21 Aprile 2016 11 commenti

Re-Pilot: la prima puntata di Fringe vista otto anni dopo di Marco Villa

Sì, è sempre bella

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Quando vidi il pilot di Fringe ero ancora sano, nel senso che non perdevo ogni minuto del mio tempo libero per guardare una serie che già sapevo sarebbe stata brutta. Per dire: non avevo ancora visto Lost, che è un po’ come dire di aver visto un remake senza passare dall’originale. Sì, perché Fringe, presente con tutte le stagioni su Infinity, era la nuova serie di JJ Abrams dopo l’isola, quindi doveva essere per forza il nuovo Lost. E invece. E invece rivedendo a distanza di quasi otto anni il doppio pilot, appare evidente come il riferimento dovesse essere un altro: X Files.

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Eppure in un primo tempo gli indizi portano proprio a Lost, perché andiamo: siamo di fronte a una tragedia in volo. Certo, per una volta assistiamo all’annullamento di ogni tensione finale, con l’apparecchio che viene fatto atterrare dal pilot automatico. Quello che c’è stato prima, però, spariglia le carte. In breve: tutti i presenti su un volo intercontinentale muoiono, ma non in modo normale o a causa del poco spazio tra le file. No, muoiono perché fondamentalmente diventano dei modellini anatomici del corpo umano, con le pelle del tutto trasparente. Una roba assurda e di fortissimo impatto visivo. A indagare sull’accaduto arriva una task force, a cui si aggiunge la giovane agente speciale dell’FBI Olivia Dunham (Anna Torv). Proprio lei sarà a prendere in mano la situazione, dopo che un collega con cui ha una relazione viene a contatto con gli stessi agenti chimici che hanno provocato la strage sull’aereo. Per salvarlo, è costretta ad andare a cercare l’unico uomo che ai tempi progettò e studiò il composto. Lui è Walter Bishop (John Noble), è in manicomio da decenni e per poterlo portare fuori Olivia ha bisogno del di lui figlio Peter (Joshua Jackson).

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Questo il setup, ma quello che ovviamente interessa sapere è se questi otto anni abbiano fatto invecchiare prematuramente Fringe, ma tranquilli: la risposta è no. Il doppio episodio che dà il via Fringe è ancora oggi pieno di avvenimenti, densissimo. C’è quello che abbiamo raccontato, più l’introduzione dei supercattivi della Massive Dynamic, un colpo di scena finale e persino il caso della giornata da serie procedurale. Proprio questo aspetto, insieme a quelle grafiche che ai tempi sembravano avantissimo e che ora segnano già il passo, è l’elemento che più di ogni altro si distanzia dal gusto attuale. Però è proprio da qui che riparte il link a X Files, perché il mistero a settimana prende il via proprio dalla serie di Chris Carter.

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Rispetto a X Files, però, già nel pilot è evidente una profonda differenza: in X Files i sentimenti erano il male, il demonio, qualcosa da reprimere e da non fare mai emergere. In Fringe non è così, non è mai così ed è grazie al personaggio di Walter Bishop: le vera scelta geniale di JJ Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci è lui, una figura che riesce a inserire una vena ironica e surreale in qualsiasi scena. Walter Bishop è la componente umana che mancava a X Files e che rende Fringe ancora bello, ancora attuale e non un qualcosa di passato e andato.  

E per una serie di questo tipo è davvero un fatto non scontato: una cosa di cui sono parecchio contento, perché sì, quando vidi il pilot di Fringe ero ancora sano, ma è anche grazie a Fringe che mi sono autoinflitto questa overdose di serie tv.

Argomenti fringe, re-pilot, x-files


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