancora valutiamo le sottigliezze dialogiche delle macchinazioni Tyrion-Varys, Daenerys sta volando con i “figli” e le ammazzano un drago. Così, improvvisamente. E attenzione, non è scontato creare empatia con una creatura interamente digitale che non ha mai mostrato un volto particolarmente accomodante, ma il modo in cui il drago si contorce, e il sangue che gli sprizza dalle fauci quando viene colpito alla gola, ci stringono il cuore manco ci avessero malmenato un gattino davanti alla faccia.

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Daenerys comprensibilmente si incazza come una iena, e identificato il colpevole (Euron, ovvio) si butta contro di lui in picchiata. E però, dettaglio non da poco, la raffica di freccione che il Greyjoy le scaglia contro la costringe a tornare indietro. La scena è repentina, magari anche troppo, ma si aggiunge con precisione a tasselli già posizionati dal Night King: il messaggio che passa, anzi che ci viene sparato nel cervello, è che i draghi non sono più un vantaggio, ora addirittura ne è rimasto solo uno e non può nemmeno più permettersi di lanciarsi sul nemico in campo aperto. E cos’è Daenerys senza draghi?

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Ecco poi una scena che scommetto farà trasalire gli esperti di arceria, come la settimana scorsa fremevano i maestri della tattica: le freccione di Euron, tirate ad altezza d’uomo, devastano la flotta di Daenerys, che se potesse prendere uno xanax non se lo farebbe ripetere due volte. I nostri finiscono in acqua e poi si trascinano sulla spiaggia. Missandei è scomparsa.

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Dopo questa momentanea vittoria, Cersei ed Euron pianificano le prossime mosse, e Cersei vuole giocare con Daenerys tipo gatto col topo: tenete i cancelli aperti, dice, così se Daenerys vuole entrare dovrà uccidere un sacco di innocenti. E gli innocenti, da parte loro, probabilmente dicono “ma perché non vi menate fra di voi e basta?”
Ah, e Missandei è in catene, perché chiaramente gli uomini di Euron sono riusciti a prelevare lei e solo lei sulla spiaggia. (Sì dai, qui la fanno un po’ spiccia, la serie sta finendo).

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Altro momento chiave dell’evoluzione (rapida ma precisa) di Daenerys. Varys sostiene che sia un errore attaccare direttamente Approdo del Re, perché la sua distruzione trasformerebbe Daenerys in ciò che ha sempre detto di voler combattere. Quella che vediamo all’opera è l’influenza corruttrice del potere, che trasforma Daenerys da idealista a estremista. Quando dice di voler liberare il mondo dalla tirannia, ad ogni costo, perché è il suo destino, percepiamo chiaramente che la Regina che conoscevamo è ormai perduta.

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L’unico che alla fine riesce a farla minimamente ragionare è Tyrion, che suggerisce di proporre a Cersei una resa incondizionata in cambio della vita. Daenerys accetta, ma non certo per pietà: semplicemente sa che Cersei rifiuterà, e vuole che gli abitanti di Approdo sappiano di chi sarà la colpa del fuoco che gli pioverà addosso. Daenerys arriva a parlare di sé in terza persona, come se stesse mettendo giù un piano di marketing per i social.

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Varys è palesemente quello che ha letto la sceneggiatura di Game of Thrones fino in fondo, o per lo meno ha fatto una telefonata con gli autori. In questo episodio le sue sono senza dubbio le disamine più lucide ed esplicite: a dispetto di quanto Tyrion sostiene ancora cocciutamente, Varys sottolinea come Jon Snow sarebbe un sovrano migliore di Daenerys per il semplice fatto che non vuole essere un sovrano. Il suo è un ragionamento da scuola di narrativa: l’eroe vero è quello che all’inizio non vorrebbe esserlo, ma che non può sottrarsi alla chiamata. Questo è l’inizio filosofico della discussione, che poi degenera leggermente nel considerare che, per Jon Snow, un plus importante è anche quello di avere il pisello. E vabbè raga, l’ambientazione è un po’ medievale, dai.

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In realtà, quella che sembra solo un’analisi della situazione compiuta da un saggio, si rivela poi un bell’approfondimento dello stesso personaggio di Varys, che ribadisce la sua fedeltà al regno, e non a chi lo governa. In uno slancio pienamente patriottico, il consigliere eunuco ribadisce la sua volontà di agire affinché Jon Snow, un leader più affidabile e pienamente meritevole del trono anche per via del suo lignaggio, superi una Daenerys a cui ha teoricamente giurato fedeltà, ma che non gli sembra adatta al ruolo. Di fatto stanno già cospirando, e Varys scava un piccolo solco fra sé e il “collega”: a un certo punto ognuno dovrà fare le sue scelte.

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A Grande Inverno, Jaime cerca di origliare una conversazione fra Sansa e Brienne. Viene così a sapere della morte del drago, delle navi distrutte, della cattura di Missandei. La situazione sta precipitando più del previsto, come Sansa sottolinea con la delicatezza di un paracarro arrugginito.

