10 Dicembre 2019 8 commenti

The Crown 3 – Nuove consapevolezze, nuovi volti, e molte promesse di Diego Castelli

L’arrivo di Olivia Colman impone un nuovo stile della Regina e una nuova coscienza di ciò che The Crown significa davvero

SPOILER SU TUTTA LA TERZA STAGIONE

C’è un elemento che vale la pena sottolineare subito, parlando della terza stagione di The Crown. C’era molta attesa (e timore, e speranza) per il cambio della guardia fra Claire Foy, interprete della Regina nelle prime due stagioni, e Olivia Colman, la fresca vincitrice di Oscar chiamata a impersonare una Elisabetta più avanti con gli anni.
La cosa curiosa, a conti fatti, è che questo passaggio di consegne si è rivelato meno importante del previsto, per il semplice fatto che mai come in questa stagione l’attenzione è stata rivolta a personaggi che non fossero la regina, in coerenza con il fatto che la serie, effettivamente, non si chiama né “The Queen”, né “Elizabeth”, bensì, “La Corona”.
Un tema che non è certo nuovo, ma che in questo ciclo di episodi sembra aver trovato una configurazione nuova, in cui la storia della sovrana, più che racconto personale di una ragazza costretta a crescere molto in fretta per sostenere un compito molto importante, è diventata resoconto del peso di un’istituzione che finisce col gravare su un’intera famiglia, e in cui la donna a capo di tutto, più che soggetto di crescita, si è auto-cristallizzata in una figura fondamentale da un punto di vista istituzionale e politico, ma inevitabilmente carente dal punto di vista umano.

Perché da questo punto di vista il cambio fra Claire Foy e Olivia Colman è davvero vistoso. La Elizabeth della Foy era sì una ragazza catapultata suo malgrado sul trono, e che per questo doveva imparare a ricoprire un ruolo molto preciso e non per forza automatico, ma allo stesso tempo conservava un’umanità molto spiccata, accentuata dai tratti delicati e quasi teneri dell’attrice, che sottolineava bene il suo essere una regina molto moderna. Le prime due stagioni di The Crown sono il racconto dell’ingresso di una giovane donna in un’istituzione, ma anche quello dell’influenza di quella ragazza sull’istituzione stessa: partendo dal messaggio alla nazione in tv, e passando per la gestione del marito un po’ bizzoso e della sorella scapestrata, la Elizabeth “giovane” è una donna capace di portare la monarchia inglese nel Ventesimo Secolo.

Molto diverso, invece, l’effetto prodotto dalla Elizabeth di Olivia Colman. Sostanzialmente, la sua è una regina fredda, a volte gelida, e il percorso che è chiamata a compiere nei vari episodi è sostanzialmente opposto a quello delle prime due stagioni: questa volta abbiamo una regina algida e robotica, a cui ogni tot viene ricordata un’umanità che sembra aver dimenticato.
Succede in occasione della frana nel villaggio di minatori, succede ogni volta che ha a che fare con la sorella, succede alla morte dello zio ex sovrano, e succede naturalmente con il figlio Charles.
La mia, sia ben chiaro, è tutt’altro che una critica, per quanto questa Elizabeth sia necessariamente meno piacevole e meno facile da amare. Ma il punto di The Crown, sottolineato più volte in questa stagione, è esattamente questo: malgrado il passaggio sia forse un po’ brusco, quello che vediamo è l’effetto della Corona su una donna e sulla sua famiglia, e arriviamo alla fine delle dieci puntate con la consapevolezza di quanto quel ruolo possa essere tanto professionalmente gratificante quanto umanamente mortificante.
In questo processo la Colman è in realtà perfetta (nomination al golden globe meritatissima), perché mette in campo una Elizabeth perfettamente integrata nella struttura della corte, che è passata da possibile elemento di rinnovamento a solido monolite incrollabile, e che si concede sprazzi di umanità praticamente solo quando non ha intorno nessuno. In questo c’è coerenza fra il suo dover fingere una commozione che non prova in pubblico (sempre nel terzo episodio, quello della miniera), e provare invece commozione sincera in altri momenti in cui è da sola, quando può permettere di mostrare (ma solo a noi e a nessun altro) piccole crepe nella sua corazza.

