12 Marzo 2013 4 commenti

Mayday – The Killing versione inglese di Marco Villa

Chi ha rapito Hattie Sutton?

Scorgo in giro l’esistenza di un pilot intitolato Mayday. Segue ricerca su Google e approdo sulla pagina Wikipedia di una serie canadese che, mi si dice, racconta le vicende di una squadra che indaga sugli incidenti aerei. Tutto questo avviene nel giro di tre secondi netti, così, quando mi metto alla visione della prima puntata e l’inquadratura di apertura è un panorama cittadino, mi aspetto che da un momento all’altro spunti dalle nubi un aereo pronto a schiantarsi. SPOILER: non accadrà.

Mayday, infatti, non c’entra un cazzo con gli aerei. Trattasi di caso di omonimia seriale. La Mayday di cui parlo oggi è una serie inglese che racconta della sparizione della bella del paese in una cittadina della provincia inglese. Seguono indagini, misteri, segreti celati in ogni famiglia, un bosco che fa paura, il matto della situazione, bambole impiccate e un po’ di adolescenza che coincide con la guerra.



Per dirla semplice: Mayday è un po’ un The Killing comunitario. Mi spiego: The Killing è una delle serie più belle di questi anni e racconta le indagini che seguono alla scomparsa e uccisione di una ragazza, Rosie Larsen. Qui, di base, siamo allo stesso punto, anche se nella prima puntata non si scopre se la ragazza sia effettivamente morta. In generale, comunque, la linea della storia andrà avanti in modo simile. A essere profondamente diversa è la dimensione umana di questa indagine: la sparizione di Hattie Sutton, questo il nome della bionda regazzina, è un fatto che tocca l’intero paese e mobilita tutte le famiglie. Quelle stesse famiglie, però, sono coinvolte in qualche modo in quanto è successo. Al contrario, The Killing mostra la lotta solitaria di una coppia di investigatori vs. the world. E’ la provincia, bellezza, con tutto il carico di torbidezza che si porta dietro, perché ovviamente ogni personaggio ha qualcosa da nascondere, che siano interessi economici o vecchie ruggini. In questo senso, quindi, lo schema rimanda maggiormente a Twin Peaks, che possedeva, appunto, questa dimensione comunitaria. Non è tutto: il legame si rinsalda con un filone inquietante e misterico, rappresentato dalle bambole impiccate di cui sopra.

Mayday, insomma, studia e ripropone cose più che buone e lo fa in modo esemplare. I debiti verso le serie citate sono evidenti e più che presenti, ma Mayday riesce a non rimanerne schiacciata, trovando una propria via. Il motivo va forse cercato nella nazionalità inglese della serie, che si stacca così dai due modelli. Nazionalità ben chiara nella messa in scena e nella regia, con particolare attenzione (e ci risiamo) ai colori. Non siamo ai livelli di Utopia e di quella fotografia potentissima, ma Mayday riesce a creare un mondo sottilmente inquietante.

Il pilot di Mayday non è un capolavoro ai livelli di altre serie inglesi recenti, ma è un’ottima prima puntata, che mette in campo personaggi, elementi e spunti narrativi più che interessanti. Può diventare la cosa più avvincente dell’anno o risolversi in un nulla di fatto. Una cosa è certa: i disastri aerei non c’entrano niente.

Perché seguirlo: perché siete orfani di The Killing da troppo tempo e i paesini di provincia vi inquietano sempre un po’

Perché mollarlo: perché è tutto tranne che originale



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