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Quella sera stessa, Jaime lascia il letto di Brienne per partire alla volta di Approdo del Re. La donna cerca di convincerlo a rimanere, ma lui rifiuta. “Sei un brav’uomo”, lo implora Brienne, ma lui ribatte che non è vero, ha gettato bambini dalle finestre, massacrato persone, cospirato a più non posso, staccato stemmini dalle auto, tutto in nome di Cersei. Evidentemente non è una brava persona e il suo destino non è lì.
Può sembrare una regressione, per Jaime, che tanta strada aveva fatto nel corso delle stagioni. Eppure, c’è anche un mistica coerenza, perché il nucleo del personaggio è strettamente legato a Cersei, e tutto ciò che da lì lo allontana è un tradimento. In fondo Tyrion gliel’aveva detto, un paio di puntate fa: tu sapevi benissimo che persona era Cersei, ma l’amavi. Jaime morirà, non sappiamo ancora come, ma sarà a causa della sorella. Non vedo altra possibilità.
Oh, e magari a quel punto Brienne va a cercare Tormund, non sarebbe fichissimo?

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Si torna a King’s Landing, dove Daenerys e gli Immacolati rimasti sono alle porte della fortezza di Cersei, che li attende con accanto Missandei in catene. Un’immagine dall’alto ci mostra la pochezza delle forze dei buoni (ma poi sono i buoni?), creando una specie di eco con l’enorme “esercito” delle pire funerarie che abbiamo visto all’inizio. I morti sono molti di più.

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È il momento di un pochino di diplomazia. Tyrion avanza e si incontra con Qyburn, la cui madre, al momento di comunicare il nome del figlio all’anagrafe, per errore starnutì.
La richiesta di Tyrion è semplice: la resa di Cersei e la consegna di Missandei.
La richiesta di Qyburn è semplice: la resa di Daenerys o la morte di Missandei.
Missandei, in alto, chiede di poter passare a This is Us, ma le dicono che ormai non si può, doveva dirlo alla terza stagione.

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Constatato che Qyburn non è esattamente piacevole come Varys, Tyrion decide di superarlo per parlare direttamente con la sorella. Tocca le corde dei figli (anche di quello che ancora deve nascere), e di un residuo di dignità che Tyrion spera ancora esista nel profondo di Cersei. Lei lì per lì ha pure l’occhio lucido, ma immagino sia solo un po’ di allergia ai pollini, perché poi va da Missandei e le consiglia di dire le sue ultime parole.

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Missandei potrebbe rivolgere un’ultima parola a Verme Grigio, che la guarda impaurito da sotto, ma invece preferisce uscire di scena con un sempre efficacie “dracarys”, di cui scopriamo la doppia valenza semantica: non solo “dai drago brucia questo tizio”, ma anche “andatevene tutti affanculo, ero solo un’ancella, potevo stare a casa mia a guardare Netflix”.

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Cersei se la ride, dà un segnale alla Montagna, e quello spicca la testa dal corpo di Missandei. Verme Grigio chiede di essere aggiunto alla lista delle persone che vogliono ammazzare Cersei con le proprie mani.
In questo punto ho percepito una mancanza. O meglio, per come sta evolvendo il personaggio di Daenerys, quasi pensavo che avrebbe esplicitato la sua volontà di non arrendersi, anche a costo di perdere la vita di Missandei. È esattamente quello che succede, in pratica, ma la mancanza di parole da parte sua, e lo sguardo adirato con cui lascia il campo e chiude la puntata, le permettono di mantenere ancora una vaga possibilità di redenzione. Come dire, è disposta a sacrificare gente che non conosce, ma quando le toccano le amiche del cuore si incazza come una focena. Dai, almeno quello…

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VARIE ED EVENTUALI

-Era ovvio che questo sarebbe stato un episodio più dialogico che guerresco, così come era ovvio che, comunque, un paio di morti fossero sempre possibili. In questo senso, da un punto di vista emotivo se le sono giocate entrambe abbastanza bene, perché la morte del drago è straziante, e quella di Missandei arriva in un momento in cui può essere non solo una spunta su una lista, ma anche un ingranaggio nel gioco di potere e carisma fra Daenerys e Cersei.

-Qui e là un pochino di fretta si percepisce. Se non mi aveva disturbato la fine relativamente rapida del Night King, in questo episodio (comunque molto denso) ci sono alcuni passaggi leggermente frettolosi, sia in termini puramente tecnici (la velocità con cui i personaggi si spostano da un luogo all’altro) sia narrativi (la gestione di Bronn, l’addio di Jon a Ghost) . Va anche detto, però, che è una percezione forse inevitabile per una serie che ha sempre giocato di fioretto, ma che a un certo punto deve sciogliere tutti i nodi. Non era nemmeno ipotizzabile vedere dieci episodi tutti con Daenerys a King’s Landing, perché ci saremmo lamentati del problema opposto.

-È davvero curioso che a nessuno venga l’idea più semplice per risolvere tutta la faccenda: date ad Arya un drago, e poi sedetevi a guardare che succede.

-A due puntate dalla fine, il nome di chi siederà sul trono è quanto mai incerto. Jon sembra aver recuperato qualche punto, un po’ per il discorso ai caduti, un po’ per l’affetto del popolo per lui, un po’ per le parole di Varys. Eppure che sia lui a sedere sul trono alla fine pare così scontato, che mi sento quasi di escluderlo. Ma Daenerys? Cersei? Arya che ha appena detto di non essere una lady? Sansa a cui frega solo del Nord? Tyrion che è un Lannister e potrebbe sedere lì solo in caso di morte di Daenerys (comunque niente affatto da scartare)? Boh, è un bel rebus.

-Ci avevo pensato pure io, ma internet è arrivato prima: è palese che vogliamo lo spinoff Tormund-Ghost.

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-Sì ok, si son dimenticati un bicchiere di Starbucks. È stato divertente la prima volta che l’ho visto, poi l’han rilanciato su qualunque sito dell’universo, che ansia…

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