5 Dicembre 2012 4 commenti

The Walking Dead 3 – Midseason Finale di Diego Castelli

Un autunno all’insegna del cadavere ambulante

EVIDENTEMENTE NON DOVETE LEGGERE SE NON AVETE VISTO IL MIDSEASON FINALE DI THE WALKING DEAD. ALTRIMENTI NON AVREI CHIAMATO IL POST “THE WALKING DEAD – MIDSEASON FINALE”. FORSE QUESTO PEZZO IN STAMPATO MAIUSCOLO STA DIVENTANDO TROPPO LUNGO. BASTA, PER DIO!

Voi credevate che fossero mostri senza cuore né anima, e invece gli zombie amano il Natale e vogliono tanto bene a Gesù bambino, forse perché per loro sarebbe come il tacchino del Ringraziamento. Fatto sta che The Walking Dead è andato in vacanza fino a febbraio, lasciandoci coi consueti interrogativi e la solita voglia di vedere all’istante altri quarantacinque episodi.

Questa prima metà ci ha dato robuste soddisfazioni. Per non parlare degli ascolti ancora altissimi, che non influenzano più di tanto la valutazione critica ma vanno citati anche solo per dire “sì, in questo momento ci vorrebbe l’apocalisse Maya per strapparci The Walking Dead dal palinsesto”.

Soddisfazioni, si diceva. I nostri poveri sopravvissuti, forse scottati da alcune critiche di scarsa zombiezza ricevute dalla stagione precedente, si sono trovati a scoperchiare crani con frequenza imbarazzante, nella prigione come nel florido paesello del Governatore. Sono questi due i luoghi simbolo di quest’anno: il carcere ha sostituito la fattoria come possibile rifugio per Rick e compagnia, mentre la città del Governatore è il classico luogo di speranze infrante, dove penseresti di trovare conforto e amicizia e invece saltano fuori pazzi maniaci dalla mente deviata.

E’ proprio il Governatore, insieme a Michonne, la grande novità della stagione. Perché sì, l’arrivo alla prigione è importante, e il fatto che i nostri cerchino rifugio in un ruolo di detenzione è abbastanza significativo, ma è il Governatore la vera star, perché raccoglie su di sé grandi possibilità narrative e di riflessione etico-filosofica (è pur sempre un povero cristo che tiene in “vita” la figlia zombie nella speranza di poterla curare, che tenero cucciolino…).
Leggendo qua e là, mi è parso di capire che ci sia stato qualche mugugno nella comunità fumettistica, perché il Governatore, con benda sull’occhio e sadismo sconfinato, sarebbe tanto più cattivo sulla pagina che non sullo schermo. Dico “sarebbe”, perché le vicende del midseason finale hanno parzialmente riavvicinato la serie alla fonte d’ispirazione: il Governatore della tv si sta mettendo in pari con quello del fumetto (che però ha questa faccia). Ecco dunque la ferita all’occhio, che trasforma il bastardo in una sorta di pirata depravato, e soprattutto la morte (morte definitiva, diciamo) della figlioletta, che l’uomo teneva nello sgabuzzino. La dipartita della piccina spezza quei pochi fili che ancora tenevano il Governatore legato a una vaga forma di sanità mentale (sempre per uno che ha l’acquario con le teste). Ora il poveraccio non ha più motivo di sperare in nulla, e il suo unico obiettivo è la vendetta verso coloro che, più o meno direttamente, gli hanno portato via la bambina. Ecco pronta la seconda parte di stagione, con la prigione accerchiata da padri incazzati in cerca di vendetta e con la mania dei gladiatori.

Al di là dell’azione nuda e cruda, quantitativamente superiore a quella dell’anno scorso, non sono mancati momenti di grande drammaticità e dal ritmo più ragionato o più epico, come le vicende che hanno portato alla morte di Lori (la odiavamo un po’ tutti, però che pathos, con Carl che le deve sparare prima che si trasformi e tutto il resto), l’arrivo nel gruppo dei carcerati subito sfoltiti, o Glenn che si libera da solo dalla sedia a cui era legato e ammazza lo zombie (cazzuto, il ragazzo). Tutto con la solita angoscia da mondo post-apocalittico, in cui i personaggi tentano di restare aggrappati a un barlume di umanità – che sia l’amore, una “casa”, l’aiuto ai compagni in difficoltà – per non soccombere al mero istinto di sopravvivenza.
In questo senso, non possiamo volere troppo male nemmeno ai “cattivi”, che pur in modo distorto e con segreti inconfessabili tentano di tenere viva la civiltà, mantenendo le tradizioni in un villaggio salvato dalla distruzione, o cercando una qualche cura al virus zombiesco.

Insomma, tanta carne al fuoco, col solito accavallarsi di dramma, azione e splatter. Grandi emozioni e la costante voglia di vedere l’episodio successivo, che poi è la prima regola per certificare la qualità di un prodotto seriale. Certo, ancora mancano i picchi drammatici della morte di Shane o della fuga dalla fattoria, ma non dobbiamo dimenticare che siamo solo a metà.

Tutto perfetto dunque? Nessun inciampo? Non proprio. Al contrario della scorsa stagione, che era più lenta e meno action ma ticchettava come un orologio svizzero, stavolta siamo incappati in qualche passaggio più macchinoso. Ad esempio, la vicenda della “pazzia” di Rick subito dopo la morte di Lori è stata risolta in modo fin troppo frettoloso, con lui che gira indemoniato per i corridoi solo per essere guarito da finte telefonate immaginate di sana pianta. Un po’ una cazzata, una specie di product placement di Telecom venuto male (nel fumetto non so nemmeno se questa cosa esiste, visto che Lori, da quel che ho letto, muore in un momento diverso, e non spoilero altro).
Oppure penso al montaggio degli avvenimenti post-morte di T-Dog, nei quali non si capiva che fine avesse fatto Carol – tanto che nessuno ne parlava e venivano pure scavate fosse – salvo poi farla spuntare fuori come un sorpresone che in realtà ha lasciato un po’ straniti, perché stavamo ancora cercando di capire se per caso non ci eravamo persi qualche passaggio.
Anche l’ultimissimo cliffhanger è rimasto leggermente sotto tono. Non perché mettere di fronte i due fratelli non sia un colpo ad effetto, ma più che altro perché le modalità sono state un po’ troppo telefonate: sembrava quasi che il Governatore parlasse a noi, dicendo “guardate, spettatori, ora faccio combattere Daryl e Merle, che al confronto Spartacus non è nessuno”. Un po’ troppa retorica, insomma, molto meglio lo scontro con Michonne legato alla dipartita della bambina-zombie.

Ad ogni modo, malgrado questi passi falsi il saldo rimane largamente positivo. The Walking Dead si conferma prodotto solido, appassionante, di grande intrattenimento ma sempre attento ai momenti di riflessione, che scavano nella psicologia dei personaggi portandoli regolarmente all’estremo. Perché ancora una volta, e come sempre, più che il racconto sugli zombie, a interessare è come la presenza degli zombie cambia il racconto sugli umani.



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