26 Novembre 2019 21 commenti

Watchmen 1×06 – Un episodio che ricorderemo di Diego Castelli

Siamo di nuovo qui a parlare di una serie che doveva stupire, e stupisce

I giornalisti che avevano visto in anteprima i primi sei episodi di Watchmen l’avevano detto: guardate che il sesto è una bomba.
Che poi, a ben guardare, bomba lo è, ma per motivi diversi da quello che ci si aspettava.
La botta “prevedibile” (si notino le virgolette) è stata la puntata precedente, la quinta: prevedibile nel senso che sì, era creativa, esagerata, fascinosa, inquietante, ma metteva in scena molti degli elementi già presenti nel fumetto, uno su tutti il calamaro gigante, che faceva da perno su cui giravano storie nuove (la gioventù di Wade, la vecchiaia di Veidt) rimanendo però all’interno di una cornice ancora molto legata alla narrazione di Alan Moore.
Il sesto episodio, invece, è per certi versi la prima deviazione vera.
E per parlarne, considerando la mole di lavoro compiuta su un capitolo molto lineare ma anche stratificato e pieno di dettagli, vale la pena di fare…. il RECAPPONE!

INIZIO RECAPPONE

Il fatto che vedremo una puntata “diversa” lo si capisce fin dal titolo, quando la parola “Watchmen” si trasforma in “Minutemen”, a indicare un racconto che si sposta nel lontano passato, quando i primi eroi in calzamaglia calcavano le strade d’America per portare giustizia nei vicoli.
La prima scena è già straniante, con un interrogatorio a Hooded Justice, che però è fiction: si tratta di uno spezzone della stessa serie-nella-serie che già abbiamo intravisto negli episodi precedenti. I federali cercano di usare l’omosessualità di Hooded (di cui siamo già al corrente) come arma di ricatto per farlo diventare un loro burattino, ma lui se ne frega e li devasta di pugni.

Passiamo alla “realtà” e vediamo Laurie Blake andare a parlare con Angela, rinchiusa dopo l’arresto di settimana scorsa. Laurie, per nostra comodità, fa un breve previously spiegandoci bene cosa ha combinato Angela ingerendo le pillole del nonno: le Nostalgia sono un prodotto ormai fuorilegge che consente di rivivere i propri ricordi, e che già sono pericolose e assuefacenti quando vengono assunte da qualcuno che vuole rivivere le proprie memorie (“Chi vuole vivere nel presente se può vivere nel passato?”), figuriamoci poi quando a essere ingeriti sono i ricordi di qualcun altro.
Manco a farlo apposta, Angela cade in una specie di coma in cui comincia a rivivere in prima persona le esperienze di nonno William.

È l’inizio della puntata vera e propria, che racconta della carriera di William in polizia e, poi, sotto altre spoglie. Il racconto diventa bianco e nero, il volto di William comincia a scambiarsi varie con quello di Angela in lunghe inquadrature fluide e morbide, e i pochi sprazzi di colore diventano significanti quanto il cappottino rosso della bambina di Schindler’s List, non a caso citato nell’episodio precedente.
Qui, soprattutto, viene messa in scena in maniera completa la nuova identità di Watchmen, ormai lontana dalla paranoia sulla Guerra Fredda, e sempre più incastrata in tematiche nuove e diverse.
La prima scena è già potente, con William unico nero in mezzo ad altri cadetti tutti bianchi. Il nostro non riceve il distintivo dal vero capitano, che lo salta come se niente fosse lasciando che sia un suo sottoposto, nero anch’egli, a “sporcarsi le mani” col cadetto di colore (a sfuggire al bianco e nero, nel corso dell’episodio, sono praticamente solo personaggi afroamericani, in una sorta di gioco amaro con la parola “colored”, usata un tempo per identificare i non-bianchi).

