27 Giugno 2012 3 commenti

Baby Daddy – La cacca dei neonati funziona sempre di Diego Castelli

Una sitcom nata vecchia, ma a cui non si pu


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Chi di voi ha scritto almeno un po’ di recensioni (di qualunque tipo), sa bene che spesso ci capita di pensare a cosa scrivere prima ancora di vedere il prodotto. E questo perché stiamo andando a vedere un film di un regista che sappiamo non essere di nostro gusto, o perché stiamo per vedere un telefilm prodotto da una rete che normalmente ci esalta, ecc. Parte della nostra onestà intellettuale sta anche nel combattere la voglia di scrivere quello che avevamo già pensato prima.

Ebbene, avevo già deciso tutto della recensione di Baby Daddy. E voleva essere uno di quei post che non faccio spesso, cioè pieno di veleno e di battute gagliarde per comunicarlo.
Il perché è semplice: un ragazzo si ritrova ad accudire una figlia di cui non sapeva nulla, e che comunque non era pronto ad accogliere, e si fa aiutare dai due coinquilini, uno dei quali suo fratello.
A leggere il concept veniva da dire: c’è già Raising Hope, e pensate che aggiungerci una scopiazzatura di Tre scapoli e un bebè possa cambiare qualcosa? Pensate di salvarvi dalle nostre critiche feroci e puntuali? Pensate di sfuggire alla mia ira telefilmica?

Cazzarola, sono sfuggiti.

Baby Daddy ha per protagonista Ben, interpretato da Jean-Luc Bilodeau (ve lo ricordate ragazzetto in Kyle XY?). Con lui vive Tucker, fidato “buddy” con cui divertirsi e coltivare una sempiterna sindrome di Peter Pan, e dal pilot anche Danny, il fratellone. Fratellone nel senso che è un modello ventiseienne che sarà un metro e 95 di cristiano.
C’è aria di divertimento e notti da leoni, se non fosse che una mattina suonano alla porta e sul pianerottolo c’è una neonata, figlia che Ben ha avuto da una precedente relazione e di cui non sapeva nulla. La madre (che non vediamo) vorrebbe darla in adozione, e chiede a Ben di firmare le carte. Non credo di spoilerarvi troppo se vi dico che Ben si affezionerà presto alla pupa, decidendo di tenerla. Big surprise neanche troppo big.

A completare il quadro c’è Bonnie, amica d’infanzia di Ben, ex obesa, segretamente innamorata dell’amico, segretamente spasimata da Danny (uuuuhhh, quante belle possibilità di romaticismo intricato!), e per ultima la madre di Ben, sorta di cougar un po’ troppo tirata che fa la nonna smart in vena di battute al vetriolo.

Come vedete ci sono abbastanza luoghi comuni per stroncare la serie, peraltro costruita come una sitcom classicissima in tre-ambienti-tre, con le risate di sottofondo e tutto il resto.

Potremmo dire che queste dinamiche da appartamento mascolino ormai ci escono dagli occhi, potremmo obiettare che Chelsea Kane (già vista in Jonas, dove aveva ancora il nome di Chelsea Staub) non assomiglia ad alcuna “ex grassa” che ci è mai capitato di conoscere, e potremmo facilmente elencare i motivi per i quali bisognerebbe proibire per legge tutti quei prodotti (banalissimi già dal concept) che puntano a sfruttare la carineria dei neonati per creare subdolamente comicità e tenerezza pucci pucci.

Tutto verissimo, con l’unico problemino che il pilot di sto maledetto Baby Daddy mi è piaciuto. O meglio, in questa fase di povertà estiva, dove al venerdì sera ho già visto tutte le serie e scritto i serial moments, venti minuti di leggerezza tra il sangue di True Blood, il dramma di Breaking Bad e la splendida pesantezza di The Newsroom ci stanno a fagiolo.
Non c’è davvero nulla di nuovo sotto il sole e dentro il pannolino, ma se è vero che dovremmo criticare la strada troppo facile delle battute su infanti e relative secrezioni, è altrettanto vero che quella strada è facile per un motivo: perché funziona, perché vedere Danny (armadio a due ante che potrebbe uccidermi con uno sputo) tenere in mano la bambina come fosse un fragilissimo swarovski, o seguire il progressivo attaccamento di Ben alla figlia, son cose che fanno spuntare il sorriso volenti o nolenti, le classiche scene per le quali alle risate registrate si sostituiscono i classici “ooohhhh”.

Poi è evidente che se questo post l’avesse scritto il Villa avreste trovato solo insulti. Ma che volete farci, io sono notoriamente un tenerone.

Perché seguirla: simpatica, leggera, con quel mix di ironia, bambini piccoli, spolverate di romanticismo, che nelle sitcom funziona sempre.
Perché mollarla: allo stato attuale non c’è niente, ma davvero niente, che non si sia già visto in altre comedy. E poi il giorno dopo The Newsroom tutto il resto sembra una merda…
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