21 Agosto 2019 1 commenti

Our Boys – La questione palestinese in una serie essenziale di Marco Villa

Our Boys racconta la vicenda realmente accaduta del rapimento e uccisione di tre ragazzi israeliani e la successiva vendetta su un ragazzo arabo

Copertina, Pilot

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Una serie secca, essenziale, che per creare pathos sceglie di togliere a aggiungere, consapevole di avere una storia talmente forte e carica di simboli da non aver bisogno di orpelli.

La storia di Our Boys – coproduzione USA-Isreale, su HBO dal 12 agosto – è vera ed è quella di tre ragazzi israeliani rapiti e ritrovati cadavere poco più di due settimane dopo, a cavallo tra giugno e luglio 2014. Tra il rapimento e il ritrovamento dei corpi, passano giorni in cui i ragazzi diventano un simbolo per tutta Israele, che si stringe in lunghe e affollatissime veglie di preghiera. Nel momento in cui viene annunciata la loro morte, le ali più estremiste del paese parlano subito di una vendetta da perpetrare nei confronti della popolazione araba, come rappresaglia per l’uccisione dei ragazzi. Vendetta che passa per la strada tragicamente più semplice, ovvero il rapimento di un ragazzo palestinese.

Our Boys racconta questa storia da tre punti di vista: il primo è quello di un agente della divisione dei servizi segreti israeliani che si occupa di tenere sotto controllo le spinte dei gruppi estremisti interni a Israele; il secondo è quello di un ragazzo israeliano che sta vivendo un momento di crisi personale, dopo aver avuto un’esperienza molto dura in una scuola ebraica; il terzo è quello del ragazzo palestinese che finirà per essere rapito nella notte successiva al ritrovamento dei cadaveri. E la vicenda principale di Our Boys sarà proprio l’indagine per cercare il ragazzo scomparso, rapito da estremisti israeliani.

La molteplicità dei punti di vista e delle linee narrative è caratteristica di quasi tutte le serie, ma in Our Boys è elemento che amplifica la tensione drammatica. La parte di indagine è tesa e riesce a dare il senso di controllo totale che le forze armate e governative israeliane hanno del territorio, attraverso un uso massiccio di immagini provenienti da camere di sorveglianza. Le storie dei due ragazzi sono in qualche modo speculari: entrambi fortemente inseriti nel tessuto della propria comunità, ma non del tutto in linea con le aspettative che le proprie famiglie hanno nei confronti del loro futuro.

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Il tono del racconto di Our Boys e forse l’aspetto più interessante: un tono asciutto e senza concessione al pathos, a parte quello che deriva da filmati originali e da ricostruzioni giornalistiche che occupano i primi 5 minuti abbondanti del pilot, che si apre senza dialoghi. Una scelta di essenzialità che rende Our Boys un prodotto vicino ai film da festival, per una scelta di giocare sempre per sottrazione e un linguaggio visivo che unisce i già citati filmati di repertorio con camere spesso nervose e sempre molto strette sui personaggi. Di fatto, le uniche inquadrature larghe sono quelle che mostrano le difficoltà di vivere a Gerusalemme, tra checkpoint, mura di sicurezza e spostamenti complicati.

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Se volete sapere come andrà a finire la storia, basta andare su Wikipedia, ma dal punto di vista del racconto è giusto sottolineare quanto prometta bene – in senso drammatico – il confronto tra il ragazzo ebreo e quello arabo. Our Boys non è una serie semplice, a cominciare dalla mancanza totale di spiegazioni e introduzione alla vicenda, passando per il fatto che è parlata in ebraico e in arabo e quindi obbliga o al doppiaggio integrale o a leggere ogni singolo sottotitolo. A tutto questo, va aggiunto un altro livello, ovvero il fatto che si parla di estremismo interno a Israele, scelta che ha provocato non poche polemiche.

Perché seguire Our Boys: per il linguaggio e la capacità di racconto senza compromessi

Perché mollare Our Boys: perché l’ostacolo della lingua può essere eccessivo per molti

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