La posizione di William è già precaria, perché lui crede nel lavoro della polizia, ma è la polizia stessa ad aver fatto di lui niente più che una mascotte buona per il politically correct. Una facciata pulita che nasconde continue vessazioni e razzismo ai danni della comunità black.
Un’insignificanza, quella di William, di cui l’uomo si rende presto conto, quando fa arrestare un cicciotto strafottente che tira una molotov in un negozio ebraico, per poi vederlo camminare libero già il giorno dopo, liberato dai colleghi che tengono molto più da conto lui (il bombarolo) che non il loro compagno.
A William viene consigliato espressamente di non farsi domande, di tornare a casa, e di dimenticarsi di certi misteriosi gesti di intesa (un segno di ok sulla fronte) scambiati dai colleghi bianchi.
Passano poche ore, e William viene malmenato dai suoi stessi compagni, che prima lo pestano in un viottolo e poi lo impiccano fin quasi a farlo soffocare, lasciandolo con un monito abbastanza esplicito: “Non ti impicciare delle cose dei bianchi, negro”.

E qui c’è un twist di quelli belli: tornando a casa, insanguinato e stordito, con ancora il cappio al collo, William si imbatte in un’aggressione ai danni di una coppia. Senza pensarci due volte rimette il cappuccio che i colleghi gli avevano messo in testa e salva la coppia della violenza dei teppisti/ladri/quello che è.
Tornato a casa, in una scena quasi onirica in cui il dialogo fra William e la moglie June si svolge sullo sfondo dei vecchi film guardati dal William bambino ai tempi del massacro di Tulsa, il poliziotto ora diventato giustiziere si vede sbattere in faccia una dolorosa verità: non potrà mai essere come lo sceriffo di quel film, che pur essendo nero catturava un bianco e otteneva il favore e la riconoscenza di altri bianchi. No, lui potrà portare giustizia nelle strade solo come eroe mascherato, e non solo: quella piccola parte del volto che il costume lascia libera, cioè gli occhi, dovrà essere truccata di bianco, così che le sue vittime reali e potenziali possano pensare che lui sia effettivamente come loro.
L’idea che un eroe mascherato possa ottenere elogi o critiche non solo in base a ciò che fa o non fa, ma anche al colore della sua pelle, è già un concetto poderoso, che sporca di razzismo tutto l’idea del supereroismo, solitamente ammantato di una sorta di neutralità tale per cui se agisci da eroe, sei eroe. E invece no, cari amici, ci sono eroi ed eroi, e un eroe nero non lo vuole nessuno.
Ma non solo: trasformare Hooded Justice in un eroe nero, sebbene in incognito, fa sì che il primo supereroe della storia statunitense sia un afroamericano, cosa che riverbera in maniera imprevedibile su tutta l’epica supereroistica dei fumetti, ammantandola di un alone politico che la appesantisce, rendendola più vera.

Nei panni di Hooded Justice, William irrompe nel negozio di Fred (il bombarolo di prima) e lo trova impegnato insieme ai suoi colleghi poliziotti in un bel ritrovo del Ku Klux Klan. Qui William si trova anche fra le mani un curioso libricino dal titolo non troppo rilassante di “Mesmerism of the masses”. Un po’ mena e un po’ fugge, e qui, al termine di una vertiginosa inquadratura in bullet time che Matrix levati, sentiamo nuovamente la voce di Laurie, a informarci che Angela è in quel momento in stato comatoso e che stanno cercando di farla tornare nel mondo reale. Assolutamente buffo il momento in cui il marito di Angela, leggendo una messaggio pensato per farla risvegliare, sottolinea nuovamente il fatto che il Presidente degli Stati Uniti è Robert Redford. Oddio, nella realtà è Donald Trump, non so quale sia l’idea più assurda.

Tornato a casa, William e June ricevono la visita di Nelson Gardner, che altri non è che Captain Metropolis, l’altro eroe che, l’abbiamo appreso dalla fiction, dovrebbe diventare l’amante di William.
In un dialogo molto controllato, in cui nessuno dei due vuole ammettere di essere un giustiziere mascherato (al massimo un “amico di”), Nelson informa William della volontà di fondare i New Minutemen, un gruppo di eroi che darebbe ancora più forza alla loro azione di contrasto alla criminalità. Hooded Justice, che è colui che ha ispirato tutti gli altri, non potrebbe che avere un posto d’onore nel gruppo.
Com’è, come non è, alla fine i due ci finiscono davvero a letto insieme, e lì per lì sembra una cosa piuttosto tranquilla e pure tenera, se non fosse per il fatto che June, che si scopre essere la neonata che il giovanissimo William trovò ancora in fasce dopo il massacro di Tulsa, è attualmente incinta.