Il discorso sulle crepe è poi quello che le fa la sorella Margaret nel season finale, ed è sostanzialmente il riassunto tematico di tutta la stagione: a Elizabeth non è permesso avere crepe, perché lei è la persona che le crepe deve coprirle. Il mondo intero può scricchiolare, ma non lei, perché finché lei non scricchiolerà, tutto il castello starà in piedi, mentre senza di lei verrebbe tutto giù.
Ecco allora perché, in realtà, la Elizabeth della terza stagione di The Crown, più che una vera protagonista, è una figura che rimane quasi sullo sfondo, un pilastro che getta un’ombra istituzionale su tutto il resto. In questa stagione, a portare umanità sanguigna e verace nella narrazione ci pensano altri personaggi, alcuni già abituati al compito, e altri nuovi. I primi sono principalmente Margaret e Philip. La sorella della Regina, a cui sono dedicati due episodi, continua il suo percorso di eterna seconda e, per questo, perenne insoddisfatta. La sua è una storia di sostanziale infelicità, o per lo meno felicità molto altalenante, che culmina in un mezzo tentativo di suicidio che almeno riesce a riportare un po’ di serenità fra le due congiunte, e che serve a noi, come detto, per fare un punto vero sul ruolo della regina.
Philip, dal canto suo, era una testa calda già nelle prime stagioni, ma questa volta percepiamo con forza, specie nel settimo episodio, la sua difficoltà nello stare confinato in un ruolo che, per quanto agiato e coccolato, non gli permette di esprimere quello che sente essere il suo vero potenziale. E se è vero che potrebbe venirci spontaneo un “Filì, non ci scassare, guarda dove diavolo vivi”, l’interpretazione di Tobias Menzies (anche lui candidato al Globe, come Helena Bonham Carter) è efficace nel restituire la tensione costante di un uomo che, tanto quanto la cognata, si sente sempre un secondo arrivato, un “marito di”, più che una persona a sé stante.

Ma per me il vero vincitore di questa stagione è un altro, cioè Carlo. Interpretato da un ottimo Josh O’Connor (che invece quelli dei Golden Globes non han cagato di pezza), l’erede al trono inizia come un ragazzotto ingobbito e dimesso, forse anche un po’ macchiettistico, ma poi cresce piano piano a prendere lo spazio che una volta era stato di sua madre in versione giovane, cioè lo spazio di una persona con un cervello, che pur rispettando l’istituzione in cui si trova inserito, non accetta di perdere la propria individualità. Quando la stagione finisce, in realtà, Charles ha superato di slancio la madre, finendo con l’identificarsi maggiormente con lo zio decaduto, che vede come simbolo di una resistenza totale all’annullamento emozionale richiesto dalla monarchia.
In parte Charles beneficia anche della trama più succosa e pruriginosa, cioè l’amore con Camilla che tutti sappiamo essere destinato a risbocciare pubblicamente solo molti anni dopo, alla fine della storia di Charles con Diana. Ma a parte questo interesse un po’ gossipparo, Charles si prende proprio degli ottimi momenti per sé, come nell’episodio della sua investitura (in cui la cerimonia è ricostruita in modo maniacale, anche se forse è un po’ romanzato l’astio dei gallesi nei suoi confronti), o come in quel dialogo con la madre che, per importanza complessiva, sta al livello dell’ultimo scambio fra Elizabeth e Margaret: sempre nel sesto episodio, quello dell’investitura, la regina insegna al figlio il valore del silenzio e dell’imparzialità, qualità imprescindibili per un sovrano ma anche doveri impegnativi che richiedono grande energia. E questa “energia necessaria per lo stare immobili” è una delle chiavi di lettura più limpide per l’intera serie.

Nel complesso è stata una stagione godibile, che ci ricorda una qualità fondamentale di The Crown: è così elegante nella sua messa in scena, così sfacciatamente ricca nelle scenografie e nei costumi, così calibrata nelle interpretazioni, che è semplicemente un piacere per occhi e orecchie, qualcosa che potremmo guardare per giorni, tenendola lì in sottofondo, sentendoci partecipi di quella atmosfera.

E questo senza voler negare qualche passaggio a vuoto: il primo episodio, quello della spia russa, è il primo impatto con la novità-Olivia Colman ma è anche l’episodio più moscio della stagione. Allo stesso modo, il finale si porta dietro il fondamentale discorso sulle crepe, ma il fatto che sia dedicato quasi solo a Margaret non ce lo fa sentire come un finale “vero”.
Soprattutto, questa stagione patisce un po’ il peso di quello che arriverà: sapere che all’orizzonte ci sono Diana e Margaret Thatcher-Gillian Anderson (senza contare la fine che farà Mountbatten, andatelo a cercare su wikipedia), ha reso inevitabilmente questa stagione un po’ meno roboante, come se fosse un ciclo di transizione in attesa di arrivare a eventi che già conosciamo o che crediamo di conoscere, e che vogliamo vedere approfonditi e spolpati nello stile tipico della serie.
Poi certo, questo è cercare il pelo nell’uovo, perché se anche la vogliamo considerare una stagione di transizione… beh… avercene di stagioni di transizione così!



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