24 Aprile 2013 7 commenti

Hemlock Grove – A Netflix cominciano a fare sul serio di Diego Castelli

Un horror crime dal futuro incerto, ma dalla grande personalità

Copertina, Pilot

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Quando Netflix si buttò nel campo della serialità audiovisiva (e uso il passato remoto per parlare di tre mesi fa), tutti noi serialminder rimanemmo col fiato sospeso e gli occhi bene aperti.
House of Cards apriva un’era nuova, fatta di telefilm ad alto budget non più veicolati attraverso il mezzo televisivo, ma resi disponibili on line in pezzature ben più corpose del consueto episodio settimanale. 12-13 episodi tutti in una volta, e via. E abbiamo già parlato di quanto questo cambiamento possa essere importante per la nostra futura vita di appassionati di serialità.

Quello che però non era cambiato più di tanto era il tipo di contenuto offerto. Con House of Cards Netflix puntava sulla faccia di Kevin Spacey e la fama di David Fincher, ma in fondo metteva sul piatto una serie relativamente normale. Uno thriller politico sicuramente ben fatto e accattivante – che anzi aspetta ancora una nostra recensione finale – ma in fondo non troppo lontano da altri prodotti simili già visti in tv e soprattutto al cinema.

Con Hemlock Grove, seconda serie cotta e mangiata, da scaricare in blocco, i ragazzi di Netflix sembrano puntare a qualcosa di un po’ diverso. Non che i fondamenti del fare serialità siano stati stravolti, ma si avverte subito la ricerca di una personalità più riconoscibile.

Andiamo con ordine. Hemlock Grove è un crime-horror molto (ma molto) sui generis, tratto dal romanzo d’esordio di Brian McGreevy, che figura anche come creatore della serie. Si svolge tutto nella cittadina della Pennsylvania che dà titolo allo show, dove una ragazza viene brutalmente uccisa da un assassino che sembra avere caratteristiche più animalesche che umane. Principali sospettati dell’omicidio diventano Roman, stiloso diciassettenne erede di un’importante e misteriosa azienda di biotecnologie, e Peter, giovane zingaro arrivato da poco in città, e anche lui avvolto da un certo alone di cazzeggiante mistero.
In realtà qui siamo già un po’ oltre, ho sbirciato su wikipedia, perché il pilot (che è l’unico episodio visto per questa recensione) si ferma un tantinello prima, presentando Peter e sua madre, la cittadina di Hemlock Grove, e soprattutto la strana famiglia di Roman, con la madre Olivia che sembra una specie di gnocca aliena e la sorella Shelley, teenager dall’aspetto mostruoso che fa traballare la luce dei neon quando ci passa davanti.

E’ difficile descrivere l’episodio in una sola frase. E’ uno strano miscuglio di Twin Peaks (per l’omicidio da risolvere nella piccola città di provincia), True Blood (per la promessa neanche troppo velata di creature soprannaturali e sanguinolente), American Horror Story e uno spruzzo di Famiglia Addams.
Se la storia è da subito abbastanza accattivante, costruita intorno al caso poliziesco ma in realtà allargata a comprendere gli enormi scheletri nell’armadio della famiglia Godfrey, ciò che per ora fa la differenza è la messa in scena. La regia di Eli Roth, che è anche produttore dello show, è tutta giocata su una fotografia e dei colori che rifuggono volontariamente il realismo per costruire sequenze dal sapore quasi antico. I personaggi si muovono in luce ora lattiginosa, ora abilmente desaturata, come se vivessero in un sogno più che nella realtà, come se qualcuno stesse avendo un incubo da cui non è ancora pronto a svegliarsi. La componente soprannaturale rimane dunque solo suggerita, eppure evidente, pronta a esprimere tutto il suo potenziale negli episodi successivi.
Il confronto tra Roman e Peter è poi riuscitissimo, e tutto giocato sul visivo: tanto fascinoso e superiore Roman, tipo Edward Cullen più pulito e meno luccicoso, tanto barbone e sciatto Peter. Eppure entrambi sono capaci di nascondere qualcosa di interessante, entrambi si portano dietro un passato nebuloso e ricco di segreti, accennati con pochi e azzeccati tocchi di dialogo (e anche con un paio di flashback un po’ troppo espliciti, questo va detto).

La scelta si rivela complessivamente molto azzeccata. Il pilot di Hemlock Grove non è “pauroso”, come la locandina farebbe pensare. Probabilmente non è nemmeno “inquietante”. E’ più straniante, grottesco, leggermente gotico, trasmette una sensazione di alterità che potrebbe anche risultare troppo costruita, ma che non può passare inosservata.
Difficile azzardare ipotesi concrete sul prosieguo della vicenda. Non ho ancora visto il secondo episodio, e sono rimasto volutamente lontano da riassunti del libro e simili. Ma non nego di essere intrigato. Esiste la piena possibilità che finisca tutto in vacca, che diventi una banale serie su mostri e lupi mannari, in cui l’abile messa in scena si rivela niente più che uno specchietto per le allodole. Ma intanto lo specchietto funziona, e sono molto più interessato a sapere dove andrà a parare Hemlock Grove, piuttosto che Da Vinci’s Demon o Defiance (tanto per citare due ambiziosi debutti di queste settimane).
Soprattutto, voglio saperne di più della madre e della sorella di Roman, che in questo momento potrebbero essere qualunque cosa, da semplici freak mentalmente disturbati a incarnazioni del demonio.

Perché seguirla: il caso criminoso è interessante, ma ancor di più lo è l’atmosfera onirica e soprannaturale in cui è inserito.
Perché mollarla: mischiare generi molto diversi può sempre creare sacche di insofferenza verso chi vorrebbe una storia più limpida, in un senso o nell’altro.



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