Basta molto poco perché William riceva una nuova botta sulla nuca. Dopo aver accettato di entrare nei Minutemen, Hooded Justice partecipa a una conferenza stampa dove si sentirebbe legittimato a parlare di ciò che gli sta più a cuore, cioè l’avanzata del Klan, che probabilmente sta progettando qualcosa di davvero losco. Peccato che Metropolis gli impedisce di fare il suo monologo, preferendo parlare di Moloch, un cattivo a sua volta mascherato, e del suo supporto pubblitario a una certa banca. La situazione, insomma, è chiara: che si parli della polizia o dei Minutemen, di William o di Hooded Justice, la posizione è sempre quella di una medaglietta da appuntare sul petto di qualcun altro. Della giustizia, quella vera, non frega niente a nessuno, ed è tutta una grande operazione commerciale e di marketing.
Ancora più dolorosi, quindi, i segni di una specie di maschera bianca sul volto amareggiato di William: a lui è parso di indossare un cappuccio per difendere i deboli di ogni colore, ma in realtà l’unica cosa che sta facendo, e che faceva anche in polizia, era travestirsi da bianco.

Nella scena successiva, William in versione poliziotto viene chiamato sul luogo di una rivolta in cui sono morte varie persone di colore: in breve tempo scopre che gli spettatori di un cinema sono stati soggiogati da una qualche forma di video subliminale che li ha costretti a comportarsi in modo violento. William cerca di informare Nelson della cosa, ma quello non gli crede / se ne frega, come se gli eroi mascherati potessero occuparsi, ancora una volta, solo di freaks mascherati.
William allora fa da solo e di nuovo si scontra con Fred e i membri del Klan. Questa volta la violenza sale di tono, e William non si fa problemi a uccidere tutti a colpi di pistola. Scopre così il magazzino dove i video subliminali vengono prodotti, e in cui lo speaker è proprio il collega che l’aveva impiccato.
Eliminati tutti i nemici, William brucia l’intero magazzino, e in quel momento non ha la maschera bianca sugli occhi: un dettaglio logico, visto che era in servizio, ma anche simbolico, perché ci mostra un Hooded Justice finalmente “nero”, in contrasto con la sua versione sobria e normalizzata dei Minutemen.

Arrivato a casa, però, William trova il figlio ormai cresciutello (il tempo è scorso in maniera rapida durante l’episodio) che si sta truccando gli occhi di bianco, e s’incazza. Interviene June, che ormai non ce la fa più: credeva che Hooded Justice avrebbe permesso a William di sfogare in modo produttivo la rabbia che si porta dietro fin da bambino, ma in realtà non ha fatto altro che alimentarla.
Ci spostiamo quindi al William anziano, in sedia a rotelle, quello che in teoria mai avrebbe avuto la forza per impiccare un uomo adulto e sano come Judd. Scopriamo così che a impiccarsi è stato Judd stesso, ipnotizzato dalla stessa tecnologia che il Klan usava sulle sue vittime di colore, e che poi William ha convertito in una pratica torcia. Judd cerca di difendersi dalle accuse di razzismo dicendo che la divisa del Klan era di suo nonno, e che lui sta lavorando per la pace in modi che William nemmeno comprende. L’anziano vigilante però non gli crede, e lo costringe a uccidersi.

L’ultimissima scena è per Angela che, dopo aver appreso la verità sulla morte dell’amico ed ex collega, si sveglia in un letto di fronte a Lady Trieu. A inizio episodio avevamo appreso che la misteriosa sciura asiatica era padrona dell’azienda che fabbricava la Nostalgia. E ora chissà cosa succederà.

