21 Giugno 2016 50 commenti

Game of Thrones 6×09: La battaglia dei bastardi di Diego Castelli

Boom, clash, spadong, swishhhh

Copertina, Olimpo, On Air

Game of Thrones (1)

SPOILER! CHE VE LO DICO A FARE…

Per una volta partiamo dalla fine. O meglio, partiamo dall’anno scorso e poi andiamo alla fine.
Vi ricordate quando Sansa venne stuprata da Ramsay? Vi ricordate quella polemica ridicola nata dal solito confronto fra libri e serie tv, per cui un prodotto di finzione ambientato in un continente immaginario simil-medievale non avrebbe il diritto di mostrare uno stupro che nei libri non c’è, perché non sia mai che la televisione faccia vedere le cose brutte che succedono alle ragazze sennò improvvisamente tutti noi spettatori maschi ci mettiamo a stuprare chiunque capita?
Bene, sarebbe interessante sapere l’opinione di quei/quelle polemisti/e della domenica di fronte alla totale, maestosa, epica e gloriosa rivincita di Sansa Stark in “Battle of the Bastards”. Titolo quasi ironico, se volete, visto che l’episodio si chiama per l’appunto “battaglia dei bastardi”, ma a risolvere davvero la questione è lei, la fanciulla dal viso tenero e pacioso, la giovinetta dall’occhio sempre lucido, che alla fine dimostra di essere assai più adatta al gioco dei troni del suo impetuoso fratellastro, guerriero tutto cuore e sguardi da cucciolo che, eroismo a parte, continua a non sapere mai una beata fava.

Game of Thrones (6)

Sansa invece ne sa a pacchi, ha preso tutta la merda che la vita le ha scaricato addosso – merda senza la quale, per inciso, questa puntata varrebbe un quinto di quel che vale – l’ha ingoiata e ci ha fatto su i muscoli: e se il fratello è troppo stupido per starla a sentire e rischia di farsi ammazzare, tocca a lei farsi carico di risolvere la situazione, capovolgendo le sorti della suddetta battaglia e concludendo la sua vendetta lasciando il suo aguzzino in pasto ai suoi stessi cani, osservandolo attentamente mentre gli sbranano la faccia e andandosene poi con un sorriso malefico sulle labbra.

Minchia, APPLAUSI.

A ben guardare, in questo episodio teoricamente così macho e machista, il filo conduttore femminile ricorre anche altrove: nell’unico altro scenario descritto, quello di Meereen, Daenerys Targaryen arriva in soccorso dell’astuto ma fragile Tyrion e sfodera la potenza dei draghi e del suo esercito dothraki, cavalcando lucertole sputafuoco al grido di “mi piace vincere facileeeee”.
In quel di Meereen vediamo finalmente un robusto passo avanti nella trama complessiva della serie, non tanto perché Khaleesi dà sfoggio di potenza in computer grafica, quanto perché stringe un’alleanza con la famiglia Greyjoy dopo un dialogo a tinte ancora una volta iperfemministe e pure un tantino lesbo.
Considerando che la vita di Deanerys è da molto (troppo) tempo separata dalle concrete vicende di Westeros, questa improvvisa accelerata ha il sapore di una violenta riorganizzazione dello scacchiere: qui si stringono alleanze, là si recuperano fortezze e territori, vuoi vedere che davvero cominciamo a intravedere sprazzi di quelli che saranno i moti finali, quando ormai mancano probabilmente solo due stagioni corte alla fine della serie?

Game of Thrones (4)
Sono comunque argomenti che varrà la pena di affrontare dopo il finale di settimana prossima. Tornando invece al singolo episodio, è oltremodo doveroso staccarsi dalla semplice analisi della trama e delle singole righe di dialogo – e ce ne sono di abbastanza clamorose, tipo “Domani morirai Lord Bolton, dormi bene”, ma anche “Rifletto e cammino finché non sono talmente lontano dall’accampamento che nessuno può sentirmi mentre mi cago sotto” – per sottolineare un fatto abbastanza semplice: “Battle of the Bastards” è forse l’episodio visivamente più potente che ci sia mai capitato di vedere.
Se si escludono alcune annose incertezze in fase di green screen, siamo in territorio prettamente cinematografico, siamo nei Braveheart e ne Il Gladiatore. Se ci pensate, mai come in questo episodio abbiamo visto i draghi di Daenerys a tutta potenza, e per assurdo quella battaglia e quelle scene non sono affatto le più memorabili, per quanto offrano dettagli che volevamo vedere da sei anni.

Game of Thrones (3)

Il vero centro dell’azione, lo scontro definitivo fra l’esercito di Jon Snow e le truppe di Ramsay, è un tripudio registico fatto di lunghi e complessi piani sequenza, dove i corpi dei soldati si ammucchiano in colline di carne e budella, dove piovono frecce su mischie furibonde e sui corpi martoriati di fratelli defunti, dove muri di scudi spingono al panico soldati valorosi, dove Jon affronta onde di cavalleria e rischia di annegare nel fango e nella moltitudine, in una sequenza asfissiante che unisce la suspense più pura a una composizione quasi pittorica delle inquadrature.
E poi la morte di Rickon, un tantino troppo teatrale ma comunque poderosa; la caduta del gigante, un simil-Hodor a cui ci eravamo affezionati senza praticamente sentirlo parlare; la sostituzione dello stendardo di casa Bolton con il lupo degli Stark, che finalmente torna a garrire al vento del Nord (a questo proposito leggetevi anche questo articolo tutto virato al marketing di GoT); la citata fine di Ramsay, forse la morte più goduriosa di un cattivo finora (perché l’avvelenamento di Joffrey a suo tempo fu decisamente più “sobrio” rispetto a una muta di cani che mangiano Ramsay legato a una sedia).

Game of Thrones (8)
Insomma, ci avevano promesso un puntatone, e puntatone è stato. E se qualche dettaglio poteva comunque essere curato meglio (certe lungaggini autocompiaciute di Tyrion, alcune espressioni un po’ troppo caricate di Kit Harington, l’antipatia che ormai ha impregnato la faccia di Emilia Clarke), trovo giusto rimandare valutazioni più complessive alla recensione finale della serie: per ora vale la pena limitarsi ad assorbire al massimo uno spettacolo che in tv non si vede così spesso. Anzi, forse così non l’avevamo mai visto.



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