FINE RECAPPONE

Siccome il riassunto mi è venuto più lungo del previsto e ora non ho più voglia di scrivere, vediamo di arrivare al sodo.
Dall’inizio di Watchmen parliamo della volontà, ma anche della necessità, non tanto di mettere in scena la Watchmen di Alan Moore, quando piuttosto di crearne una versione nuova, che mantenga quella forza ma la applichi a un modo necessariamente cambiato.
Questo episodio è, finora, la più limpida manifestazione di quella necessità. Il razzismo non era un tema centrale della Watchmen a fumetti (anzi, non era proprio un tema), e la storia si concentrava sulla paranoia da fine Guerra Fredda che, su carta e nella serie, non è diventata “calda” solo grazie all’intervento folle ma risolutore di Veidt e del suo calamaro.
La Guerra Fredda, però, è finita, siamo nel 2019 e Damon Lindelof voleva raccontare qualcos’altro. Ecco allora, fra la molteplicità di temi, quello del razzismo, che al giorno d’oggi si allarga facilmente a un più ampio concetto di tutela delle minoranze.
Quello che abbiamo visto in questo episodio non è la Watchmen degli anni Ottanta, ma è l’applicazione di quello che potremmo chiamare metodo-Watchmen a un’altra realtà, o meglio a un altro tempo. Ci sono ancora gli eroi mascherati, e sono ancora eroi ben lontani dall’idea romantica di uomini e donne tutti d’un pezzo con in mente solo la giustizia. Sono persone normali, fallibili, spesso corrotte o compromesse con i potenti di turno. Soprattutto, sono eroi che si perdono nel loro mondo di maschere e mantelli, e sembrano dimenticare le sfide della realtà concreta.
In questo stiamo ancora parlando della stessa Watchmen. Ora però quello stesso sguardo – cinico, disilluso, amaro – si sposta su un altro tema, mostrandoci non solo i danni di una ferita, quella del razzismo, che gli Stati Uniti sono ancora ben lontani dal rimarginare, ma anche le conseguenze più dolorose di quella ferita, che riportano a un uomo che chiedeva giustizia e che invece, in nome della vendetta, non esita a usare le armi dei suoi nemici contro di loro, senza nemmeno avere la reale certezza che siano effettivamente nemici.

In attesa di scoprire quali saranno i prossimi risvolti, le prossime sorprese e le prossime battaglie, abbiamo appena visto un episodio all’apparenza linearissimo, a tratti perfino fanciullesco (la tecnologia mesmerizzante sembra davvero presa di peso da un fumetto di 50 anni fa), ma che è una precisa dichiarazione poetica. È il tentativo, a nostro giudizio riuscito, di prendere ciò che ha fatto grande il materiale originale, per dargli una forma nuova e adatta al suo tempo. Non per tradirlo ma, al contrario, per mostrarne l’universalità.
A tenere banco è ancora la meschinità umana, la vanagloria degli eroi autodichiarati, e più in generale la sporca, dura e concreta realtà, contrapposta a un mondo da fumetto supereroistico che ai tempi di Moore appariva già zoppicante e meritevole di una revisione.
Non siamo poi tanto distanti da quell’episodio dell’ultima stagione di Bojack Horseman in cui si denunciava l’impossibilità di scrivere un film su una supereroina, che non fosse un film su un supereroe a cui semplicemente manca il pene. Qui è la stessa cosa, perché ci viene fatto vedere come, sotto la patina del supereroismo e dello spettacolo, l’America e più in generale l’Occidente continuano a sguazzare in problemi seri che non sono mai riusciti a risolvere e forse nemmeno ad affrontare.
E questa, cari amici, è profondamente Watchmen.

PS
Più sopra ne abbiamo già accennato, ma sottolineiamo ancora una volta come un episodio così, concettualmente saldissimo e narrativamente linearissimo, sia impreziosito da una messa in scena di straordinaria eleganza, in cui la pulizia del bianco e nero è solo una facciata d’impatto dietro cui si nascondono movimenti di macchina curati al millimetro, parole e frasi piazzate col bilancino, simboli più o meno vistosi che dovrebbero essere sempre la missione di ogni mezzo audiovisivo: show, don’t tell, mostrare e non dire, trasmettere a istinto, senza per forza spiegare a parole. Giù il cappello.

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